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Stefano e Lucia che coltivano artemisia

All’artemisia di Stefano e Lucia è dedicata la prima de #lemiecausesparse

Io adoro parlare con le persone. Adoro parlare in generale (oggi ho provato a farlo anche con le piantine che ho piantato la settimana scorsa, Agnese dice che sua mamma lo fa e le sue piante crescono rigogliose, vi farò sapere), ma con le persone, soprattutto quelle incontrate per caso, è proprio una cosa che mi piace. Capita quindi che, anche quando sono in giro o viaggio da sola, qualcuno mi rivolga la parola e ci troviamo a parlare del più e del meno.

Spesso si finisce a parlare di cosa faccio nella vita  e altrettanto spesso arriva la domanda: “ma tu che ti occupi di comunicazione, mi aiuti a raccontare quello che faccio?”

Ed è così che è nato il mio primo progetto editoriale autonomo che ho deciso di chiamare #lemiecausesparse e per cui, un po’ qui e un po’ su Instagram, racconterò le storie di chi me lo chiede.

Un po’ come, una settimana fa, hanno fatto Stefano e Lucia. Mi hanno fermato mentre passeggiavo al sole attraverso un mercatino di Campagna Amica a Melegnano, in occasione dell’annuale Festa del Perdono. Ero lì che cercavo di fare i conti (ho solo 10 euro nel portafoglio e vorrei comprare ogni cosa che vedo, come posso fare?) quando una signora mi ha offerto un bicchierino al cui interno intravedevo un liquido verde scuro. Si chiamava Lucia e di lei mi ha colpito il sorriso gentile e la delicatezza con cui mi ha messo in mano il bicchiere raccontadomi tutto della sua Artemisia. Di Stefano, invece, mi hanno colpito la pragmaticità – è stato lui a chiedermi “ma tu che ti occupi di comunicazione, mi dai qualche consiglio per raccontare quello che facciamo?” andando subito al sodo – e la consapevolezza di fare un buon lavoro e un buon prodotto, nel rispetto dell’ambiente e del prodotto stesso, in modo che possa far vivere la sua famiglia in modo sostenibile. Quello che mi colpisce sempre di queste persone che lavorano la terra, allevano animali, producono formaggi e carne, è il grandissimo rispetto che hanno nei confronti del pianeta e delle creature che lo abitano. Anche per questo, io e Boris abbiamo scelto di far parte di un Gruppo di Acquisto Solidale e di sostenere persone come Stefano e Lucia, che lavorano la terra con rispetto e dedizione.

Stefano Nervi azienda agricola artemisia lucia cause sparse

Ecco Stefano salutare dal suo banchetto

Sulle colline della Valle Cavallina, Lucia e Stefano coltivano l’artemisia, erba antichissima conosciuta come “erba delle streghe”, la raccolgono a mano e la trattano per le diverse preparazioni

Nella loro azienda agricola che si trova a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, Stefano e Lucia fanno essiccare l’artemisia dopo averla raccolta affinchè con le sue foglie si possano preparare tisane, decotti e bagni cinesi. Ne estraggono il necessario per fare la tintura madre e la trattano in modo tale che le sue foglie possano essere utilizzate persino nella caffettiera. L’artemisia, mi racconta Lucia, è ottima per la digestione e per alleviare i dolori mestruali. In generale, rilassa la muscolatura addominale e, se si disperdono le sue foglie nell’acqua del bagno, aiuta a rinvigorire il corpo stanco o ammalato. Le foglie, cotte o crude, di Artemisia si possono utilizzare anche in cucina accompagnando cibi grassi, nel risotto, nel brodo, nelle insalate e nelle minestre.

I potteriani più accaniti ricorderanno che l’artemisia è citata anche nelle lezioni di pozioni di Piton come base per preparare il distillato della morte vivente. Ma le proprietà della pianta erano conosciute già nel medioevo e, poichè era utilizzata in diverse preparazioni insieme all’erba moxa, anch’essa tra i prodotti di Stefano e Lucia, è rimasta associata nel piensiero comune alla stregoneria. Queste e altre curiosità sono raccolte nella sezione omonima del sito dell’azienda agricola.

