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Quarantene coraggiose: Fanny e il mare

La storia di Fanny, che sta trascorrendo la quarantena su un vascello nelle acque della Nuova Zelanda

Ho conosciuto Fanny durante il mio ultimo viaggio in Francia. Viveva a Boulogne Sur Mer e lavorava al museo marittimo di Dunkirk. Ogni giorno era costretta a viaggiare in auto per un’ora e mezza tra le due cittadine simbolo del Hauts De France. Per rendere il viaggio più piacevole e sostenibile, aveva aperto un account su Bla Bla Car ed è così che io e Amalija, la mia compagna di viaggio di allora, siamo finite nella sua auto.

Quando l’ho conosciuta Fanny era infelice. Conosceva il miglior ristorante di Boulogne Sur Mer, ma non riusciva a capire come migliorare la sua vita. Solo la settimana scorsa, quando l’ho contatta per chiederle di raccontarmi come fosse finita a trascorrere la qua quarantena a bordo di un vascello, ho scoperto questa parte della sua storia che non conoscevo.

Come ho fatto per i miei ultimi racconti di viaggio, lascio che sia lei a raccontarla.

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Fanny oggi

La quarantena di Fanny nell’equipaggio della Alvei

Faccio parte dell’equipaggio dell’Alvei, una nave d’alto bordo costruita più di un secolo fa, da quattro mesi. Siamo in quarantena dal 26 marzo, ancorati nel porto di Russel, in Nuova Zelanda. Dato che il livello di rischio per chi si trova sulla nostra situazione è medio alto, saremo in quarantena fino a fine maggio. Il mio quaran-team è composto dal nostro capitano e dal suo primo ufficiale, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, il secondo è un ingegnere australiano, il nostromo è anch’esso statunitense e poi ci siamo noi marinai semplici: io, due francesi, un inglese e una ragazza tedesca. Chiude la ciurma la nostra fantastica cuoca, che viene dal Sud Africa.

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Fanny e due compagni dell’equipaggio

Le nostre giornate in quarantena sono molto simili a quelle che avremmo trascorso in porto in una situazione normale. Dal lunedì al venerdì lavoriamo dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 17:30; nel weekend di solito siamo liberi. La giornata è scandita dai pasti, che la nostra cuoca annuncia suonando una campanella: dalla mia cuccetta riesco a indovinare cosa c’è per colazione, se muffin, pancake o omelette, in base al profumo che si sprigiona dalla cucina, ancor prima che lei suoni. Consumiamo i pasti nella cambusa e la colazione diventa occasione per fare il punto della situazione: ci rivolgiamo tutti verso l’enorme mappa dell’oceano Pacifico che abbiamo appeso al muro. Avremmo dovuto partire un mese fa e raggiungere Panama passando per le Galapagos, ma con la quarantena siamo rimasti bloccati qui.

Alla fine della giornata di lavoro siamo parecchio stanchi e sporchi. Prima della quarantena andavamo al porto a farci la doccia, ma ora, poichè dobbiamo limitare l’acqua dolce per cucinare e per bere, ci laviamo sul ponte con l’acqua di mare. Oppure, se siamo fortunati, durante un acquazzone. Quando vivevo in Francia, a Boulogne Sur Mer, la mia città natale, ero abituata a lavarmi i capelli tutti i giorni. Qui, invece, non mi preoccupa nemmeno sapere che non avrò vestiti puliti fino alla fine della quarantena! Vivere su una barca ridefinisce molto le priorità.

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Il ponte dell’Alvei

Anche la corrente è limitata. Abbiamo un generatore, che però possiamo accendere solo per qualche ora durante il giorno. Durante la settimana siamo sempre molto stanchi per il lavoro, per cui la sera dopo cena andiamo a letto presto. Nel weekend invece ci divertiamo, c’è chi legge, chi guarda qualche film, chi disegna, chi prova qualche piatto nuovo da far provare al resto dell’equipaggio. Quello che preferisco è quando giochiamo a nascondino o a Gatto e Topo: è super divertente giocarci nello spazio limitato e pieno di oggetti come quello di una nave! Amo i miei compagni di viaggio: siamo in quarantena da sette settimane e siamo riusciti a non litigare neanche una volta. Ci rispettiamo a vicenda.

