rappresentazione genere immagini shutterstock

C’era una volta un’immagine

Spesso nel mio lavoro mi trovo a dover scegliere immagini che mi aiutino a raccontare la storia che ho appena finito di scrivere.
Qualche giorno fa cercavo l’immagine di una ragazza che faceva programmi (l‘articolo che stavo scrivendo spiegava sostanzialmente che fare una lista è utile per gestire la frustrazione, ma se vuoi essere felice, devi darti da fare).

Quindi, ho cercato su un noto database di immagini a pagamento quello che mi serviva. Nella barra di ricerca ho digitato “happy woman planning” e ho premuto invio. Mentre tamburellavo con le dita sul mouse, le immagini hanno iniziato ad apparire poco a poco. Una schermata ne contiene circa quindici. Tra queste prime quindici, in risposta alla mia ricerca di una donna che felicemente stava programmando il suo futuro, quattro ritraevano una donna in ambito lavorativo, deducibile dalla camicia da lei indossata e dal fatto che avesse un laptop aperto di fianco a lei; otto ritraevano una donna sorridente, spesso su sfondo neutro; e tre facevano riferimento a una gravidanza.

Tra le altre una in particolare ha attirato la mia attenzione. Una donna e un uomo sono seduti su un pavimento di legno, forse di una camera da letto. I due sono vestiti allo stesso modo, jeans e maglietta bianca, hanno i piedi nudi e guardano entrambi verso l’alto con la testa un poco inclinata. Dalla posa capiamo che stanno immaginando. Sono appoggiati su un muro che potrebbe essere bianco, se non fosse per alcuni disegni che sembrano rappresentare i loro pensieri. Sopra la testa dell’uomo, di cui solo ora notiamo forse l’espressione preoccupata, vediamo una casa e un sacchetto con il simbolo del dollaro, sicuramente un omaggio ai Topolino che leggeva da piccolo. La casa e il sacchetto verde sembrano minacciati da un palloncino che trasporta una busta con un cuore sopra. Di fianco alla busta e al palloncino, un bebè, un anello di fidanzamento e l’emoticon che usiamo su WhatsAPP quando ci danno una bella notizia che vogliamo festeggiare (emoticon che si chiama “party popper“). Ignara che i suoi pensieri stiano minacciando quelli di lui, la donna dell’immagine sorride mentre guarda con occhi sognanti quelli che, ora ci sembra chiaro, sono i suoi sogni, i suoi obiettivi, i suoi progetti per il futuro.

Quale idea di coppia, di donna e di uomo ci trasmette questa immagine? Quale storia racconta?

Se il protagonista di questa storia fosse lui, la storia avrebbe i toni foschi della tragedia annunciata. Per farla contenta, sarà costretto a ridimensionare i suoi sogni di benessere economico e stabilità. E infatti è preoccupato, gli sembra già di vedere l’anello di fidanzamento che buca il sacchetto facendo volare via, insieme alla busta e al palloncino, tutti i dollari che contiene.

Se la protagonista di questa storia fosse lei, la storia avrebbe i toni pastello di una commedia leggera. Lei non vede l’ora di sposarsi e avere dei figli, faranno un grande festa nella grande casa di lui e avranno un bambino che circonderanno di moltissimo amore che spediranno a tutti in grandi buste con un cuore rosso sopra.

Se la protagonista di questa storia fosse la loro coppia, la storia avrebbe i toni iperealistici di un dramma. I componenti della coppia così concentrati sui propri desideri non si accorgono di ciò che li differenzia e li lega all’altro. I loro sguardi, proiettati verso l’alto nel cercare i propri sogni, non si incontrano mai.

Come se l’unica prospettiva di felicità di una donna sia sposarsi, diventare mamma e inviare cuori che distruggono i sogni degli altri

Che siamo ancora fermi a quest’idea di donna e di coppia, purtroppo, non mi stupisce. A mettermi in allarme è la leggerenza con cui questa immagine è stata scelta per rappresentare una “happy woman planning”.

Dal 2005, da quando cioè i social network e gli smartphone hanno iniziato a fare parte delle nostre vite, l’importanza che le immagini che troviamo sul web hanno nella nostra costruzione del modo in cui rappresentiamo i generi è notevolmente aumentata. E continua ad aumentare, poichè le immagini aumentano e, soprattuto, ad aumentare è l’occasione di incontrare immagini, continue e in massicia quantità.

Le immagini portano con sè simboli e significati e fanno emergere in noi esperienze, vissuti e giudizi. E un’immagine come quella che ho trovato non fa altro che rafforzare l’idea che l’uomo sia forzato a cercare una compagna e che il suo compito è quello di guadagnare denaro per la stabilità della famiglia; che la donna è una gran rompipalle, che trova la sua realizzazione solo nella casa e nella famiglia.