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Lucia al lavoro nei suoi campi di artemisia

Stefano e Lucia vendono la loro artemisia in diversi formati, stando attenti che tutta la filiera rispetti l’ambiente e chi lo abita. Stefano mi racconta che persino il sacchetto che ho deciso di acquistare per provare l’artemisia, che non avevo mai assaggiato prima e che mi ha conquistato con il suo colore verde scuro e il suo profumo di bosco, è riciclabile al 100%. La loro azienda agricola è certificata biologica da anni e mi piacerebbe proprio un giorno poterla visitare.

Decido di provare l’Artemisia di Lucia a Pasquetta, dopo due pranzi luculliani in cui ho mangiato più carne che negli ultimi due mesi

Mi piace preparare infusi e tisane in foglia, piuttosto che in bustina. Lo trovo rilassante. Metto sul fuoco un pentolino, raccolgo le foglie con le mani dal sacchetto, le porto vicino al naso per assaporarne il profumo – di erba, di sole, di estate in montagna – e le disperdo nell’acqua. Accendo il fuoco e pian piano le guardo sobbolire per due minuti, l’acqua si colora prima di verde brillante fino a diventare un verde scuro, quasi marrone. Nella cucina, ancora travolta dai pranzi pasquali, si espande un profumo di bosco, con note di rosmarino.

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Le foglie di artemisia appena messe a sobbollire

Bevo l’infuso di artemisia di Lucia seduta sul balcone, mentre sale il vento e l’aria della sera mette fine a questa giornata di festa, domani si lavora. Il liquido caldo rilassa l’addome che avvolge lo stomaco impegnato nella digestione. Il profumo mi culla e quasi mi addormento con la tazza in mano. Quel giorno non ho problemi a digerire. E conservo le foglie utilizzate.

Riprovo la tisana qualche giorno dopo, alla fine di una normale giornata di lavoro. Non ho bisogno di aiuto nella digestione, ma ho semplicemente voglia di risentire il profumo di bosco e il sapore amaro e pieno dell’artemisia. Le foglie le ho usate questa mattina nell’acqua del bagno, insieme al sale grosso. Il profumo non era così intenso, forse l’acqua era troppa e loro vecchie di una settimana, riproverò con foglie più fresche.

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Alcune delle foglie di artemisia che ho riutilizzato per il bagno cinese

Stefano e Lucia hanno un buon prodotto, che cresce naturalmente dove vivono e di cui loro si prendono cura dal raccolto alla tazza che portiamo alle labbra

Non manca mai, infatti, nel packaging dei loro prodotti un foglietto esplicativo che raccoglie le proprietà della pianta e i possibili usi di tutti i preparati che da essa derivano. L’attenzione al consumatore e la passione per il prodotto, così evidenti quando ho incontrato Stefano e Lucia di persona quel giorno a Melegnano, emergono anche dalla volontà di entrare in contatto con le persone che ancora non conoscono l’artemisia e di raccontare loro tutto ciò che c’è dietro: dalle giornate di lavoro, sempre pienissime, al raccolto, a Lucia che prepara i prodotti, a Stefano che mi chiede come fare a raccontarli.

A loro ho consigliato di dedicare un giorno al mese, o due mezze giornate, alla cura dei canali online che hanno già creato e che aspettano solo di essere riempiti dalla loro storia e dalla loro passione, oltre che dai loro prodotti che già sono ben descritti e acquistabili (Stefano e Lucia sono già su Amazon e su Facebook). A voi consiglio di provare ad acquistare almeno uno dei loro prodotti e di provarlo, per un sorso di estate in anticipo.

Dove potete acquistare l’artemisia di lucia:

Sito Web Azienda Agricola Stefano Nervi

Negozio Amazon Artemisia di Lucia Biologica

Per informazioni sull’artemisia di Lucia:

stefano@aziendaagricolastefanonervi.it

Pagina FB Azienda Agricola Stefano Nervi

 

 

 

 

 

 

cosa fare se non so fare qualcosa

Se non sai fare qualcosa, provaci, chiedi e impara

Questa mattina verso l’ora di pranzo, proprio quando stavo per andare in cucina a prendere i pistilli di zafferano da mettere insieme al brodo per fare il risotto giallo, la lavatrice ha deciso di bloccarsi con un TAC e una scritta sul display: “F05”.

Quando ero piccola e non sapevo fare qualcosa, facevo quello che fanno tutti i bambini: provavo a caso (non ero poi così speciale da non aver tentato di infilare la formina tonda in quella quadrata un sacco di volte prima di capire che, forse, dovevo metterla da un’altra parte), mi incazzavo e chiamavo “i grandi” in mio aiuto. I quali, se all’inizio si mettevano di fianco a me e insieme capivamo come risolvere il mio problema, negli anni successivi e per tutta l’adolescenza hanno preso l’abitudine a dirmi: “arrangiati“.