L’Alvei ha più di un secolo. Il nostro capitano l’ha comprata l’anno scorso sulle isole Fiji: era così messa male che la sua fine più ovvia sarebbe stata quella di essere affondata. Ma non è stato così e quindi per rimetterla a nuovo il lavoro da fare è parecchio. Quando sono arrivata qui non sapevo neanche usare un cacciavite. Ora, invece, so lavorare il legno, il ferro, so aggiustare una rete da pesca e costruire una fune. Trascorrere la quarantena in questo modo non è affatto male: ogni giorno imparo qualcosa di nuovo.

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Fanny sfiletta un pesce appena pescato

Sono arrivata qui perchè nella mia vita di prima ero triste

Ho iniziato a navigare sulle navi d’alto bordo solo l’anno scorso. Anche se sono nata in uno dei porti più importanti che la Francia ha sull’Atlantico, non ero mai salita su un vascello. Lavoravo nell’organizzazione del Festival maritittimo che ogni due anni ha luogo a Boulogne Sur Mer. Durante l’ultima edizione ho conosciuto l’equipaggio del Pelican of London, un vascello inglese. Mi offrirono di andare con loro come volontaria in un viaggio breve, da Bristol a Dublino, quattro giorni di navigazione. Ci andai, mi innamorai e quattro giorni si trasformarono in tre settimane.

Il senso di libertà che senti per mare è unico: niente internet, niente telefono, sei solo tu e il mare. Il mio momento preferito è quando devo stare di guardia: è incredibile quanto si può conoscere di una persona durante un turno di quattro ore di veglia notturna, mentre il mare scorre veloce sotto la nave e le parole prendono forma insieme alla luce che precede l’alba. La nave diventa la tua casa, l’equipaggio la tua famiglia. Ogni tuo gesto ha un obiettivo: mantenere gli altri al sicuro. Alla fine della giornata vado a letto esausta, ma felice.

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Durante la veglia all’alba sull’Alvei

Sono fiera di me stessa perchè finalmente sto vivendo il mio sogno. Ho sempre amato viaggiare, ma a parte un Erasmus di tre mesi in Islanda o qualche vacanza, non l’ho mai fatto per davvero. A mancarmi, credo, sia sempre stata l’avventura. Ho incontrato il mio fidanzato quando avevo ventidue anni e siamo andati a vivere insieme nella città dove entrambi siamo nati. Lui aveva un lavoro che lo rendeva felice, un lavoro importante, di quelli a cui non rinunci. All’inizio sembrava anche a me di essere felice: avevo ventitre anni e avevo tutto, una casa,un fidanzato, la mia famiglia e i miei amici sempre vicino. Mi sentivo davvero amata.

A differenza del mio fidanzato, non ho mai avuto un lavoro che mi soddisfacesse particolarmente. Mi sono laureata in Storia dell’Arte e l’unico lavoro per me a Boulogne Sur Mer è stato un lavoro nel settore cultura del comune. Qualche volta mi capitava di lavorare su qualche progetto interessante, ma la maggior parte del tempo mi annoiavo a morte. Ho iniziato a sentirmi sempre meno capace e ho iniziato a perdere fiducia nelle mie capacità; sentivo che dato che non mi veniva mai chiesto di pensare, di usare il cervello, sarei presto diventata stupida.

Mentre lavoravo per il Festival marittimo il mio capo mi annunciò che avrebbero voluto offrirmi un contratto a tempo indeterminato. E, così, mi sono vista, come tutti i miei amici, avrei detto di sì, mi sarei sposata, avrei comprato casa, avrei avuto dei figli. Ho visto la mia vita dispiegarsi dritta di fronte a me: avrei vissuto nella mia città natale per sempre, con le stesse persone, con lo stesso lavoro che odiavo, facendo lo stesso percorso tutti i giorni dal mio appartamento al mio ufficio. Nessuna avventura.

