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Sono il sesso debole?

È successo anche a me.

Per un grottesco scherzo del destino, l’essere insultata mentre cammino per strada è qualcosa che mi aspettavo. Voglio dire, per strada ogni ragazza sa che potrà ricevere apprezzamenti (non richiesti), per cui è abbastanza normale ricevere anche insulti. No?

Provate a chiedere alle donne che conoscete quante volte è capitato che qualcuno (e anche qualche, poche, qualcuna) le insultasse mentre passeggiavano per strada, o guidavano, o erano ferme alla fermata dell’autobus

Nel mio caso è stato uno di quei ragazzi che siamo ormai, tristemente, abituati a vedere sulla linea gialla della metro o sui regionali che passano per Rogoredo. Sono ragazzi dall’età indefinita, con il futuro mangiato dall’eroina. La comprano e la consumano nel boschetto dietro la stazione. Sono quelli che ti aspettano quando fai il biglietto alle macchinette, quelli che cercano le sigarette usate nei posacenere, quelli che ti fermano per strada mentre cammini e ti chiedono: “Non avrai mica paura, ho bisogno solo di pochi centesimi, solo per arrivare a 1€?”. Allungano la mano con gli occhi lucidi da fame chimica, i cani al guinzaglio sui piedi.

Secondo una recente inchiesta di TPI, oggi mezzo grammo di eroina costa 20 euro, come un aperitivo con doppia consumazione a Milano.

Stasera, mentre camminavo da Porta Romana verso Duomo, ero con Stefano e abbiamo incontrato un ragazzo che faceva il percorso inverso: gli occhi accesi verso di noi, “Avete 80 centesimi? Per mangiare qualcosa, devo solo arrivare a 1€” ci dice mentre ci fa vedere, nelle mani tremanti, due monete da 20 centesimi. Stefano scuote la testa, risoluto, e prosegue. Io penso di fare lo stesso, ma il tizio mi blocca: “Come fai a sapere che non hai moneta? Perché non guardi nemmeno?”. Io gli rispondo: “Perché so che non ce l’ho” (ed è pure vero). “Non ti credo, schifosa puttana”.

Mi chiedo se l’ho sentito davvero. Se davvero mi ha chiamata cosi, nel silenzio della strada illuminata, laggiù, dall’insegna del Carcano. Ma sì, lui continua a snocciolare tutti i nomi, quelli che tutti diciamo rivolti a persone o, più spesso, alle zanzare – puttana, troia, schifosa, baldracca. Mi giro e, ignorando quella voce che mi dice “lascia perdere, è pericoloso”, gli dico: “Dovresti evitare”.

“Ma stai zitta troia”

Arriva, fa piano, da lontano. L’insulto prende forma nell’aria e diventa come uno schiaffo. Guardo Stefano, sul cui volto leggo le parole che ho sentito prima nella mia testa (lascia perdere, potrebbe essere pericoloso) e gli chiedo: “Perché, se siamo stati in due a dirgli di no, lui ha insultato solo me?“.

La risposta di Stefano – l’amico che ringrazio per lo spirito critico sempre puntuale e per non essere mai mediamente banale – è che il tizio ha insultato me perché gli sono sembrata il soggetto più debole. Che non significa, mi spiega mentre proseguiamo la nostra passeggiata verso Duomo (io, con l’orecchio teso alle mie spalle per paura che il tizio possa dare un seguito alle sue parole), solo che tra i due io, per lui, ero quella che non l’avrebbe potuto menare. Ma che io sono quella più debole perché sono una donna, che io sono quella da insultare perché nella guerra tra poveri di cui siamo diventati i protagonisti questa sera, io sono quella da schiacciare, perché non sono niente, sono meno di lui e mi permetto di dirgli NO.

Quante donne ricevono schiaffi, verbali e non, perché dicono NO?

