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Respira. È weekend

Ieri al lavoro ho preparato il testo per un post su Instagram che sarebbe stato pubblicato il prossimo sabato. Ho cercato di immaginare come avrebbero voluto sentirsi i follower di quel brand  leggendo il testo che stavo preparando. L’empatia, la capacità di ascolto e l’analisi nel mio lavoro vanno di pari passo con la creatività. Quando creo un contenuto cerco sempre di partire dalla persona che lo leggerà e da come voglio che si senta.

Il post doveva essere programmato per le 14:00, ora in cui quel brand ha il picco di visualizzazioni su Instagram. Mi è venuto spontaneo immaginare me stessa, dopo pranzo, il salotto poco illuminato e mi sono detta che avrei voluto sentirmi serena, leggera, felice che fosse sabato e di non aver niente da fare. Ho imparato ad aprezzare  il sabato libero dopo un anno in cui ho lavorato anche nel weekend per inseguire un’idea che si è rivelata essere non proprio grandiosa.

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Sabato prima di Ferragosto, sangria sulla spiaggia

Anche così, la mia settimana è frenetica. Da quando metto la tazza della colazione nel lavello inizio a correre e non mi fermo fino a quando non metto l’ultimo piatto della cena ad asciugare nell’acquaio. In mezzo ci sono tre mezzi di trasporto, l’ufficio, le richieste assurde, i pranzi davanti al computer, la spesa, messaggi vocali da ascoltare, amici bisognosi di una mano, riunioni, aperitivi, panni da stendere, treni in ritardo o che partono in anticipo, bicchieri di vino e serie tv sul divano. E non sono di certo l’unica. I numeri più recenti dicono che le donne italiane lavorano 40 ore alla settimana per la cura della casa e dei loro cari, che il mental load, ovvero il “pensare alle cose di casa”, è ancora tutto femminile  e che l’85% del lavoro domestico è tutto sulle nostre spalle.

Le donne sono anche quelle che se in casa tutto deve filare liscio e al lavoro pure, guai se non siamo perfette sempre

Secondo l’ultimo rapporto di Lean In e McKinsey sulla condizione delle donne sul mercato del lavoro e in ambito lavorativo, le donne tendono a sottostimare il proprio lavoro rispetto agli uomini, vengono testate sulle soft skills più che sulle competenze tecniche e i loro traguardi ed errori vengono ricondotti al loro stato emotivo più che alle loro capacità, competenze o al loro operato (se tenti di esporre le tue ragioni, secondo gli altri hai sempre le tue cose).

Quando cercano lavoro, le donne tendenzialmente aspettano di soddisfare i criteri richiesti dai selezionatori al 100% prima di presentarsi per una determinata posizione lavorativa. Agli uomini, dice il report, basta il 65%. Questo non significa che gli uomini siano meno capaci, o più incoscienti, semplicemente sentono meno il peso di questa ricerca incessante di perfezione che il genere femminile si vede richiedere sin dalla prima infanzia. Le brave bambine non si sporcano, le brave bambine non dicono parolacce, non sollevano la gonna, finiscono i compiti e aiutano la mamma. E voler sempre essere perfette è sfiancante.

Il modello di adultità a cui la contemporaneità ci chiede di conformarci è la ciliegina sulla torta. E non ha differenze di genere

Nella nostra società i giovani adulti, se hanno un lavoro, sono quelli che corrono sempre, che fanno orari assurdi al lavoro e che fanno sempre a gara tra loro a chi è più stanco. Sono quelli che calcetto il martedì, yoga il mercoledì, la corsa in pausa pranzo, l’aperitivo il venerdì o la domenica, la birretta post lavoro e Netflix dopo cena sono il massimo a cui appetire durante la settimana.

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Immagine presa dai social

Per noi giovani adulti di oggi, il weekend è sacro. Passiamo tutta la settimana a sognare il weekend e tutto il weekend ad avere gli incubi sulla settimana

Vi suona familiare? Ecco, prima ancora di chiedermi perchè mai abbiamo deciso di incastrare noi stessi in questa folle routine, la prima cosa che mi viene in mente è che tutto questo è molto stupido. Anzitutto, perchè negli USA vivevano così negli anni ’90 e quando si sono accorti che non solo le persone iniziavano a non stare bene, ma persino l’economia ne risentiva, dato che sei stanco tendenzialmente nel weekend stai a casa e non vai a fare shopping (sì, oggi c’è Amazon, per cui è un po’ diverso), hanno iniziato a pensare a un’organizzazione del lavoro diversa. In Europa ci stiamo arrivando adesso, non siamo assolutamente i più stakanovisti (i greci e, in generale, chi vive nell’Est Europa lavora più di noi), ma lavoriamo comunque di più di danesi, belgi e svedesi che stanno sperimentando le sei ore al giorno di lavoro e vedono comunque la propria economia prosperare. Ma quanto sarebbe bello lavorare meno e guadagnare lo stesso? Se lavorassimo a turni di sei ore al giorno, tra l’altro, potremmo lavorare tutti quanti.

Teorie economiche campate in aria a parte, c’è un altro motivo per cui lo trovo molto stupido. E il motivo è che tutto questo lavorare non ci rende felici per niente

Sì, anche voi che siete fan di quella massima che, attribuita a Steve Jobs, è divenuta il motto dei nostri manager (guarda caso, non tanto quello di noi sottoposti) e per cui se fai il lavoro che ti piace non lavorerai mai un giorno in vita tua. Lo spiego in parole semplici: io adoro i dolci, veramente, li adoro. Non me ne stancherei mai, lo so. Ma se inizio a mangiare solo dolci per dieci ore al giorno, cinque giorni su sette e per undici mesi all’anno, credetemi: dopo un po’ smetterei di mangiare torte e gelati anche io.

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“La felicità è una fetta di torta”: si fa quel che si può

Da quando uno stile di vita incentrato sul lavoro è diventato sinonimo di felicità? A porsi questa domanda è Erin Griffith sul New York Times in un articolo pubblicato a gennaio e che si intitola “Perchè i giovani adulti fanno finta che lavorare gli piace?“. Nell’articolo Griffith propone un’interessante lettura di questa attitudine così comune tra nostri coetanei: secondo Griffith questo modo di pensare il lavoro, non sarebbe altro che un colpo di coda del caro vecchio capitalismo occidentale che, ormai esploso e rantolante, tenta di risorgere dalle ceneri di noi giovani lavoratori. Così, portiamo avanti le nostre passioni perchè in quel campo costruiremo la nostra carriera, se siamo molto bravi, fortunati e raccomandati; vediamo il lavoro come un privilegio, per cui è sensato sacrificare tutto il resto; lasciamo che le nostre relazioni, la nostra identità e le nostre appartenenze si costruiscano nel tempo del lavoro, perchè nel tempo libero, che è sempre più poco, riusciamo a pensare solamente a noi stessi.

Io sono del parere che, per quanto possiamo amare il nostro lavoro, non lo ameremo mai quanto amiamo il nostro tempo libero

E questo anche se facciamo il lavoro più bello del mondo. Ed ecco che torniamo indietro, al post da cui è partito tutto. Gli Eugenio in Via Di Gioia, che amo sin da quando li sentivo suonare alle feste universitarie, hanno scritto una canzone che si intitola Inizia A Respirare. Una canzone molto bella che inizia così:

Cosa farebbe un uccellino se potesse uscire dalla gabbia?
Volerebbe via
Cosa farebbe un leone se potesse uscire dallo zoo?
Ehm ehm, prima ti sbranerebbe e poi tornerebbe a casa
Cosa faresti tu se potessi essere libero?
Cosa faresti tu se potessi essere libero, davvero?
Sceglieresti di restare?
Sceglieresti di andartene?

Your biggest assets are time and money, ovvero, le tue risorse più importanti sono il tempo e il denaro

Non ricordo da dove venga, ma ho sempre trovato questa frase epifanica. Mi ricorda che non posso buttare via il mio tempo nello stesso modo in cui non butto via i miei soldi: entrambi, infatti, sono fondamentali per la mia sopravvivenza. Mi ricorda che  il tempo ha valore, che le mie energie hanno un valore, e rende fondamentale capire dove ha più senso impegnarli affinchè portino davvero frutto. Per questo, in particolare in questi ultimi mesi, oltre che cercare il più possibile di fare il lavoro che mi piace – perchè se anche fosse come dice Griffith e questo modo di pensare è la gabbia dorata del post-capitalismo, comunque credo renda più semplice il tutto e sono consapevole del fatto che comunque dobbiamo pur sempre guadagnarci da vivere, solo non è detto che dobbiamo farlo per forza così – sto cercando di fare spazio (abbiamo imparato al liceo che la vera relazione tra spazio e tempo non passa per la velocità, ma per lo stress) e sto cercando di rallentare, di non correre se non è strettamente necessario, di far valere tutto il mio tempo, di dedicarlo a chi e a ciò che conta davvero e per cui io conto davvero. E di respirare tutti i giorni, non solo nel weekend.

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Io, i turisti, Barcellona

Ho deciso di andare a Barcellona, all’ultimo. Amalija mi ha proposto di raggiungerla per un weekend durante le sue vacanze e io non ho saputo dirle di no. Una decisione presa d’impulso per un viaggio diverso da quelli che faccio di solito e che inizio a programmare mesi e mesi prima.

