Dollypartonchallenge: non solo uno stupido trend su Instagram

Poco prima di Natale mi è stato chiesto di partecipare come docente a un corso promosso da Enaip sulla professione del comunicatore. In questi giorni ho iniziato a pensare a come poter impostare la lezione che mi è stata assegnata, come utilizzare Facebook per la promozione culturale, e ho deciso di partire dal trend social del momento approdato da un paio di giorni su Instagram.

Si chiama #dollypartonchallenge e consiste nel postare un collage di quattro foto che rappresentano la nostra identità sui quattro social network più diffusi del momento: LinkedIn, Facebook, Instagram e Tinder (ho visto anche versioni con Grindr e WhatsApp).

Dollypartonchallenge cos'è comunicazione donne perfezione

Ma chi è Dolly Parton?

Secondo quanto riporta Wikipedia, Dolly Rebecca Parton è una cantautrice, attrice e musicista statunitense, celebre soprattutto per il suo contributo al genere country. Si è guadagnata l’appellativo di “regina della musica country”, con venticinque singoli giunti in vetta alle classifiche statunitensi e quarantuno album in top ten. Nel 2011 ha vinto un Grammy Awards alla carriera. Sempre Wikipedia svela che la pecora Dolly, che quando eravamo piccoli ci guardava con i suoi occhioni clonati dallo schermo del televisore, dovrebbe il suo nome proprio alla cantante. Due giorni fa ha lanciato su Instagram un meme per rendere onore alle donne che si fanno in quattro, letteralmente in questo caso, e fanno tutto splendidamente. Subito hanno aderito star di Hollywood, persone comuni e, persino, animali.

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Cosa insegna il #dollypartonchallenge a chi fa comunicazione?

Il medium è il messaggio, scrisse Marshall McLuhan nella seconda metà del secolo scorso. Cosa significa? Significa che il canale che scegliamo per veicolare un contenuto, ne trasforma non solo la fruizione, ma anche la forma stessa. La fruizione di un contenuto è il modo in cui tale contenuto viene consumato dal pubblico. La forma di un contenuto è il modo in cui il contenuto si presenta dal punto di vista visivo ed esperienziale, è fatta dalla relazione tra testo e immagine, dalla scelta delle parole e dei soggetti, dal tono di voce e dall’identità e personalità del brand, o della persona, che ne significa i contorni.

In tempi più recenti, e per gli addetti ai lavori, si parla quindi di “declinare i contenuti per canale“. Come non ci sogniamo di pubblicare nelle story di Instagram il Company profile della nostra azienda, così non pubblicheremmo mai su LinkedIn le foto della nostra festa di Laurea. Ogni canale, digitale, analogico, online o offline, ha infatti i suoi modi, i suoi tempi e il suo pubblico e se non li rispettiamo, rischiamo di fare come il naufrago che butta una bottiglia nell’oceano nella speranza che qualcuno trovi il suo messaggio e gli risponda (aspetta e spera).

Il #dollypartonchallenge può essere allora un utile bigino da tenere salvato tra i preferiti quando ci chiediamo come declinare i nostri contenuti sui diversi social in modo appropriato, affinché siano letti, commentati e condivisi. Che poi, è l’obiettivo di comunicazione di ogni post che facciamo (e questo avrà effetti positivi anche sugli obiettivi di marketing!).

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Ma attenzione: siamo sicure che riuscire a fare tutto sia quello che vogliamo davvero?

Ormai mi conoscete, se non lascio emergere la mia vena critica, non solo contenta. È solo un meme, direte, un hashtag che tra quattro giorni sarà presto soppiantato dal prossimo. Ma le parole sono importanti.Get you a woman who can do it all” può apparire come un messaggio positivo, le donne possono fare tutto, sarebbe bellissimo se fosse vero e pian piano ci stiamo riuscendo; tuttavia, dà anche voce a un pensiero, parte della cultura dominante, per cui la donna deve essere perfetta in ogni situazione.

Come Dolly Parton che è perfetta, diva, su tutti i social. Questo mette noi donne in una condizione continua di pressione e di performance che altro non è che un’altra forma di oppressione. Se le donne non perdessero tempo a essere perfette in tutto, probabilmente sarebbero alla guida di Nazioni tanto quanto gli uomini, a cui invece essere perfetti non è richiesto e probabilmente manco interessa.

Secondo il rapporto Women In the Workplace pubblicato da Lean In e McKinsey nel 2018, questa pressione sulla perfezione e sulla performance frena le donne nel loro percorso di carriera, poiché da un lato le donne ad esempio non fanno domanda per un lavoro se non soddisfano il 100% dei criteri richiesti, gli uomini solo il 60%, dall’altro contribuisce a nutrire la sindrome dell’impostore, tipica, secondo Valerie Young che ha studiato il fenomeno nel 2012, di donne e altri gruppi minoritari.

Pressione che lascia segni anche sul nostri corpo e sulle nostre relazioni. Ed è continua e costante e ci stressa tantissimo. Se tutte le nostre energie sono volte a essere perfette in tutto a dare sempre la versione migliori di noi in tutto, cosa che agli uomini non è richiesta, è chiaro che non ne avremo abbastanza per fare quel corso che ci interessa, prepararci per chiedere un aumento, lavorare per un futuro che ci vede protagoniste. Allora, meglio essere veramente brave in qualcosa e in scenari diversi, e meno brave in altro, che tanto non è vero che si è perfette in tutto.

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Sindrome dell’Impostore: perchè ho organizzato un workshop che ne parla

Perchè non ne ho trovato uno. E così è nato Cut It! workshop sulla Sindrome dell’Impostore, che sarà mercoledì prossimo a partire dalle 19:00 a Talent Garden Merano, in via Merano 16 a Milano.

Registrati subito qui, i posti sono limitati!

Una sera ero a letto, impegnata in quella pessima abitudine che è annoiarsi su Instagram prima di andare a dormire. A un certo punto il mio dito si è fermato, lo sguardo attirato da un post: don’t believe everything you think, non credere a tutto ciò che pensi.

Quando qualcosa non mi è chiaro, avvicino le sopracciglia e mando indietro la parte alta del collo, abbassando gli angoli della bocca. Penso proprio di averlo fatto anche quella sera. Che cosa voleva dire: non credere a tutto ciò che pensi? Se non credo a ciò che penso, a che cosa dovrei credere? Per fortuna, il collettivo femminile di Miami che aveva generato quella domanda su sfondo verde salvia, aveva deciso di accompagnare a quella frase una didascalia più che appropriata. Stavano promuovendo un evento che si sarebbe tenuto di lì a poco dal titolo “Impostor Syndrome is real“.

Mi è bastato fare una piccola ricerca su Google per capire che non solo la Sindrome dell’Impostore è reale, ma davvero può sabotare i nostri pensieri al punto che non crederci apparirebbe la soluzione più intelligente. E secondo i risultati di uno studio condotto l’anno scorso e pubblicato sull’International Journal of Behavioral Science, il 70% dei Millennials dichiara di aver vissuto almeno un episodio di questo tipo.

Sindrome dell’ Impostore: che cos’è?

Il termine compare per la prima volta nel 1978, coniato da due psicologhe statunitensi, Pauline Clance e Suzanne Imes. Ciò che Clance e Imes osservarono era la tendenza, in particolare nelle donne, di sentirsi inadeguate o fuori contesto in situazioni in cui avrebbero dovuto, invece, sentirsi perfettamente a loro agio, perchè in possesso di competenze riconosciute o perchè in percorsi di carriera virtuosi e di successo. In particolare, le donne con cui entrarono in contatto le due psicologhe sentivano in qualche modo di non essere abbastanza brave o preparate, per svolgere il proprio lavoro o per poter esprimere la propria competenza su temi in cui erano effettivamente esperte.

Solo paura o qualcosa di più profondo? Secondo le due ricercatrici molto era dovuto alla cultura in cui quelle stesse donne erano cresciute, una cultura dove, come suggerirà 31 anni dopo la filosofa italiana Maura Gancitano, ci è richiesto di essere solo delle brave bambine, che stanno al loro posto e sono perfette. Qualche anno prima, nel 2012, Valerie Young, avrebbe pubblicato un libro ” The Secret Thoughts of Successful Women”  interamente dedicato ai meccanismi di autosabotaggio che le donne di successo mettono in atto in seguito alla sindrome dell’impostore. Credere di dover sempre essere perfette e di non essere mai abbastanza, scrive Young nel 2012, porta infatti le donne a non farsi avanti, a sentirsi spesso inadeguate, a non raggiungere gli obiettivi che si sono preposte perchè non si sentono mai abbastanza. Ma il merito del lavoro di Young, oltre ad aver circoscritto maggiormente cosa significa sperimentare la Sindrome dell’Impostore, è stato anche e soprattutto quello di riconoscere che la Impostor Syndrome non è un problema solo femminile, ma colpisce in egual modo tutte le minoranze e i gruppi discriminati.

Perchè? Perchè il modello culturale con cui siamo cresciuti prevede che le nostre possibilità dipendano dal nostro genere, dalla nostra provenienza e appartenenza sociale ed etnica, dal fatto che possiamo camminare, vedere, sentire, parlare, oppure no. E per questo stesso modello culturale, se da un lato le donne devono essere sempre perfette e non dovrebbero sperimentarsi in contesti diversi dalla casa e dalla famiglia, gli uomini devono sempre sapere tutto, in particolare negli ambiti che sarebbero loro assegnati, carriera, lavori manuali ecc. Niente di più costruito, ma è si intessuto nella nostra identità durante il nostro intero percorso di crescita.

Ecco perchè per guidare Cut It! ho scelto una professionista dell’educazione, una pedagogista italiana specializzata nella clinica della formazione. Si chiama Paola Marcialis ed è docente a contratto di Pedagogia dell’Inclusione Sociale all’Università di Milano Bicocca. Con lei, SPOILER!, andremo a rielaborare i nostri vissuti per cercare di vedere come la sindrome dell’impostore si è intessuta nella costruzione della nostra identità e, così, capire come darci un taglio.

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Cut it! si terrà a Milano mercoledì 29 gennaio 2020 al Talent Garden di via Merano. Cut It! è stato organizzato in collaborazione con Lean In Milano e Talent Garden

Ti è mai capitato di mettere in dubbio quello che sai fare? Forse non è umiltà o essere realisti, ma Sindrome dell’Impostore

E a proposito di educazione. Sono stata educata a pensare, e forse anche tu, che tutto ciò che ho acquisito derivi dal portare a compimento il mio dovere. Raggiungere i traguardi in maniera impeccabile poteva sempre e solo essere l’unico modo possibile di laurearsi, eseguire le sequenze agli esami del corso di karate e suonare al saggio di violino. In fondo, non stavo facendo nulla se non fare quello che dovevo. Ho una carissima amica che, dopo quattro mesi in un posto di lavoro nel quale le è stato assegnato un incarico di responsabilità, mi dice che non ha idea del perchè l’abbiano assunta, perchè lei, in fondo, non ha le competenze necessarie. Questo, a discapito di una laurea, un master e di quanto stia lavorando sodo per imparare ciò che, ancora, non sa. Tra la sana umiltà e l’autosabotaggio il limite è sottile. Ma se la prima ti sprona a fare di tutto per migliorarti, il secondo ti blocca dall’inviare il CV per quel lavoro per senti che potresti esser perfetta, se solo… se solo non avessi la Sindrome dell’Impostore.

Come capire se hai mai sperimentato la Sindrome dell’Impostore

La risposta più facile, sarebbe suggerirti di fare il test che Valerie Young ha sviluppato come allegato del suo libro (lo trovi qui).
Se non ti piacciono le scorciatoie, puoi certamente fare il test quando avrai finito di leggere i diversi dispositivi di comportamento, attivati dalla Sindrome dell’Impostore, che Young ha raccolto nel suo libro.

Perfezionista: stabilisce così alte aspettative su di sè, che se non raggiunte al 99%, sono vissute come un fallimento. Questo tipo di dispositivo fa sì che chi lo sperimenta metta in discussione se stesso totalmente a ogni piccolo errore commesso.

Esperto: c’è sempre qualcosa da sapere, no? Questo tipo di dispositivo fa sì che la persona si senta sempre in difetto, in un circolo bulimico di sapere che non riuscirà mai a saziare la sua insicurezza.

Genio naturale: c’è sempre qualcosa in cui sentiamo di essere bravi naturalmente. Così, ogni volta che fare qualcos’altro ci costa fatica, non ci sentiamo in realtà affatto in grado di poterla portare a termine con successo. E questo ci fa sentire degli impostori anche in quegli ambiti in cui ci sentiamo bravi naturalmente.

Supererore: chi si ritrova in questo dispositivo, è così convinto di essere un impostore che studia continuamente nel tentativo di non essere smascherato. Inutile dire che vive a braccetto con l’ansia da prestazione.

Sindrome dell’impostore: come si sconfigge?

Bhe, se ve lo dicessi adesso, dovrei uccidervi.
Vi aspetto mercoledì a Cut It!