Cercando nelle linee guida di utilizzo di quel database, impariamo due cose: le immagini vengono catalogate tramite parole chiave, scelte dall’autore dell’immagine. Prima di essere caricate nel database, le immagni vengono sottoposte a revisione.

Ma se, come nel caso di “happy woman planning”, le immagini raccontano tutte la stessa storia – uomo breadwinner, donna housewife – a chi spetta il compito di sottoporre a revisione la rappresentazione di genere che quelle immagini contribuiscono a costruire? La maggioranza dei produttori di contenuti online, utilizza questo tipo di database. Ciò significa, che la maggioranza delle immagini con cui ogni giorno entriamo in contatto, potrebbero contribuire a rappresentazioni, di genere, di appartenenza, a senso unico.

Ma, se non c’è il tempo, o la sensibilità, o le giuste condizioni lavorative (fattori ricondicibili, seppur certamente non giustificabili, alla crisi dell’editoria italiana) per chiedersi: che tipo di storia raccontano le immagini che ho davanti? Che tipo di storia racconto se ne scelgo una invece di un’altra?  È giusto che la rappresentazione di genere sia, ancora, una scelta/responsabilità personale/etica del produttore del contenuto o dell’editore o dell’utilizzatore finale, cioè, ciascuno di noi?

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“Benvenuti a Marwen”: una non-recensione

Venerdì sera siamo tornati al cinema (prima siamo andati a mangiare un hamburger veramente buono al Siena Burger alla Madonnina di Casalmaiocco – i nomi sono veri, lo giuro). Era da molto che non ci andavamo, non ricordo nemmeno quale sia stato l’ultimo film che abbiamo visto. Tornare al cinema per me è ogni volta emozionante. Il profumo dei pop corn che aleggia nell’aria, l’aspettativa per il film che si sta andando a vedere, le poltrone morbide ed enormi in cui sprofondare, i trailer prima del film (io adoro i trailer!! un sacco di storie e di emozioni condensate in una manciata di secondi) e le immagini e i suoni che ti avvolgono e ti fanno dimenticare che non sei anche tu uno dei personaggi che in quelle due ore imparerai a conoscere. Per questo, se posso, evito i cinema che propongono l’intervallo: bestialilità emotiva.

Io di cinema non ci capisco niente. Guardo un film per la storia che racconta

Motivo di numerose discussioni con diverse persone che nell’arco degli anni hanno tentato di farmi capire che in un film c’è molto di più della storia (nel tentativo di credere a questi volenterosi cinefili ho, ad esempio, visto tutti i film di Tarantino, anche se non mi piace e le sue storie sono meno belle di altri. Questo per dire che non sto ferma nella mia ignoranza, se mi consigliate un regista o un film perchè è oggettivamente un buon prodotto artistico, io vi credo e lo vedo), in ogni caso le mie scelte sono comunque dettate dal “C’era una volta…“.

Sarà che io con le storie ci campo o perchè sono un’inguaribile romantica, ieri abbiamo snobbato “Acquaman” e “Ralph contro internet”.

Abbiamo visto “Benvenuti a marwen“: una storia bellissima! Che è pure successa davvero.

Una scena del docufilm su Mark Hogancamp. Foto: Il Post

Ecco i fatti: l’8 aprile del 2000, mentre si trovava fuori da un bar a Kingston, nello stato di New York, Mark Hogancamp viene brutalmente picchiato da cinque uomini. Quando si risveglia dal coma nove giorni dopo, Mark non avrà alcun ricordo della sua vita precedente e dovrà imparare nuovamente a mangiare, camminare e scrivere. Poichè la sua assicurazione sanitaria non copre le spese della sua riabilitazione psicologica, Mark si trova a doversene fare carico da solo. Così nasce Marwencol, un villaggio in scala 1:6 di un paesino della campagna belga attraverso cui Mark mette di volta in volta in scena il suo pestaggio e tenta di comprenderlo ed esorcizzarlo grazie alla presenza di alcune figure femminili forti, “le donne di Marwen“, alter ego di donne realmente esistite e a lui vicine. Nell’immaginazione di Mark, sono gli anni Quaranta e a Marwencol si combatte la Seconda Guerra Mondiale. Eroe del villaggio è Capitan Hogie, alter ego di Mark, che deve combattere i nazisti, a loro volta alter ego di chi l’ha picchiato, e mettere in salvo il villaggio. Gli abitanti di Marwencol sono bambole che Mark fotografa in situazioni diverse – un matrimonio, un bagno al fiume, un combattimento. Le fotografie di Mark Hogancamp sono esposte nella One Mile Gallery di New York e a oggi su Marwencol sono stati realizzati due progetti editoriali, un documentario e un film (che è quello che abbiamo visto ieri).