Questa fuga di quattro giorni poteva essere perfetta per me, ma non per Barcellona. Negozi chiusi, una miriade di turisti, caldo afoso e prezzi alle stelle

Ho sempre voluto visitare Barcellona. Ci andai con i miei genitori quando ero piccola e ho sempre voluto tornarci. Me ne sono innamorata di nuovo e perdutamente guardando “Vicky, Christina, Barcelona”, in uno di quei rari momenti in cui ho avuto voglia di imparare qualcosa sul cinema anzichè accendere Netflix; ho iniziato a sognarla quando ho scoperto che assaggiare tanti cibi diversi in una sola cena si può e si chiamano tapas e me ne hanno parlato tutti così bene che volevo andarci anche solo per restare con le dita dei piedi sporche della sua polvere scintillante.

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Turisti nel quartiere ebraico di Barcellona durante un tour organizzato

Mentre ci muovevamo a zig zag tra gruppi di persone in passeggiata sulla Rambla, addocchiandoci a vicenda gli zaini perchè, ci avevano avvertite, ad agosto a Barcellona si riscontra un aumento significativo dei borseggi in quella parte della città dovuto all’incremento del numero di turisti presenti, io e Amalija cercavamo di intravedere la bellezza di questa città che, sono costretta ad ammetterlo, mi ha affascinato, ma non è riuscita a conquistarmi fino in fondo. Delusa, ho iniziato allora a guardarmi intorno a cercare quella bellezza che in tanti mi avevano raccontato.

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Giovani turisti riposano all’ombra nel Barrì Gotic di Barcellona

Ed è li che ho scoperto che la vera bellezza di Barcellona ad agosto siamo noi turisti

I turisti a Barcellona, oltre a essere tanti, sono rumorosi, si muovono in gruppo e il loro vociare invade le strade a tutte le ore del giorno e della notte. Vogliono mangiare solo tapas e paella e guai se trovano un menù-del-dia a più di 15€. Dal mio punto di osservazione privilegiato, ero infatti una di loro a tutti gli effetti, ho potuto osservarne i comportamenti e catturarli con la mia macchina fotografica. Come mi era accaduto già a Perugia durante il Festival del Giornalismo, di fronte alla situazione un po’ deludente, ho rivolto la mia attenzione a chi, come me, sedeva tra il pubblico. E ho scoperto volti, comportamenti e situazioni davvero interessanti che mi hanno fatto riflettere anche sul mio modo di viaggiare.

Turista si fa un selfie al Park Guell

Il comportamento più buffo e interessante che ho potuto osservare tra i turisti che, come me, hanno invaso Barcellona durante questo agosto, è la tendenza a farsi fotografare, o a fotografarsi, di fronte a ogni paesaggio, monumento o luogo di interesse. Poichè sempre più spesso si tratta di selfie, probabilmente solo il 40% dello scatto conterrà l’immagine del luogo e per il 60% il nostro volto sorridente. Non si capisce se è perchè sentiamo il bisogno di testimoniare che in un luogo ci siamo stati, se rimpiangiamo le cartoline e allora postiamo i nostri auto-scatti nelle stories di Instagram (colpevole!) o se, più semplicemente, ci piace sentirci protagonisti delle nostre stesse vacanze (e delle nostre vite). Un po’ come quelli che si fanno fotografare di fronte a un monumento, solo che sono in quinta fila e quindi alla fine si fanno fotografare davanti a un muro di persone che a sua volta si sta facendo fotografare in un gioco infinito di viene-prima-l’uomo-o-la-macchina-fotografica.

Turisti in posa al Park Guell

Un altro comportamento interessante dei turisti, che ho potuto riscontrare anche in altri luoghi, è la tendenza a fotografare le opere d’arte nei musei. Mi sono sempre chiesta perchè lo fanno. La mia professoressa di storia dell’arte del liceo lo faceva perchè amava insegnarci a ricordare le informazioni e le letture a più livelli di un’opera d’arte grazie alla memoria visiva: guardando la sola fotografia di un’opera io e i miei compagni di classe abbiamo imparato a ricostruirne la storia e i significati e a collocarla nel continuum della storia dell’arte. Immagino, quindi, che ci siano persone che scattino fotografie delle opere per ricordarsele meglio o perchè insegnano in un liceo. C’è chi poi, come il mio amico Paolo, ama condividere dettagli dell’opera sul proprio profilo Instagram: per condividerne la bellezza, rendendo l’opera fruibile anche a chi non è fisicamente presente nel museo. In una sorta di coeducazione social all’arte. Molti musei, come la Triennale di Milano ad esempio, la pensano come Paolo e infatti propongono hashtag e modalità di condivisione degli scatti che i visitatori sono invitati a condividere sui social.