Così ho mollato tutto

Lasciare il mio fidanzato è stata la cosa peggiore. Realizzare che dopo tanti anni insieme c’è ancora l’amore, ma a mancare è una visione del futuro condivisa, è stata veramente dura. Mi sono sentita veramente in colpa. Una volta di ritorno dall’Irlanda, dopo le mie tre settimane sul Pelican of London, ho fatto richiesta per il visto lavorativo in Nuova Zelanda e tre settimane dopo sono partita. Ora sono fiera di me stessa: sto vivendo l’avventura che ho sempre voluto vivere. Non mi sono mai sentita così libera e potente in tutta la mia vita. Ora so che posso fare tutto ciò che voglio e arrivare dove ho sempre sognato.

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Fanny al lavoro sull’Alvei

Quando la quarantena sarà finita

Credo che la prima cosa che farò quando la quarantena* finirà sarà camminare. Non si cammina molto su una nave e mi manca il contatto dei piedi con la terra. E poi farò una doccia calda e una lavatrice. Dopo, non ne ho idea. Il nostro capitano sta cercando una possibile rotta, forse andremo verso le Samoa. La pandemia ha reso qualsiasi panificazione impossibile. Avevo pensato di tornare in Francia per le vacanze estive, ma se dovessi scegliere dove passare la quarantena, sto meglio dove sono adesso! Mi piacerebbe andare a lavorare come marinaio in Canada l’anno prossimo, se sarà ancora possibile.

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L’Alvei

La quarantena di Fanny è finita il 13 maggio. Fanny ha festeggiato con una passeggiata fino alle docce pubbliche disponibili nel porto di Russel. E ora è pronta a salpare di nuovo.

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Non chiamatelo smartworking

L’emergenza Covid-19 ha creato lo spreadworking, il lavoro sparso ovunque nel tempo e nello spazio

Dall’inizio dell’emergenza Covid-19 il 15% della forza lavoro in Italia sta lavorando da casa in quello che viene chiamato smartworking. Ma senza orari e senza tutele, il modo di lavorare a cui molti di noi sono sottoposti non ha niente di smart. Sarebbe più corretto chiamarlo spreadworking, nel senso di sparso ovunque nel tempo e nello spazio.

La mia amica Sara lavora da casa da fine febbraio. In un solo mese ha trascorso quaranta ore, cioè un’intera settimana lavorativa, in riunione con il suo capo, più di venti ore di straordinari non pagati e di lavori urgenti chiesti alle otto di sera e il sabato mattina. Dopo quasi quattro mesi di spreadworking a suo marito sembra di essere sposato anche con il resto del suo team. Marco è in cassa integrazione da metà marzo, ma gli è stato richiesto di continuare a lavorare comunque da casa perchè, nonostante l’azienda, una grossa punta nel settore dei servizi, sia chiusa, è necessario che lui mantenga attive le comunicazioni con i clienti. Il risultato? Ha lavorato più di prima per settimane, non ha ancora ricevuto la cassa integrazione ed è vittima di mobbing da quando ha cercato di spezzare questo circolo vizioso.

Ad Antonella è stato chiesto, mentre era in cassa integrazione, spesso via WhatsApp e alle undici di sera, di entrare nei computer dei colleghi per leggere le loro email. Rosa, che lavora per un’azienda di medie dimensioni a conduzione familiare, riceve più di otto messaggi ogni giorno, quindici email e una media di cinque telefonate dal suo capo in otto ore di lavoro, a cui si aggiungono le mail e i messaggi su WhatsApp nel weekend. Suo marito ha sentito così tante volte la voce del suo capo risuonare per l’appartamento, che pensa di poterlo riconoscere anche senza averlo mai incontrato. Luca, che lavora per un’azienda nel settore dei servizi, ha attaccato al suo computer un post it su cui si legge: “Ricordati che stai parlando con una persona con problemi. Abbi pazienza“. Giulio, che lavora per un’azienda informatica, mi racconta di far fatica a dormire e di aver iniziato a prendere ansiolitici dopo tre mesi di spreadworking.