Mark Hogancamp alla One Mile Gallery di New York. Foto: Instagram

La storia, che si discosta dai fatti di quel che basta per definirla “romanzata”, non ve la voglio raccontare, perchè è troppo bella da vedere

Però ecco il trailer.

3 cose che mi sono piaciute di “Benvenuti a marwen”

  1. Le “donne di Marwen” sono Barbie, ma non potrebbero essere meno barbie di così: nel film Mark utilizza un tipo di bambola di una linea che si chiama “Le Fascinose”. Hanno corpi snodabili, vestiti, scarpe e accessori che da bambina li avrei comprati tutti, e soprattutto si prestano alla creatività di Mark che ne modifica lineamenti e capelli per farle assomigliare alle donne della sua vita. C’è Jules, afroamericana e veterana della guerra in Iraq che lo ha aiutato a ricominciare a camminare; Roberta, amica sincera e sempre presente, che gli rimprovera di far finire quasi sempre senza camicia la sua bambola; Anna, la sua infermiera premurosa che si sincera se ha mangiato a sufficienza; Karlala, la collega a cui confida le pene d’amore; e Suzette, la sua attrice porno francese preferita. Tra le donne di Marwen c’è anche la cattivissima strega Deja Thoris che fa resuscitare i nazisti e vuole impedire a Hogie/Mark di guarire: capelli verdi fluo e voce suadente, è la misteriosa vocina che ci sussurra all’orecchio che non ce la faremo mai. Sono donne forti, che amano Mark senza giudicarlo e che sono lì a “coprirgli le spalle”. Persino l’ultima arrivata, Nicol, che sembra scema quanto la persona reale a cui si ispira, trova il modo di essere vicina a Mark e di sostenerlo nel suo processo di recupero. Prima che qualcuno di voi possa pensare “ah, sei donne al servizio di un uomo, qual è la novità?”, fermatevi a ricordare che questo è l’universo di Mark e che ciascuno di noi è per forza di cose al centro del suo proprio universo. Il motivo per cui la rappresentazione di queste donne mi è piaciuta, nonostante il fatto che le bambole utilizzate nel film ricordino le Barbie, con corpi molto sessualizzati, è che di ogni bambola ci viene presentata la donna in carne ossa, con la sua storia, le sue debolezze, i suoi sogni, i suoi punti di forza, il suo lavoro e le sue conquiste. Un utile promemoria per tutte le volte che ci relazioniamo agli altri come se fossero bidimensionali. E una rappresentazione della donna da parte dell’uomo che la comprende sia come prodotto della cultura in cui siamo immersi (bambola) sia come risultato delle proprie esperienze e vissuti (donna reale).

L’arstista mette in posa alcuni personaggi. Foto: Instagram

2. Il lieto fine che c’è, ma non è romantico (forse). Questa non ve la posso spiegare senza farvi uno spoiler sulla fine del film. Però il fatto che il lieto fine, deducibile in ogni caso dai fatti, non sia conseguenza diretta delle vicende romantiche del protagonista, mi è piaciuto. Di solito, da Disney in poi, è il “vissero felici e contenti” a imperare nei finali. E spesso se il Pianeta è salvo, ma i due protagonisti non si mettono insieme, ci sentiamo defraudati di qualcosa. In “Benvenuti a Marwen” non succede. Perchè le donne di Marwen non esistono in quanto amabili o amanti, ma esistono indipendentemente da Mark e dai suoi desideri. E così amano e non amano chi vogliono. E Mark impara che va bene così.

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Le donne di Marwen fanno il bagno al fiume. Foto: Instagram

3. Accoglienza,rispetto, presenza. A mio parere capisaldi di ogni relazione di amicizia, sono i valori di cui ci parla la storia di questo film. Valori che emergono nelle relazioni di Mark con le persone che gli stanno attorno, che lo accolgono, ne rispettano le stranezze e sono presenti anche quando il mondo gli crolla addosso e lui sente di non meritate la vicinanza di nessuno. Valori di cui impariamo l’importanza osservando “al negativo” (nel senso fotografico del termine) i nazisti che minacciano la serenità di Marwen: uomini crudeli che vediamo impegnati a prendere in giro, a picchiare e ad abbandonare sul campo i compagni caduti. Le “donne di Marwen” sono, infine, le amiche che tutti vorremmo avere.