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Turisti al Museo di Picasso fotografano Las Meninas

Addirittura ci sono musei la cui esperienza è interamente costruita sul dare per certo che i visitatori scattino fotografie delle opere: il MAUA, museo di arte urbana che ho conosciuto durante una ricerca per un articolo che ho scritto e in cui consigliavo cinque modi per vivere e riscoprire la propria città come turisti, rende fruibili contenuti informativi in tempo reale grazie alla realtà aumentata a partire dalle fotografie delle opere fatte dal visitatore con il proprio smartphone durante la visita. Sono molti i musei che stanno andando in questa direzione. Due anni fa partecipai a un evento a Firenze che si intitolava “Museum Digital Transformation” in cui esperti di User Experience si interrogavano insieme a curatori dei musei più importanti d’Europa sulle potenzialità del digitale per l’esperienza museale.

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Turisti utilizzano il proprio smartphone per accedere ai contenuti informativi di questa casa museo di Gaudì

Il problema dei troppi turisti a barcellona tra soluzioni istituzionali e soluzioni creative dal basso

Che a Barcellona il turismo sia più un problema che una benedizione non è, purtroppo, una novità. Già nel 2017 il Comune del capoluogo catalano aveva tentato di regolamentare gli accessi alla città attraverso un piano per la riduzione del turismo, approvato e non ancora divenuto effettivo. Secondo l’ultimo report dell’ente per il turismo di Barcellona la città accoglie più di 30 milioni di turisti ogni anno e continua a perdere abitanti, che, complice l’invivibilità della città in particolare nei mesi estivi, sono scesi a 1.6 milioni già nel 2016. La scorsa primavera, poichè le previsioni davano un aumento del 12% di turisti per l’estate 2019, il Comune di Barcellona ha lanciato una campagna di comunicazione per sensibilizzare cittadini e turisti a una buona convivenza reciproca.

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Uno dei poster della campagna di sensibilizzazione del Comune di Barcellona per l’estate 2019

Gli abitanti del quartiere Gracia, conosciuto come quartiere degli artisti, hanno trovato un loro modo per contrastare il turismo di massa che qui, denunciano, sta assumendo i tratti di una vera e propria gentrificazione, termine tradotto dall’inglese gentrification coniato dalla sociologa inglese Ruth Glass per identificare l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana risultanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante o dall’arrivo di popolazione benestante in seguito all’incremento degli affitti.

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Il manifesto degli abitanti di Gracia (la foto è di Amalija)

Questo secondo caso è quello che starebbe accadendo a Gracia secondo gli abitanti: gli affitti degli immobili che vengono innalzati durante l’altra stagione turistica influenzano il mercato rendendo così difficile vivere nel quartiere per chi ci abita in modo stabile tutto l’anno. Per contrastare il turismo di massa e la gentrificazione del proprio quartiere, gli abitanti di Gracia hanno deciso, come si legge nel manifesto riportato qui sopra,  di riappropiarsene nei mesi estivi attraverso feste di quartiere che durano tutta l’estate, in opposizione anche alle grandi feste organizzate dalle istituzioni a beneficio dei turisti. Una festa contro il capitalismo è la protesta più bella che io abbia mai visto e da cui, penso, tutti dovremmo prendere esempio.

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Se Romeo e Giulietta fossero nati nel 2000

Essere parte di un’orda di turisti invasori a tutti gli effetti mi ha fatto riflettere molto e mi ha permesso di diventare più consapevole del mio modo di viaggiare.

Spostando la mia attenzione sulle persone ho potuto capire quanto pesa l’impatto di un passo estraneo in una città, di una bottiglia di plastica dimenticata su una spiaggia, di una discussione sui massimi sistemi su una panchina di notte, che ci sembra così importante da non poter proprio rimandare. Sono convinta che, da viaggiatori, dovremmo sempre ricordarci di trattare con rispetto tutti i luoghi, così come trattiamo con rispetto, si spera, casa nostra. Ogni luogo che visitiamo è casa di qualcuno, umano o animale, e, come tale, va rispettato.

In questa vacanza ho deciso di voltare l’obiettivo della macchina fotografica verso le persone e ho cercato di usare di meno anche lo smartphone. Tornerò sicuramente a Barcellona. Ci tornerò in un periodo meno affollato, alla ricerca di quella meraviglia che hanno i bambini quando vedono un luogo nuovo per la prima volta. E in questa vacanza ho imparato che quella meraviglia, quando la trovo, me la voglio tenere stretta.

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Bimbo pirata che si diverte un mondo al Park Guell