Secondo gli ultimi sondaggi nel 2018 le vittime di femminicidio in Italia sono state 44.  Secondo quanto riportato da La Stampa ai primi di agosto, le violenze subite nei primi mesi del 2018 sono aumentate del 53% rispetto all’anno scorso. Le donne vittime di violenza da parte degli uomini sono soprattutto italiane, con figli e una scarsa autonomia economica. Gli autori delle violenze  sono per l’88,24% uomini italiani, in gran parte con figli e un’occupazione. Nella maggior parte dei casi il movente dell’omicidio di queste donne o della loro aggressione è stato un rifiuto della condizione in cui si trovavano insieme, o causata da, chi le ha aggreddite o uccise, che sempre più spesso è un compagno rifiutato.

Nel mio caso, mi sono rifiutata di privarmi di 80 centesimi per permettere a quell’uomo di farsi una dose.

Questa sera non ho preso il treno a Rogoredo, come faccio sempre. L’ho preso da Repubblica, dove ci sono le telecamere e dove c’è spesso passaggio di persone. Mi ha dato fastidio dover cambiare le mie abitudini per un insulto. Ma ho preferito non rischiare. Come donna, che abita in questo paese e in questo momento storico, dove i privilegi di alcuni stanno facendo emergere conflitti tra chi vive nella stessa condizione di non-privilegiati, so che ci sono cose che per la mia sicurezza è meglio non fare. Faccio questa scelta come quando mi porto dietro l’ombrello anche nelle giornate di sole: non piove, ma potrebbe.

E allora ecco quali sono le cose che, da donna di 27 anni, in Italia, nel 2018, mi sento di non fare perchè so che potrebbe succedermi qualcosa:

camminare di sera tardi in un parco, o su una spiaggia (come Mar, la ragazza messicana violentata e uccisa in Costa Rica all’uscita da una discoteca); prendere i mezzi in certi luoghi della città quando fa buio; guardare in viso gli uomini che incroci per strada perché potrebbero prenderlo come un invito ( “ciao, come sei bella”, “stai zitta, troia”); rispondere a tono a un insulto volato per strada. Anche se mi devo mordere la lingua per non farlo.

Quando i deboli cominciano a farsi la guerra da soli, il più forte ha vinto. Non ricordo chi l’ha scritto, ma oggi sento che è vero.

Con me, nella prima carrozza del treno che mi porta a casa, questa sera ci sono solo ragazze. Salgo e una di loro mi sorride, complice, come per dire “benvenuta, sorella, io lo so”.

Ho scritto questo testo una settimana fa e ho deciso di cambiare il titolo

Prima questo testo si chiamava “Sta zitta troia”. Ho voluto cambiare titolo perchè non volevo che il focus fosse su quella frase e su chi l’ha pronunciata. Quel ragazzo sta combattendo una guerra più grande della mia (anche se oggi, l’aver dovuto abbassare la tavoletta del cesso al lavoro tutte le volte che sono andata in bagno, mi ha messo veramente a dura prova. E, uomini all’ascolto, lasciate che ve lo dica: non ci vuole niente ad abbassare la tavoletta quando avete finito. Su la zip, giù la tavoletta. Costringere qualcun altro a farlo perchè voi siete pigri può essere definito irrispettoso e maleducato, se sto cheta, violenza machista, se tiro fuori la Gloria Steinem che c’è in me).

Hegel, nella sua dialettica servo-padrone, descrive una relazione dove il signore e il servo sono tali perchè si riconoscono reciprocamente in quella relazione: l’uno è tale solo perchè l’altro lo riconosce, e viceversa. Tale dialettica non si risolve nella prevaricazione, poichè entrambi dipendono l’uno dall’altro, ma nella presa di coscienza di questo legame. Un legame che è analogo a quello che lega, per estensione, deboli e forti.

Sono convinta che per cambiare le cose dobbiamo smettere di farci la guerra tra poveri. Prendiamo coscienza della nostra reciproca condizione e facciamo esercizio della nostra umanità: mostriamoci solidali gli uni con gli altri, educhiamoci al reciproco rispetto ed educando chi verrà dopo allo stesso modo. Solo così, potremmo domani abitare in un mondo dove i forti abbassano la tavoletta del cesso senza che ci sia un debole a ricordarglielo.

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