Sono cresciuta a prove ed errori, odiando la parola “arrangiarsi”, perchè era l’unica modalità per risolvere i problemi

Per me un problema è un modo nuovo in cui il mondo attorno a me mi si presenta trasformato e, per risolverlo, devo capire le cause della trasformazione e avere chiare le possibili conseguenze.

Così, dopo aver osservato attentamente la lavatrice, e essermi assicurata che il mio sguardo minaccioso non stava avendo alcun effetto su di lei e quel F05 restava a fissarmi con il suo color arancione strafottente, ho cercato di capire cosa non andasse e di trovare la soluzione al  problema. Anzitutto, ho cercato su Google. E lì, su un sito fantastico che si chiama riparodasolo.it, ho trovato la soluzione.

Di questo modo di affrontare i problemi, per cui prima si osserva il guaio, poi ci si arrangia per risolverlo e si fa memoria per la volta successiva, è rimasto il fatto che ancora oggi se non so una parola la cerco sul dizionario, se non so come si fa qualcosa chiedo a chi è già capace di farla e se neanche così ci riesco, prendo spunto da qualcuno che ha già risolto un problema completamente diverso e provo a trasformare quella situazione in una soluzione possibile per il mio problema (ho dedicato a questo aspetto della creatività come risorsa per il problem solving in un articolo che ho scritto per GetFIT qualche tempo fa).

Questa capacità mi è tornata utile non solo questa mattina, ma anche qualche settimana fa quando mi è stato chiesto di tenere la mia prima formazione sui social media applicati in un ambito di cui non sapevo assolutamente nulla

Sono stata contattada dalle ACLI di Milano per tenere una formazione sull’uso dei social media per la campagna elettorale, all’interno di un percorso di formazione da loro offerto insieme a Enaip, Anci e Lega Autonomie e Persona e Comunità rivolto agli amministratori pubblici locali impegnati nelle prossime elezioni e chiamato appunto Scuola di Politica per Amministratori pubblici locali. 

All’inizio ero lusingata e allo stesso tempo spaventata dalla richiesta. Non era la prima volta che mi trovavo a fare una formazione sull’uso dei social, ma ciò che era del tutto nuovo era il contesto: io non mi sono mai occupata di comunicazione politica, da un lato, e dall’altro non avevo nessuna intezione di fare quella che laureata al liceo classico si presenta come “la cuggina” in grado di fare tutto. D’altra parte però non è che io non avessi proprio niente da dire in merito a strategie di comunicazione e uso dei social media, visto che entrambi i punti sono parte del mio lavoro. Allora, ho provato a mettere in pratica quello che faccio sempre quando mi trovo di fronte a qualcosa che non ho mai fatto prima. Non volevo arrendermi e dire di no a chi mi aveva contattato, senza prima aver fatto delle verifiche.  Così mi sono chiesta:  in cosa la comunicazione per i brand è diversa da quella elettorale?

E ho deciso che, se mi fossi resa conto che le differenze erano troppe, avrei rinunciato, altrimenti, avrei studiato e avrei provato comunque a fare la formazione

Come prima cosa, ho contattato chi tra i miei contatti si occupa veramente di comunicazione politica e ho posto a loro quella domanda. Ne ho ricavato due telefonate interessantissime, una in italiano e una inglese, qualche libro da leggere e molti articoli del The Guardian sulla strategia social vincente di Alexandria Ocasio. Avere attorno a noi una rete di persone che ne sa di più è molto utile per risolvere i problemi in tutti in campi, dalla lavatrice rotta (grazie BigG) a un cliente dalle richieste complicate al lavoro fino a una formazione su un argomento su cui sai di non sapere abbastanza.

La cosa più sorprendente che ho scoperto seguendo i consigli di Amalija e Xavier, che rispettivamente si occupano della comunicazione del partito lettone Attīstībai / Par! e della comunicazione della sindaca di Torino Chiara Appendino, è che le differenze tra comunicazione elettorale e commerciale non sono poi così tante. Già nel 2009 il politologo Philippe Mareek si era accorto che noi cittadini siamo così abituati ad essere considerati principalmente come consumatori, che più i politici utilizzano tecniche del marketing commerciale per avere il nostro consenso, più noi siamo pronti a darglielo. Il processo di comunicazione che porta a vendere i servizi che un candidato sindaco offre ai suoi concittadini, è analogo a quello che tutti i giorni disegno per i brand con cui collaboro. Persino la finalità è la stessa: le persone comprano e votano solo se si fidano del brand o del candidato. Allo stesso modo, anche gli strumenti sono gli stessi. E per far vincere un candidato bisogna disegnare per l’elettore un’esperienza memorabile, esattamente come fanno i brand con cui siamo abituati a confrontarci ogni giorno.

Ho deciso dunque di fare la formazione, ma senza rinunciare all’onestà intellettuale

Mi sono presentata di fronte ai 25 allievi della scuola con una manciata di slide (che, se vi ho incuriosito a sufficienza, potete scaricare qui) e una dichiarazione di onestà. Ho detto loro chi ero, cosa avrei fatto e cosa non avrei potuto fare quella sera per loro, quali erano state le fonti che avevo usato per prepararmi e cosa avevo studiato per andare da loro quella sera. Chiaramente non potevo fingermi un’esperta di comunicazione politica, come questa mattina non potevo fingermi un idraulico. La presentazione è stata un successo, gli allievi hanno preso appunti, hanno fatto domande e mi hanno fatto giurare che avrei mandato loro le slide per poterle portare ai loro gruppi di lavoro.

Peccato non vada sempre tutto così liscio. Con la lavatrice, ad esempio, questa mattina arrangiarmi, chiedere e studiare non è stato affatto semplice. La soluzione che ho trovato in fretta si è sì rivelata quella giusta, ma non c’era scritto da nessuna parte che mi si sarebbe allagato il bagno e avrei passato le due ore successive a buttare asciugamani sul pavimento nel tentativo di arrestare quel lago che inesorabile dal bagno si stava dirigendo verso il resto di casa. La morale di questa storia? Come al solito non c’è, arrangiatevi 😉

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Pubblico pubblico delle mie brame

Una settimana fa esatta passeggiavo per le vie di Perugia, cercavo di far passare il tempo prima di mettermi in coda per lo spettacolo di Beppe Severgnini al Festival Internazionale del Giornalismo insieme a un pubblico nutrito.

Per la prima volta, infatti, quest’anno ho partecipato all’evento che raccoglie colleghi vicini e lontani nel capoluogo umbro per parlare del passato, presente e futuro della professione. Così, tra uno stringozzo al tartufo e un maritozzo con la panna, ho ascoltato i direttori e gli editor delle più grandi testate europee discutere dei benefici della nascita di un giornalismo paneuropeo, ho imparato a fare story su Instagram da vera influencer e ho capito che il giornalismo può ancora ritagliarsi un ruolo in quest’era di disentermediazione, in cui le persone vengono a conoscenza dei fatti che accadono senza aver necessariamente bisogno di saperli dai giornali o dalle radio o dalla televisione (thank you Facebook), se solo saprà puntare sulla qualità delle notizie e non sulla quantità.

Ho anche imparato che la qualità più importante di un giornalista che, come me, è all’inizio del suo percorso, è quella di non darsi mai, mai, per vinto

Come spesso accade in eventi di questo tipo dove il  numero degli interventi è superiore al numero di bagni disponibili, mi è capitato di partecipare a panel di cui non mi interessava affatto. E siccome alzarmi prima mi pareva poco educato, ho iniziato a sbirciare chi sedeva di fianco a me. Prima con la coda dell’occhio, piano piano, poi, abbandonando ogni pudore, girandomi totalmente per dare una sbirciatina anche a chi era seduto nell’angolo estremo in fondo a destra nel pubblico.

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Il pubblico al Festival Internazionale del Giornalismo 2019

Dalla mia osservazione, il pubblico di questa edizione del Festival era composto in maniera abbastanza omogenea di uomini e donne. Età media direi 30 anni, anche se i molti volontari e gli studenti liceali e universitari dal pass verde con scritto “press”, hanno sicuramente contribuito ad abbassarla. Mi sono sembrati di più i colleghi non italiani, ma forse è perchè ho partecipato per la maggior parte a interventi in inglese. Scelta che potrebbe aver influenzato un’altra, a mio parere importante, caratteristica del pubblico di cui facevo parte: nei panel da me frequentati di giornalisti italiani delle mia età, nemmeno l’ombra.

