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Bignami per spreadworker

Due avvocate, un sindacalista e una HR rispondono alle vostre domande sullo spreadworking

Quando ho raccontato le storie di chi stava lavorando da casa durante la quarantena Covid-19, non mi ero resa conto di quanto fosse diffuso quel malessere che le persone avevano deciso di condividere con me. Chi lamentava la mancanza di sicurezza, chi di un orario di lavoro, chi ancora di organizzazione, chi di semplice rispetto. La situazione comune riguardava il fatto che lavorare da casa per molte persone non aveva nulla di smart, tanto che ho sentito necessario, per poterne parlare, inventare una nuova parola. Così ho creato il concetto di spreadworking, inteso come lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio.

Insieme alle storie degli e delle spreadworker, sono arrivate molte domande su come poter uscire dalla situazione o su come gestirla meglio (da cui è nata questa riflessione). La fine progressiva della quarantena e le misure che l’hanno accompagnata, DL Rilancio in primis, non sono state risolutive delle situazioni di malessere lavorativo ed esistenziale generate dai precedenti DPCM e, anzi, hanno finito per acuire alcune situazioni. Ecco perchè per rispondere alle vostre domande ho dovuto chiedere l’aiuto dell’avvocata Chiara Ferrera, della giuslavorista Denise Milan, del sindacalista Sergio Venezia e di Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, che già mi aveva aiutato a fare luce sul problema.

Le risposte alle vostre domande

Le trovate di seguito, raccolte per macrotemi, seguite da una domanda che non mi ha fatto nessuno e che, invece, avrei tanto voluto ricevere.

Lavoro in spreadworking. Quanto è legale? E come posso cambiare le cose?

Risponde l’Avv. Ferrera.

La deroga recentemente introdotta riguarda anzitutto la sola procedura di accesso al lavoro agile, non certo il contenuto e i principi tracciati per tale modalità di lavoro, sanciti dalla legge 81/2017 e richiamati espressamente dai DPCM successivi. Se è vero che tali DPCM non pongono espressamente l’obbligo degli accordi individuali in capo al datore, è pur vero che, nel vuoto normativo conseguito all’esclusione della necessità degli accordi, per assicurare che l’applicazione concreta del lavoro agile sia conforme a legge, si rende comunque necessaria la definizione delle concrete modalità di lavoro. Anche da parte del lavoratore o della lavoratrice, attraverso una richiesta che può essere più o meno formale.

Ricordiamo che gli ambiti del lavoro agile, previsti dalla legge, e dunque possibile oggetto di tale richiesta sono: l’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi; l’assenza di precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro; la comunicazione della normativa relativa alla sicurezza, che deve essere trasmessa anche per via telematica; la definizione della durata massima dell’orario di lavoro, giornaliero e settimanale, nei limiti stabiliti dalla legge e dai CCNL; e la definizione dei tempi di riposo nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione.

Risponde la Dott.ssa Milan.

Questo vuoto normativo può essere fonte di abuso da parte di alcuni datori di lavoro che, non avendo concordato individualmente tempi e modalità della prestazione lavorativa e neppure concesso la strumentazione apposita, beneficiano di prestazioni ben oltre il normale orario di lavoro. Quello che consigliamo di fare, in materia di spreadworking, è di far valere il proprio diritto alla disconnessione, così come previsto dalla legge 81/2017. Nei fatti, questo può avvenire, per esempio, spegnendo i dispositivi e comunicando via email al datore di lavoro e ai clienti che la presa in carico della richiesta da parte vostra avverrà soltanto alla ripresa del vostro orario di lavoro.

Per chi lavora nel terzo settore, come dovrebbero relazionarsi lavoro da casa e cassa integrazione?

Risponde la Dott.ssa Milan.

La relazione dovrebbe essere la stessa in tutti i settori. Una problematica che sovente ci viene riportata è l‘uso promisco di cassa integrazione e lavoro da casa. Alcune aziende utilizzano la cassa integrazione per evitare costi, imponendo comunque la prestazione lavorativa ai propri dipendenti, i quali, temendo di perdere il posto di lavoro, accettano di lavorare anche in quei periodi in cui risulterebbero in CIG. In questi casi, indipendentemente dal settore, andrebbe impugnata la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive.

