produttività lavoro si no infatti

Ma perchè lavoriamo così tanto?

Cosa fare se dal lavoro dipende il nostro valore e la produttività è la misura di questo valore

Mentre raccoglievo il materiale per scrivere Bignami per spreadworker mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che per poter dare una risposta alle domande che avevo raccolto, avevo bisogno di coinvolgere ben quattro persone in virtù delle loro distine professionalità ed esperienze. Certo, non dovrei essere stupita, dato che viviamo in un Paese che ha delegato al professionismo la funzione di mediazione tra una burocrazia sempre più articolata e i suoi cittadini; non a caso, gli ordini professionali continuano a prosperare, anche se le tutele su cui sono chiamati a esercitare, contano sempre di meno.

Come è emerso da molte delle storie che ho raccolto, anche e soprattuto in seguito alla pubblicazione di Non chiamatelo smartworking, eravamo spreadworker già prima della pandemia. Qualche giorno fa Sam Blum, giornalista di Vox.com, si chiedeva se la quarantena stesse decretando la fine della produttività come valore fondativo della società americana e, più in generale, della società occidentale contemporanea.

Nonostante sia ormai comprovato che più ore di lavoro non significano più qualità, anzi, troppo lavoro finisce per diminuire la produttività, noi continuiamo a lavorare anche più di dodici ore al giorno e all’aperitivo del venerdì facciamo a gara a chi ha lavorato di più.

Perchè lavorare tanto fa ancora rima con lavorare bene

Da un lato, questo accade per una miopia del management italiano, che è ancora convinto di vivere e fare business negli anni ’80, per cui più lavori più fatturi. Dall’altra perchè, come mette in luce Blum, la nostra identità professionale è, oggi, la nostra identità dominante.

Uno dei motivi per cui per molti e molte spreadworker è così difficile dire no, apparirebbe dunque essere quello che Anat Keinan, docente associata di Marketing e Comunicazione all’Università di Boston, descrive all’interno di articolo di Blum: se il lavoro è diventato il parametro con cui misuriamo il nostro valore come persone, e la produttività la misura di questo valore, rifiutarsi di lavorare sempre, rinunciando a livelli sempre più alti di produttività, significherebbe scegliere consapevolmente di diminuire il proprio valore, a livello sociale ed emotivo.

Se la produttività equivale alla desiderabilità sociale

Cambiare e togliersi da questo enorme condizionamento, che in altri articoli non a caso ho chiamato doppio legame, non è affatto semplice, se persino chiedere le ferie di quest’estate o far rispettare il proprio diritto alla disconnessione, previsto dalla legge, genera in molte persone un senso di colpa tale da farle desistere. Se non riusciamo a farlo dall’interno, allora, possiamo sempre tentare di far scattare il mutamento a un livello superiore: cosa succederebbe se iniziassimo a considerare il lavoro solo un lavoro e comprendessimo, nella nostra realizzazione personale, altre sfere della vita? Cosa succederebbe se dall’equazione lavoro quindi sono, togliessimo la componente di valore e lasciassimo soltanto lavoro quindi vengo pagat@?

A queste domande hanno cercato di rispondere diverse realtà, tentando di sviluppare soluzioni alternative e sostenibili, come quella, ad esempio, dell’economia del bene comune, che rimette al centro la persona nella sua interezza e vede il lavoro come una delle sue possibili aree di sviluppo. Esistono poi diversi esperimenti di realtà alternative, dove il benessere delle persone è calcolato in modo diverso e dove al centro ci sono le competenze delle persone e il tempo diventa la risorsa meno scarsa e allo stesso tempo più preziosa. Molte persone, durante la quarantena, hanno potuto sperimentare una pausa dalla vita lavorativa ed è possibile che in tanti e tante abbiano riscoperto passioni e interessi, potendo intravedere di nuovo sfere di possibilità da tempo sopite.

Io credo che, probabilmente, sarebbe più facile pretendere che i nostri diritti vengano rispettati, se iniziassimo a comprendere la nostra identità professionale e la sua piena realizzazione solo come una delle tante possibili. Penso anche che dovremmo imparare a dire più no, quando è necessario, e ad aiutarci di più tra noi che condividiamo una stessa condizione: è un cambiamento che deve partire dalle singole persone, ma che è necessario portare avanti insieme.

Credo infine che la consapevolezza di questo stato di cose sia il primo passo per costruire la nostra libertà, per questo ho voluto scrivere questo articolo, per questo, in generale, amo raccontare: credo che da ogni storia possiamo interpretare noi stessi e comprendere meglio quello che ci circonda, a livello individuale e sociale, la funzione del mito è sempre stata questa. Credo che sia importante raccontare, lasciare spazio a versioni differenti della stessa storia, perchè solo così possiamo creare, narrandole, versioni diverse della realtà. Ciascuno con la propria voce, ma per il benessere di tutti e tutte.

Un pensiero su “Ma perchè lavoriamo così tanto?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *