come costruire contenuti efficaci web

All’avventura, sul web e in montagna, con i Warriors On The Road

Sono alla seconda di #lemiecausesparse e già mi trovo a fare un’eccezione. Quella che vi sto per raccontare è una realtà che si sa comunicare benissimo e, anzi, la loro comunicazione è così genuina che è un piacere guardarla: seguire i Warriors On The Road è un ottimo modo per capire come realizzare contenuti efficaci per il web. Il motivo per cui questi due ragazzi non hanno ancora fatto il botto è perchè non gli interessa. Il loro obiettivo è divertirsi e far divertire le persone, in particolare le famiglie con bambini piccoli residenti nel loro comune, grazie alla montagna e alla buona compagnia.

Tutto è iniziato perchè Mario si stava annoiando mentre era in vacanza con i suoi amici e così sono nati i Warriors On The Road

Mario e Beppe, i due Founder di Warriors On The Road, sono due amici “da quando eravamo piccoli così”. Insieme vanno in vacanza con le famiglie, Beppe è stato testimone di nozze di Mario e Mario c’è sempre quando Beppe lo chiama. Pragmatici, amanti della natura e della montagna, un anno fa sentono che vorrebbero trovare un gruppo di persone con cui andare a fare camminate, biciclettate e serate spensierate. Non lo trovano e così decidono di inventarselo.

Prima regola dei Warriors on the Road è dire a tutti cosa sono i Warriors on the Road

Prima ancora di organizzare le prime attività, Mario e Beppe creano una pagina Facebook, un profilo Instagram e un canale YouTube e chiedono a tutti i loro amici e conoscenti di iniziare a seguirli. E siccome sono simpatici, tutti accettano volentieri. I primi post risalgono a una vacanza tra amici in bicicletta e poi all’avventura di Beppe in Irlanda. Non vale dite voi, e perchè mai, come amano dire i due fondatori: è pur sempre uno di noi due che fa cose.

Ma cosa fanno i Warriors On the Road?  Per rispondere a questa domanda, Mario e Beppe hanno fatto un divertente video e l’hanno postato su YouTube. Lascio parlare loro, ma se avete poco tempo riassumo in questo modo: due sono le anime dei Warriors, come due sono i fondatori.  Mario, giovane papà del piccolo Federico, organizza le passeggiate in montagna, adatte a tutti, così che anche chi non si è mai avvicinato a questo tipo di viaggio può partecipare. “Le nostra passeggiate non hanno limiti di età, puoi venire se hai 0 o 99 anni, per noi non importa, se ci sei ci fa piacere“, dice Mario nel video, e infatti qualche settimana fa i Warriors hanno organizzato La passeggiata dei bambini (e dei papà), che, magari, ogni tanto alle mamme fa piacere andare in piscina da sole, per dire. Beppe invece organizza camminate, biciclettate e aperitivi al bar del paese – Trecate, in provincia di Novara – aperte a tutti, a cui ormai partecipano  decine di persone.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=TQ7NukluWA4]

La seconda regola dei Warriors on the Road è che non devi pagare niente per essere un Warrior

Quando Mario e Beppe hanno deciso di iniziare questa avventura hanno deciso che tutti possiamo essere Warriors. Dunque, partecipare alle attività è gratuito e moduli di iscrizione, tessere di appartenenza, quota associativa non sono minimanente richiesti. L’unica cosa che chiedono Mario e Beppe è di scrivere loro una mail se si è interessati a partecipare alle attività o se, dopo che li si è fatto e non si può più partecipare, di avvisare che non andrete.

La parità di genere Warriors Style

Il modello di paternità proposto dai Warriors mi piace tantissimo. Siamo lontani dal modello del padre, padrone e lavoratore, eroe vincente, che la nostra società ancora promuove e vorrebbe. E anche daI modello di mamma che se ne sta a casa mentre i papà vivono grandi avventure. I papà dei Warriors sono punti di riferimento dei loro figli, camminano di fianco allle loro mogli e compagne, si lasciano guidare da chi ne sa di più (sindrome del maschio alfa, anyone?) e si divertono da morire lontano dagli obblighi in cui sono infilati. Donne e uomini nei Warriors, forse anche volutamente all’inglese che non ha genere, sono eguali. E partono all’avventura insieme.

Perchè, se ti occupi di comunicazione o hai un piccolo brand, dovresti seguire i Warriors e prendere esempio da loro

Mario e Beppe non sono comunicatori. Non hanno un’azienda e non hanno mai fatto un corso di social media whatever. E tuttavia, comunicano molto meglio di molte aziende per cui ho lavorato. Come racconta Cecilia Sardeo, guru del digital business, in questo video, sono tre i fattori che oggi fanno la differenza sul web e nella vita reale quando si parla di comunicazione e di contenuti: autenticità, valore e cuore. Come ho detto prima, Mario e Beppe non sono professionisti della comunicazione. Sono però due papà&zio, appassionati di montagna, che vogliono rendere la vita delle proprie famiglie e dei propri concittadini un po’ migliore attraverso iniziative che coinvolgono adulti e bambini, portandoli fuori dal contesto quotidiano a giocare a contatto con la natura.

Questo già lo sapevano fare, quello che hanno dovuto imparare è stato come farlo sapere alle persone giuste. Allora, hanno iniziato a studiare, a chiedere a chi fa questo lavoro come poter fare (e da quella chiacchierata con Mario al tavolo della sua cucina mentre Federico, suo figlio, e Michela, sua moglie, mi offrivano focaccia e salame, è nata questa causa sparsa) e, per prove ed errori, si sono messi alla prova con i social media, il video editing, il personal branding, la ricerca di sponsorship e gli eventi,  cose tanto comuni per gli addetti ai lavori quanto lontane dalle loro vite ed esperienze lavorative.

Come costruire contenuti efficaci per il web: il Warriors style

Perchè infatti le persone scelgano di seguire il tuo profilo Instagram, o di leggere i tuoi articoli o di partecipare ai tuoi eventi, nei contenuti che produci, ovvero nelle storie che racconti, devono essere sempre presenti questi tre elementi:

  1. Autenticità: quello che racconti deve essere il più vicino possibile alla realtà, la tua o quella che ti sei inventato, non importa, purchè vi aderisci in maniera sempre coerente. Racconta chi sei e cosa fai, mettici la faccia, il nome e cognome. Renditi riconoscibile attraverso lo stile, il tono di voce, la scelta di colori e immagini. Entra in relazione con i tuoi lettori, clienti, follower in maniera sempre particolare e coerente.

Autenticità Warriors Style

La stessa autenticità che li contraddistingue nella vita reale, si ritrova nella loro comunicazione. Cosa fai quando fai un errore? Probabilmente cercherai di nasconderlo. Ecco invece cosa hanno fatto i Warriors quando, per la prima volta, Facebook ha bloccato uno dei loro video perchè non avevano pagato i diritti d’autore della musica che avevano scelto (clicca sull’immagine per guardare il video):

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2. Valore: i tuoi contenuti devono essere utili a qualcuno. Lo spiega molto bene Chiara Gandolfi, esperta di branding che ho iniziato a seguire da qualche tempo, nel suo ultimo post: quando racconti la tua storia, soprattutto se è la storia della tua azienda o del tuo progetto, parla di te in funzione di quanto quell’informazione serve ai tuoi lettori. Inserisci sempre un elemento pratico nei tuoi contenuti; parla ai tuoi lettori con costanza, abituali ad ascoltarti; e ricordarti, oltre a dare tutte le informazioni che vuoi, di far sorridere chi ti legge. Stare simpatici è un buon modo per far sì che le persone abbiano voglia di tornare ad avere a che fare con te.

Warriors Style

La seconda regola dei Warriors è che tutti possiamo essere Warriors. Mario e Beppe questo non lo dimenticano mai. Anche se non sei un genitore, se non sei mai andato in montagna, se non abiti nel loro territorio, insomma anche se non hai nessuna caratterstica del target dei Warriors, sei il benvenuto lo stesso. Per permetterti di partecipare, prima di ogni evento i Warriors condividono consigli, piccoli trucchi e linee guida con chi li segue; offrono eventi differenti, dalle pizzate alle passeggiate in montagna; e si fanno supportare da sponsor locali per garantirti che qualunque cosa succederà, andrà tutto bene, come quella volta che hanno permesso ai papà e alle mamme di portare in passeggiata anche i più piccoli della famiglia grazie ai prodotti di un negozio locale di abbigliamento e accessori per neonati.

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3. Cuore: trasmetti in ogni contenuto che produci la passione per quello che fai. Tu devi essere il primo ad essere convinto che la tua proposta, il tuo prodotto, la tua azienda, sia proprio la cosa giusta che è capitata al tuo lettore, cliente, follower. Se non sei convinto tu di te stesso, come potranno esserlo gli altri (note to self)? E, secondo aspetto di questo punto, non dimenticare di ascoltare chi ti segue. I social oggi danno la possibilità di capire se quello che stiamo raccontando è utile e appassiona chi ci segue. Senza entrare nel merito delle analisi complesse da professionisti del settore (vedi, sentitment analysis, per esempio), è  sufficiente dare un’occhiata ai like, alle reaction positive e ai commenti che le persone lasciano

Warriors Style

Mario, Beppe e tutti i Warriors sono simpatici e non si può non volergli bene. Entrambi hanno una famiglia e un lavoro a tempo pieno, ma trovano sempre le energie per organizzare il prossimo evento. La passione che li muove, il divertimento che provano sono il motore delle loro iniziative e sono evidenti, con autoironia e genuinità, in ogni loro comunicazione.

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perchè no dire come stai

Come stai?

Bene, e tu?

Quante volte rispondi così anche se non è vero per niente.

Come stai?

Benebenetu?

Questa è l’equivalente di: dai, tanto lo so che non te ne frega niente, manco a me, per cui andiamo avanti con le cose serie. Se abiti nei dintorni di Milano, ti capita spesso di dire queste frasi accompagnate da zigomate a simulare due bacetti.

Nei Paesi anglofoni e nei Paesi a lingua spagnola almeno sono più onesti. Aggiungono il “que tal/come va” direttamente al saluto e non si aspettano nessuna risposta in cambio. Ricordo ancora i miei maldestri tentativi quando a New York le persone mi salutavano “Hey, how you doin’?” e io partivo in quarta con la descrizione della mia giornata. Dopo il secondo sguardo spaesato, ho iniziato anche io a rispondere la stessa cosa.

In Italia invece siamo proprio interessanti. Non ci accontentiamo di chiederci a vicenda “come va?”, traduzione più vicina alle forme spagnole e inglesi, vogliamo proprio sapere come stiamo. Ce lo chiediamo continuamente, per telefono, via email, in ufficio, a casa. E rispondiamo metodicamente: bene, e tu? Quasi che rispondere qualcosa  di diverso sia insopportabile.

Oggi, sul treno che mi portava a casa, mi sono chiesta:

Perché ci chiediamo come stiamo anche se in realtà non vogliamo saperlo? Perché scegliamo di rispondere solo quello che pensiamo che gli altri vogliano sentirsi dire?

Per convenzione sociale, potrebbe essere una prima e buona risposta: gli altri si aspettano da me che io chieda come stanno, ma non si aspettano che io li ascolti davvero e, allo stesso modo, si aspettano che io stia sempre bene, per cui, per evitare problemi e perdite di tempo, dichiaro di stare bene, anzi di più, benebene. Le convenzioni sono come olio per la nostra società, fanno scorrere bene gli ingranaggi e la macchina continua a funzionare.

Perché dobbiamo sempre stare tutti bene, con la fatica che facciamo a vivere, non possiamo vivere male. Questa è un’altra risposta. Noi siamo il primo mondo, siamo i privilegiati, abbiamo un lavoro, ci “facciamo il culo”, lavoriamo tutto il giorno, guadagnamo due lire, noi dobbiamo stare bene ed essere felici di quello che abbiamo. Perché se vivi come viviamo noi, non puoi essere triste, se ti piace il tuo lavoro, non lavorerai mai un giorno in vita tua (a questo proposito, ti consiglio di leggere questo bellissimo articolo del New York Times che dimostra come con questa frase il capitalismo contemporaneo sia riuscito a giustificare agli occhi dei lavoratori ogni tipo di sfruttamento).

Perché le persone che stanno bene sono le persone che producono, e quindi consumano, di più, questa è una terza e altrettanto buona risposta. Nella società della performance, dove siamo assimilati a prodotti che devono garantire profitti, non possono esistere prodotti difettati. E se da un lato facciamo a gara a chi è più stanco e lavora di più, dall’altro nelle nostre aziende valutiamo persino la performance del nostro stato emotivo ed esistenziale chiedendoci “che voto ti dai oggi?”.

perchè no dire come stai

Perchè hai il diritto di dire “non sto bene”, se non vuoi dare la risposta che danno tutti

Non la senti anche tu quella voglia di rispondere che no, oggi non sto bene, e no, per la verità neanche ieri, anzi, è un periodo proprio di merda, non so dove sto andando, so che qui dove sono non mi piace, non so cosa fare e tutte le volte che vorrei raccontarlo a qualcuno capisco che agli altri non interessa. Qualche giorno fa una mia ex collega ha postato una storia su Instagram in cui raccontava di essersi licenziata dal suo posto di lavoro per l’ambiente tossico in cui si era costretta a stare per più di un anno, senza avere già un’alternativa pronta.

Le ho scritto per dimostrarle la mia ammirazione (mi vedresti prendere una decisione senza avere un piano alternativo per ogni lettera dell’alfabeto? Ecco appunto) e lei mi ha risposto che, cosa totalmente inaspettata, stava ricevendo tantissimi messaggi di supporto che le avevano lasciato intravedere tante storie come la sua, di difficoltà, sfruttamento, umiliazione e insoddisfazione, e l’avevano fatta riflettere sull’esistenza di chissà quante storie come la sua  che si nascondono dietro la facciata di vite perfette. Condividere il peso, aiuta ad affrontare la fatica. Raccontarci come stiamo davvero, può aiutarci a stare bene, davvero.

Perchè hai il dovere di non chiedere “come stai”, se non vuoi sentire una risposta diversa

Piuttosto, chiedi come va. Le parole hanno un potere e un significato ben preciso. Se chiedo come stai, metto te al centro del discorso, per cui ti sto dimostrando un interesse specifico e puntuale. Se invece chiedo come va, metto le cose che fai, e non ciò che sei, sotto la lente di ingrandimento, per cui sto dimostrando un interesse rivolto a uno spazio meno intimo ed esistenziale.

Perchè se non sai cosa dire, è meglio non dire niente

Abbiamo abbassato a formula di cortesia una delle domande più belle che la nostra lingua può produrre. “Come stai?” è una delle domande più aperte che possano esistere, per rispondere potremmo metterci ore. Dare questa risposta, sincera, e accoglierla, senza paura, è forse una delle più belle forme di incontro. Allora, se non sai cosa dire, se non sai come iniziare una mail o una telefonata, piuttosto non dire niente, anche se hai paura di suonare indelicato o anche se ti hanno detto che è meglio fare così.