Lavoro per una grossa società di consulenza e mi sembra di non aver conosciuto altro che spreadworking, ma adesso non ho più una vita. Cosa posso fare?

Risponde la Dott.ssa Milan.

Se si tratta di problematiche comuni, sarebbe utile fare una richiesta collettiva, attraverso la figura del rappresentante sindacale interno all’organizzazione, in modo tale da non esporre troppo nessun lavoratore o lavoratrice e vedere comunque garantita la tutela del proprio diritto.

Buoni pasto: come funzionano durante lo smartworking in deroga?

Risponde l’Avv. Ferrera.

Anche questo aspetto andrebbe regolato mediante gli accordi individuali. In ogni caso, salvo diverse intese o accordi sindacali, non si rinviene uno specifico obbligo in tal senso a carico del datore di lavoro. Andrà dunque verificato caso per caso se e in che misura i buoni pasto vadano riconosciuti al dipendente.

Dal 25 maggio nel mio ufficio facciamo i turni tra lavoro in azienda, cassa integrazione e lavoro da casa. Come funziona?

Rispondono la Dott.ssa Milan e la Dott.ssa Columbro.

Nonostante quanto riportato da alcune testate giornalistiche, al momento non esistono ordinanze specifice che consentano il prolungamento del consueto orario di lavoro articolandolo in turni. Come detto in precedenza, qualora si attesti un uso promiscuo di lavoro e cassa integrazione, è consigliabile impugnare la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive; e qualora si prosegua con lo smartworking in deroga, si consiglia di accordarsi con il datore di lavoro per la sua attuazione attraverso la forma degli accordi individuali.

I recenti DPCM hanno disposto lo smartworking in deroga fino a fine emergenza, ossia il 31 luglio prossimo. L’unica categoria che a oggi può richiederlo come diritto sono i genitori di figli di età inferiore ai 14 anni.

Qualora venga richiesto al lavoratore o alla lavoratrice di tornare a lavorare in ufficio e ci si rende conto che l’applicazione delle normative sulla sicurezza non sia stata eseguita coompletamente, si consiglia di rivolgersi al proprio rappresentante sindacale, laddove presente, in alternativa alle Organizzazioni Sindacali. Proprio in questi giorni stiamo infatti riscontrando un uso distorto del potere disciplinare, volto esclusivamente a eludere il divieto dei licenziamenti. Ricordiamo infatti che i licenziamenti per giusta causa sono possibili anche in questo momento, a prescidere dalle richieste di cassa integrazione o di altri tipi di aiuti statali.  Ai sensi dell’art. 80 D.L. 19 maggio 2020, n. 34 nel medesimo periodo sono sospese le procedure collettive pendenti. Sono altresì sospese le procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Mi rendo conto che i miei diritti sono stati calpestati: cosa posso fare?

Risponde Sergio Venezia.

Anzitutto, è importante ricordarsi che non siamo soli o sole. La richiesta della tutela dei propri diritti di lavoratori e lavoratrici dovrebbe andare di pari passo con il senso di comunità, per cui non portiamo avanti solo i nostri diritti, ma anche quelli di quanti condividono con noi la medesima situazione di malessere. Insieme, si può fare molto, da soli, molto poco. Come sindacato, noi mettiamo a disposizione un percorso rivolto all’individuo, mantenendo sempre anche un’attenzione collettiva. Il percorso inizia con una consulenza, gratuita e aperta anche alle persone non iscritte, volta ad ascoltare il disagio del lavoratore o della lavoratrice e a comprendere la sua forza contrattuale. A questo punto, la persona decide come procedere: se intraprendere un’azione individuale, legale o di rappresentanza, oppure un’azione collettiva. Per procedere, e solo a questo punto, è richiesta l’iscrizione al sindacato. L’anonimato è garantito per tutto il percorso di consulenza.

Esiste inoltre un servizio, offerto dalle firme sindacali, almeno in Lombardia, in Veneto e in altre regioni del Centro Nord Italia, che si chiama Sportello Disagio Lavorativo. Tale funzione ha lo scopo preciso di fornire la prima consulenza al lavoratore e alla lavoratrice che decide di lasciarsi consigliare da noi, in seguito a una situazione di malessere che sta vivendo al lavoro. Troppe volte le persone si rivolgono a noi quando è troppo tardi: quello che io consiglio è di rivolgersi subito al sindacato quando si inizia a percepire che qualcosa non va, per diventare consapevoli della propria forza contrattuale e poter cambiare le cose prima che sia troppo tardi.

Soprattutto tra i giovani, il “mi sono fatto da solo” sta diventando sempre più un valore. I cosiddetti crumiri ci sono sempre stati, ma oggi chi gioca da sol@ fa del male soprattutto a se stess@. Io credo, invece, che aiutare gli altri e farsi aiutare dagli altri, riconoscendosi simili nel problema per trovare una soluzione comune, sia la chiave per vivere bene il presente e, soprattutto, il futuro. Oltre alla consulenza e rappresentanza sindacale, è possibile attivare anche altri percorsi. Ci sono, per esempio, i gruppi di mutuo auto aiuto, in cui le persone che condividono un malessere, lavorativo o esistenziale, si riuniscono per imparare a risolvere, insieme, le proprie situazioni individuali.

[E io aggiungo] Anche le community che sorgono attorno al sistema professionale, nomino spesso Lean In, possono essere d’aiuto. I Circle nascono come gruppi di persone che si riuniscono per affrontare insieme una determinata situazione legata a diverse sfere della vita.

La domanda che non ho mai ricevuto e che invece avrei voluto ricevere

In tanti e tante hanno commentato Non chiamatelo Smartworking, soprattutto sui social. L’articolo è stato letto per intero da qualche migliaio di persone. Sono entrata in contatto con le storie di circa trenta spreadworker. Ma nessuna azienda ha voluto raccontarmi il suo modo di gestire o di non gestire lo spreadworking.

A onor del vero, ho ricevuto l’invito a raccogliere le storie delle aziende virtuose da parte di una persona che stimo molto e credo che lo farò, dato che mi piace dare voce a tutti i personaggi di una storia. Mi è molto dispiaciuto, però, non aver ricevuto la domanda che segue.

Come azienda: come posso gestire al meglio lo smartworking in deroga?

Risponde la Dott.ssa Columbro.

I punti essenziali di un accordo individuale, redatto in forma scritta e sottoscritto anche dal lavoratore, che le aziende dovrebbero tenere in considerazione, potrebbero essere spiegati come segue:

  1. anzitutto, l’accordo deve contenere cosa l’azienda intende per smartworking per distinguerlo dal telelavoro;
  2. deve definire poi dove i dipendenti possono lavorare, poiché non è detto che si possa lavorare al bar o in luoghi pubblici, come una spiaggia o un rifugio in montagna, per motivi di privacy;
  3. è possibile per l’azienda indicare quali dipendenti possono usufruire dello smartworking, se tutti e tutte, oppure solo alcuni in base al contratto oppure in base alla funzione;
  4. l’accordo deve poi individuare i tempi di riposo del o della dipendente: la legge dice che vi può essere flessibilità, ma dice anche che va rispettato l’orario settimanale del contratto nazionale di appartenza. In questo senso, le aziende possono definire anche gli orari di reperibilità, impegnandosi, laddove è previsto, a corrispondere il dovuto indennizzo ai dipendenti;
  5. l’accordo contiene anche gli eventuali strumenti di lavoro (non c’è l’obbligo) forniti ai dipendenti durante lo smartworking. Tra questi, alcuni possono essere volti ad assicurare la piena concentrazione delle persone, come per esempio una rete internet con accesso solo ai software e siti autorizzati;
  6. sicurezza sul lavoro: l’azienda deve inviare l’informativa sulle norme e le buone pratiche da seguire durante lo smarworking, anche in forma telematica;
  7. infine, è necessario specificare le modalità di recesso dall’accordo .

E, ora, spreadworker, tocca a te: cosa farai per cambiare la tua situazione? E insieme a chi lo farai?

Se hai ancora delle domande, scrivimi e cercheremo di rispondere.

Nell’immagine, il fondo della piscina del Farm Cultural Park di Favara, Sicilia. La scritta appare evidente solo quando la luce rossa si accende. Ho scelto questa immagine perchè ci sono cose, a volte, che siamo capaci di vedere solo quando siamo in emergenza.

3 pensieri su “Bignami per spreadworker

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