Colleghi italiani coetani, voi che fino all’anno scorso mi facevate sognare con i vostri tweet live, che mi avete convinta che questo Festival fosse l’appuntamento immancabile per ogni giornalista: dove eravate?

Oggi il giornalista italiano medio non ha la mia età. Secondo una ricerca pubblicata dall’Agicom nel 2017, i giornalisti italiani iscritti all’Ordine con età compresa tra i 25 e i 30 anni sono l’8% del totale. La mia età ce l’hanno quelli che sono ancora degli wannabe, quelli che, già magari pubblicisti, provano a entrare nel mondo come collaboratori, come me, oppure quelli che ci provano attraverso le Scuole di Giornalismo. Tra l’altro aprirò una mini parentesi in merito: è già la terza volta, da quando sono diventata pubblicista la scorsa estate, che mi capita di vedere gli studenti delle Scuole di Giornalismo e subito mi sento catapultata dentro una puntata di Beverly Hills 90210. Alti, belli, vestiti benissimo, che fanno solo le domande giuste, farebbero venire l’ansia da prestazione pure a Lois Lane.

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Il pubblico dell’intervento di Michela Murgia all’IJF 2019 nella bellissima Sala dei Notari

I giornalisti giovani presenti che ho incontrato erano quasi sempre stranieri. Tanti inglesi – a dimostrare che la Brexit alla nostra generazione frega così poco che ci dimentichiamo che non siamo più tutti europei – e poi francesci e spagnoli, a ricordarci che il giornalismo che detta i trend oggi in Europa è quello di Londra, Madrid e Bruxelles. È stato triste notare come i giornalisti italiani si riconoscevano tra gli altri perchè erano quelli che avevano i posti riservati in prima fila, le cuffie per la traduzione dall’inglese all’italiano e più di 40 anni.

E io che ci facevo lì in mezzo? Io che non mi sono sentita nè carne nè pesce, con l’età sbagliata per essere studente, ma che ho preso ferie per essere presente al Festival, che mi aspettavo di trovare i miei amici giornalisti di Milano e invece ho trovato i liceali del Manzoni incazzati per l’ultima versione di greco andata male (certe cose non cambiano proprio mai)

Come ho detto all’inizio, io ho imparato molto. In particolare, due cose che mi sono portata a casa come tesori: la prima è che probabilmente le scelte che ho fatto in passato (essermi laureata sempre in tempo, non aver fatto un singolo Erasmus, ma aver partecipato a molti progetti Erasmus+, non aver scelto di fare una Scuola di giornalismo perchè volevo giocarmela subito nel mercato del lavoro, aver rinunciato al full time al lavoro per potermi dedicare a questo mestiere), sono troppo atipiche per poter vivere adesso una condizione che mi permetta di sentirmi “a casa” tra quel pubblico composto da giornalisti in erba o da giornalisti affermati. La seconda è che noi, 8% del totale, abbiamo le carte giuste per fare questo mestiere. Noi che il posto riservato in prima fila lo viviamo come un privilegio non richiesto, che sappiamo l’inglese e anche qualche altra lingua, che facciamo fatica a trovare qualcuno che ci pubblichi, anche se abbiamo ormai la competenza per giudicare che la nostra idea, il nostro pezzo, è buono, e l’umiltà per riconoscerci non ancora arrivati e sempre in apprendimento. Dobbiamo solo trovare il modo e il tempo giusto.

Il pubblico all’intervento di Samantha Cristoforetti al Teatro Morlacchi

Mi è dispiaciuto non riuscire a sentirmi del tutto parte di quel pubblico che ho osservato così a lungo. Allo stesso modo, sono contenta di aver scelto di dedicare quest’anno all’esplorazione di questo mestiere e alla formazione per farlo sempre al meglio, scelta da cui è nata la mia volontà di partecipare al Festival. Sono contenta anche di non essere restata a Milano per la Design Week – eravate forse tutti lì, amici giornalisti milanesi?  – e aver fatto parte del pubblico del Festival Internazionale del Giornalismo. Dalla sedia in quinta fila che ho scelto spesso in quei quattro giorni, sono grata a chi ha condiviso la sua esperienza, i suoi pensieri e la sua expertise dal palco. Avrei solo voluto trovare più persone simili a me (perchè per esperienza, quando si tenta di essere noi troppo simili agli altri, non finisce mai bene).