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Quarantene coraggiose: Sara e il tempo

La storia di Sara, del tempo in quarantena trascorso al lavoro, nell’orto e con sua figlia Viola, aspettando pomodori maturi e una nuova normalità

Sara è una viaggiatrice. Battuta pronta e occhi sempre attenti, con lei ho condiviso gli ultimi anni di pendolarismo ed è sempre a lei che devo i consigli più preziosi su viaggi, vini e ristoranti. Sara è una dei tre milioni di donne italiane che hanno visto la propria situazione lavorativa e familiare messa più a dura prova durante i primi mesi di emergenza sanitaria, complice la chiusura delle scuole e un mercato del lavoro che è sempre meno accogliente per le donne e per le mamme con figli con meno di quindici anni.

Sara ha trascorso il tempo della quarantena insieme a sua figlia Viola. E mentre Sara lavorava, affrontava la crisi della sua azienda, il conseguente fermo e la cassa integrazione in deroga fino a data da destinarsi, lei e Viola hanno disegnato tantissimo, aspettato invano la didattica online, piantato i pomodori nell’orto, guardato Frozen ancora e ancora, salutato il babbo che andava a lavorare tutte le mattine e creato quaderni fotografici dei loro ultimi viaggi (tra cui quello che ha ispirato anche il nostro viaggio in Mesoamerica ).

A Sara, e al tempo di ricchezza e sofferenza che è stato per lei il lockdown, ho deciso di dedicare la terza delle quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Leila e quella di Fanny, lascio che sia lei a raccontarlo.

Sara nel suo giardino

Ho passato la quarantena con mia figlia Viola di quattro anni e mio marito Claudio. Siamo stati a casa, a Melegnano, per tutto il tempo del lockdown. Per fortuna casa nostra ha un giardino e abbiamo potuto godere di questo piccolo spazio verde durante i giorni di quarantena.

La mia quarantena lavorativa è iniziata prima del 9 marzo quando, improvvisamente, il 23 febbraio, il primo caso di Covid è stato ufficializzato a Codogno, a qualche kilometro dalla cittadina dove abitiamo. La mia azienda aveva valutato che, per la nostra sicurezza, fosse meglio non recarci in ufficio.

Il tempo del lavoro: investito e guadagnato

E, così, abbiamo iniziato a lavorare in smartworking.

Nel primo mese ho lavorato otto ore tutti i giorni come se fossi stata in ufficio. Per fortuna Viola ha collaborato e fatto la brava, autogestendosi e giocando con il suo babbo, il quale, avendo un negozio alimentare, aveva sì ridotto l’orario, ma è riuscito sempre a lavorare. Uno degli aspetti che mi è mancato di più a livello lavorativo è stato il contatto con i miei colleghi. Siamo un team affiatato ed è stata una grossa privazione in questi mesi di lavoro da casa. Ci consultiamo molto e per fortuna con i mezzi a nostra disposizione siamo riusciti spesso ad incontrarci, anche se virtualmente.

Invece, il fatto positivo del lavoro smart è che ho potuto evitare le ore di viaggio casa-ufficio-casa e quindi ho ottimizzato al massimo le ore di sonno che altrimenti di solito mi godevo solo nel fine settimana.

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La prima passeggiata, e il primo caffè, dopo il 4 maggio

Il tempo delle relazioni: che non ci sono più e che continuano ad esserci, nonostante tutto

Una cosa molto difficile che ho dovuto affrontare è stato far capire ai miei genitori di settant’anni la gravità della situazione. Soprattuto perchè all’inizio è stata un po’ sottovalutata, e non capita, e solo in un secondo momento si è poi rivelata nella condizione che tutti ormai conosciamo.

Al di là di tutto, io comunque sono sempre stata un po’ “giapponese” a livello di strette di mano e contatto fisico, cioè: ho sempre preferito evitare. Quindi devo dire che ho accolto molto bene il distanziamento sociale e non mi manca assolutamente la modalità di relazione che invece prima era inevitabile.

Il tempo recuperato per la casa, per la famiglia e per sè

Diciamo che la quarantena mi ha anche trasformata un po’ in massaia disperata. Sembra facile da dire, ma gestire colazione, pranzo e cena per sette giorni per tre persone non è facile. E senza alcun accesso facilitato a supermercati e negozi alimentari, la mia creatività è stata messa a dura prova. E sarei stata davvero in difficoltà se avessi lavorato a tempo pieno.

Sì, perchè, dal 1 aprile la mia azienda ci ha messo in cassa integrazione al 50% e quindi di tempo libero ho iniziato ad averne molto. Così, cosa che non avrei potuto gestire con il lavoro presenziale, ho potuto occuparmi del giardino e dell’orto.

Insieme a Viola, che mi ha dato una mano sin da subito, ho organizzato un orticello urbano con qualche ortaggio. E spero che presto mi dia i frutti tanto aspettati.

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I pomodori dell’orto di Sara e Viola

Il tempo futuro: che già si costruisce, anche se fa ancora un po’ paura

La fase in cui ci troviamo mi sta facendo ancora un po’ paura. Non mi sento sicura del tutto a uscire, spensierata come prima del Covid19: ce la sto mettendo tutta e so che, poco a poco riprenderò, a fare tutto quello che facevo prima. Di solito sono una programmatrice di viaggi, appena tornata, anzi sul mezzo che mi riporta a casa di solito penso già alla prossima meta. Ma questa quarantena, purtroppo, mi ha fermata parecchio, il mio lato orso ha preso il sopravvento e sto molto bene in casa.

Cosa non mi mancherà? Vedere mia figlia che giocando, simula il mio lavoro utilizzando il suo pc giocattolo e che, invece di poter uscire e giocare con gli amici al parco o all’asilo, fa riunioni parlando per finta con la sua amica immaginaria.

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