Evviva l’empatia del middle management

I nomi sono inventati, ma queste storie sono vere. Me le hanno raccontate persone che conosco, di persona o via social, persone che sto vedendo sfiorire, maltrattate da un lato da capi incompetenenti che non si fidano di loro e che in tre mesi di lavoro da casa non hanno ancora imparato a gestire un team, progetti e lavori da remoto; dall’altro dall’opinione pubblica: con il 45% dei lavoratori a casa da due mesi senza reddito, perchè la cassa integrazione ancora non è arrivata, lavorare da casa in questo momento è considerata una grande fortuna. E guai a chi prova a lamentarsi.

La prima difficoltà che incontrano i lavoratori e le lavoratrici in spreadworking è quella di non sapere quando si finirà di lavorare, di non poter più vivere un tempo privo da comunicazioni di lavoro, che si insinuano nello spazio domestico e nel tempo che un tempo si dedicava al viaggio verso casa, alla famiglia, a se stessi. La seconda è di non riuscire più ad associare alla casa, che antropologicamente è un luogo sicuro, dove ci sentiamo protetti dai mali del mondo, queste sensazioni positive: con lo spreadworking, come raccontava il marito di Sara, le tensioni dell’ufficio si siedono sul divano con noi, i problemi con i clienti si siedono sulle nostre gambe mentre ceniamo e spesso ci ritroviamo i nostri capi a letto con noi la sera prima di andare a dormire.

La terza difficoltà riguarda appunto avere a che fare con manager a cui, di come stiamo e del fatto che non stiamo lavorando bene, non interessa assolutamente niente. Neanche se è comprovato che gli stati d’ansia limitano la produttività. Manager che non hanno gli strumenti, professionali o cognitivi, per porre rimedio. Quando Gianluca, un altro lavoratore che mi ha consegnato la sua storia, ha fatto presente al suo capo di essere diventato un hot spot per le comunicazioni di due aree aziendali, per cui tutto il suo tempo era impiegato a gestire e organizzare la sola comunicazione interna ed era costretto così a finire il suo lavoro fuori orario, la soluzione adottata dal manager è stata semplicementre quella di sollevarlo dall’incarico e affidare quest’ultimo a un’altra persona, alle stesse identiche condizioni.

Lo smartworking dovrebbe essere incentrato sul lavoratore

Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, questa settimana ha dedicato allo smartworking un’intera sezione di storie in evidenza sul suo profilo Instagram. Le ho chiesto di poter riportare parte della sua spiegazione e la ringrazio per la chiarezza e la completezza delle informazioni. Esperta di payroll e risorse umane, Columbro anzitutto suggerisce che per migliorare le cose si potrebbe partire dal riscoprire il vero scopo dello smartworking.

La preparazione di un vero smartworking richiederebbe anzittuto una trasformazione del modello manageriale e della cultura dell’organizzazione. Il vero smartworking è incentrato sul lavoratore, sul concordare con i propri dipendenti obiettivi da perseguire lasciando loro piena autonomia nel trovare la modalità con cui ottenere i risultati concordati.

In secondo luogo, dice Columbro, quello che sta accadendo a molte persone non è smartworking, ma aver semplicemente spostato il lavoro che si è sempre fatto dall’ufficio alle nostre case. E infatti lavoriamo, quando va bene, dalle 9:00 alle 18:00, con un’ora di pausa pranzo e con i capi che ci contattano come se fossimo dall’altro lato dell’ufficio e non nel nostro salotto. Non è cambiata la modalità di lavoro, ma solo la sede da cui lavoriamo.

Infine, conclude Columbro, ciò che è successo con il DPCM dell’11 marzo è stato estendere solo alcune regole previste per il lavoro agile così come regolamentato dalla legge 81 del 2017, ad esempio mantenendo gli straordinari non pagati, ma ignorando completamente la reperibilità del lavoratore e della lavoratrice. Secondo la legge, infatti, in regime di smartworking, oltre alla presenza di un progetto condiviso con il lavoratore, ci sono alcuni orari in cui il dipendente deve essere reperebile e solo in quelli può essere chiamato dal datore di lavoro.

Tutto questo accade anche perchè le aziende italiane non erano pronte

Secondo i dati di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano nel 2019, la percentuale di grandi imprese che aveva avviato al suo interno progetti di smartworking era del 58%. Del restante 30%, il 22% ne dichiarava probabile l’introduzione futura e soltanto l’8% non sapeva se lo avrebbe mai introdotto o non manifestava alcun interesse. Tra le piccole e medie imprese, solo 12% nel 2019 aveva intrapreso progetti formali di smartworking. Sdoganato dal DPCM del 1 marzo 2020, che ha spinto perchè le aziende introducessero lo smartworking anche senza alcun progetto, è stato come mettere in mano una Ferrari a un bambino.

Vi ricordate quando, da piccoli, facevate finta di guidare la macchina di famiglia nel parcheggio del supermercato scimmiottando i grandi che vedevate guidare di solito? Ecco. Immaginate che i vostri capi in questo momento stanno facendo esattamente la stessa cosa. E molto probabilmente, sono convinti di farla veramente bene.

E invece no. A dimostrarlo le recenti ricerche condotte negli Stati Uniti secondo cui il rischio reale è quello non solo di generare un problema di salute pubblica per fenomeni da stress e burnout, come quelli di alcune persone di cui ho raccontato prima, ma anche di trasformare in zombie un’intera generazione di lavoratori e lavoratrici. Come riportato da Wired, infatti, per evitare gli effetti dannosi riscontrati negli USA, questo stato di cose dovrà necessariamente essere ripensato e lo spreadworking messo a regime. Di esempi positivi, in gran parte aziende multinazionali, ce ne sono, andrebbero seguiti di più e le buone prassi condivise, a partire dal punto di vista legale e con ricadute operative al più presto.

E non diteci che non possiamo lamentarci

Molte tra le persone con cui ho parlato hanno concluso la propria testimonianza dicendomi: io comunque non mi posso lamentare perchè, comunque, sto ricevendo lo stipendio. Questo in psicologia si connoterebbe come un doppio legame con l’azienda: non posso lamentarmi perchè sto lavorando, anche se sono le condizioni pessime in cui lo faccio la ragione del mio malessere. A questo, per chi è da solo, si aggiunge l’alienazione di mesi passati in un loop lavorativo e, per chi è in coppia, la responsabilità di non riuscire a non lavorare continuamente perchè in gioco c’è mantenere la famiglia. La situazione è ancora più pesante se le testimonianze provengono da donne con figli, la maggior parte delle quali, oltre a dover sostenere lo spreadworking, stanno gestendo da casa anche l’intera famiglia.

Non è una gara a chi sta peggio. E abbiamo tutti il diritto di lamentarci, di raccontare che non stiamo bene: zittire gli altri perchè ci sembra che l’erba del loro giardino sia più verde, è un atteggiamento che non porta da nessuna parte. Perchè lavorare troppo da due mesi a stipendio ridotto, così come non lavorare affatto aspettando una cassa integrazione che non sappiamo quando arriverà, e lavorare in situazioni di scarsa sicurezza, come sta accadendo a chi è impiegato nella sanità e in quelle filiere produttive che non si sono mai fermate, è una situazione ugualmente drammatica che, avrei sperato, le istituzioni, gl imprenditori e anche noi lavoratori e lavoratrici avremmo affrontato in modo diverso.

Ma potrebbe essere un’occasione per rivedere le nostre priorità, cambiare punto di vista sul nostro modo di pensare il lavoro e rendere il cambiamento possibile. Intanto, come dice il sindaco di Milano, si continua a la-vo-ra-re. Sognando la prossima vacanza o il prossimo posto di lavoro.

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Guatemala, que bonito!

Bonito bonito suave suavesito: cosa ho amato del Guatemala dal primo momento e dove tornerei anche subito

Se avessi ceduto alla tentazione di giudicare il Guatemala alla prima impressione, bhe, ora non sarei qui a raccontare del mio viaggio. Per arrivarci ci abbiamo impiegato quattordici ore, tre pullmini, due frontiere, una sola sosta bagno e tutti i contanti che avevamo, dato che avevamo dovuto dare ben due mazzette alla dogana messicana (alla fine di questo articolo vi racconto com’è andata). Eravamo, per dirla come si usava dire a Torino durante la mia laurea magistrale per definire lo stato di qualcuno dopo una giornata di studio particolarmente impegnativa: completamente sfatti.

E completamente impreparati alla meraviglia che ci stava aspettando dietro l’angolo

Di solito preferisco utilizzare le parole per raccontare. Ma, come ho già fatto per il viaggio in Messico, a volte mi piace farmi aiutare dalle fotografie. Il Guatemala è un Paese magnifico e, come tutti i Paesi, ha mille sfaccettature, tantissime culture diverse, tantissime tradizioni, luoghi, monumenti, piatti tipici, volti, profumi, canzoni, problemi. Vorrei condividere con voi, allora, la bellezza di questo Paese del mesoamerica anche attraverso alcune immagini, fotografie che ho scattato nel corso del viaggio e che hanno il potere di ricordarci che in una storia anche i personaggi contano, non solo la voce narrante. Ed è giusto lasciare che anche loro dicano qualcosa di sè.

Dove torneremmo anche subito: il Lago Atitlan, nel sud del Guatemala

Sono un lago che lambisce le sponde di tre vulcani ormai spenti. Le mie acque nutrono le piantagioni di caffè e trasportano ogni giorno, su velocissime lancias e piccole canoe intagliate nel legno, centinaia di persone che vivono nei pueblos a cui gli abitanti di qui hanno dato i nomi dei santi, San Marcos, San Pedro, a cui chiedono protezione. Gli occidentali credono che io mi trovi in un luogo magico, perchè è il punto di incontro di fasci di energia proveniente dall’universo. Vera e Boris credono che il lago Atitlan sia un luogo magico, perchè è bellissimo, il tempo scorre lento e le sue genti sono accoglienti.

Ho incontrato Vera e Boris alla fine del loro viaggio di nozze. Profumavano di viaggio, di sveglie alle 4:17 per prendere il primo aereo e di aperitivi sulle spiagge messicane. Di fronte alle mie acque, nel piccolo pueblo di San Marcos, hanno imparato a rallentare. Ora sanno riconoscere il colibrì dal suono delle sue ali, nuotare nel riflesso dei vulcani che si specchiano nelle mie acque, osservare il cielo senza altre luci se non quelle delle stelle, fare colazione con il succo ottenuto dai fiori pestati in un mortaio di legno. Posso dire di averli visti più volte leccarsi dalle dita la marmellata di ibisco.

La vita sulle mie sponde segue ancora il percorso del sole. Anche Vera e Boris, sin dal primo dei cinque giorni che hanno trascorso qui, si sono piacevolmente adagiati, svegliandosi all’alba, intorno alle 7:00, e andando a dormire con il sole, alle 21:00. Compravano frutta e verdura dalle signore sedute tra le viuzze di San Marcos, hola amiga, hola amigo, hay bananas, hay mangos. E mangiavano tutte le sere a Konojel, il ristorante di un centro culturale che dà lavoro alle donne del villaggio e con il cui ricavato si sostengono le persone più fragili della comunità. Se vi capita di andarci, ho visto Vera e Boris mangiare estasiati le tartellete al dulce de leche.

Le donne Maya di Quetzaltenango e Chichicastenango

Siamo le donne del mercato Maya di Chichicastenango. Ogni giovedì e ogni domenica mattina arriviamo da tutta la regione a vendere i nostri tessuti e ad acquistare ciò che ci serve. Qui incontriamo migliaia di turisti che vengono a fotografarci durante le cerimonie sacre delle confraternite di Chichi e ad acquistare i nostri prodotti. Molti sorridono quando ci vedono fare a mano le tortillas: i battiti delle nostre mani sembrano applausi ed è subito festa. Indossiamo ancora i nostri abiti tradizionali: possiamo riconoscere la nostra provenienza dal colore e dallo stile del ricamo. Ci sono più di duecento diverse combinazioni e sono le stesse da secoli.

Una volta, lo abbiamo raccontato a Vera e a Boris durante la loro visita al museo tessile di Quetzaltenango, anche gli uomini si vestivano così. Ma per il tipo di lavorto che è stato loro richiesto, dalla dominazione spagnola in poi, i nostri tessuti sono troppo pesanti; prima degli spagnoli noi Maya non conoscevamo una divisione dei ruoli così netta tra donne e uomini. Gli spagnoli l’hanno portata con sè, costrigendo noi donne in casa e gli uomini al lavoro, come facevano con le loro mogli. Questa divisione la portiamo ancora oggi, così come i problemi legati alla povertà e alla discriminazione, come alcolismo e violenza domestica, altre conseguenze che secoli di soprusi hanno portato nelle nostre comunità, che sono ancora tra le più povere al mondo.

Ci siamo divertite quando Vera ha comprato una stoffa, pagandola molto più del suo valore reale, alla più insistente di noi. E anche quando ci ha chiesto di poter assaggiare il cioccolato prima di poterlo acquistare: si è leccata le labbra e noi le abbiamo detto che eravamo molto felici che il nostro prodotto artigianale le piacesse. Ha acquistato due tavolette e l’abbiamo vista annusare il pacchetto e sorridere, al pensiero di aver portato a casa con sè un po’ della nostra storia.

Ad Antigua c’è una chiesa che sembra una torta al limone

Sono la chiesa de La Merced, ad Antigua, l’antica capitale del Guatemala. Nella piazza di fronte alla mia facciata, che condivido con il monastero a me adiacente, c’è una grande fontana, degli alberi ombrosi e merli neri che fischiano ai passanti. Nelle sere di festa le donne della città portano le loro cucine portatili e vendono tortillas, panini, burritos, frescos (succhi di frutta), zucchero filato, dolci e bibite a chi accorre per festeggiare.

Vera ha ragione, con il mio stile coloniale, gli stucchi bianchi su sfondo giallo, sembro proprio una torta al limone. Nelle giornate di sole faccio ombra alle venditrici ambulanti di tessuti che accorrono per fare affari con i turisti. Il cielo azzurro dietro di me contrasta con i miei colori, che si vedono da lontano fino al Cerro de La Cruz, il belvedere sulla città dove gli innamorati vanno al tramonto tenendosi per mano.

I tucani nella giungla del Peten

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Un tucano reale nella giungla di Tikal, Peten, Guatemala

Sono un tucano reale, di quelli che Vera e Boris avevano visto solo in fotografia e sui libri. Sono silenzioso e riservato, non amo farmi vedere. Qui, nella giungla dove gli antichi Maya hanno costruito i templi di Tikal, nel Peten, ho trovato la mia casa ideale. Vera è riuscita a farmi questa foto solo dopo un lungo appostamento e solo perchè mi ha fatto un po’ pena: una delle scimmie ragno, che abitano gli alberi dove mi piace mangiare le foglie più verdi, le aveva appena fatto la pipì in testa.

Le ridò la parola, così può darvi gli ultimi consigli se avete in mente di visitare presto il nostro bellissimo Paese.

Cosa devi tenere presente se stai programmando un viaggio in Guatemala

Se siete arrivati fino a qui, è probabile che ora vogliate visitare il Guatemala anche voi. Se intendente seguire i nostri passi e entrare nel Paese via terra, via Belize, sappiate che è molto probabile che le persone che troverete alla dogana in uscita dal Paese, in combutta con la compagnia di autobus, vi chiederanno una mazzetta di 500 pesos, circa 40€, a testa per rilasciarvi il timbro di uscita. Non è legale, non è autorizzato, le autorità italiane o messicane ti diranno che non è regolare, come anche diversi racconti di viaggio su internet, e invece queste mazzette sono la prassi. E senza quel timbro non potete lasciare il Paese. Corrompere l’autista del bus con birra e panini, come ha fatto una nostra compagna di viaggio, è un’altra soluzione possibile, ma non so dirvi se funziona sempre. Vi conviene preparare i soldi in contanti per questa evenienza e prepararvi a entrare in questa logica che per noi Europei è molto lontana. Entrare in Belize e in Guatemala è gratuito, ma uscire dal Belize costa circa 20$ americani e, questo sì, è previsto dalla legge.

Il modo migliore, e più sicuro, per spostarsi è con le compagnie private di viaggio. È sufficiente prenotare il proprio posto su una delle navette che raggiungono la vostra destinazione il giorno prima oppure anche la mattina per il pomeriggio: il prezzo si può sempre contrattare, ma non aspettatevi FlixBus. Le navette sono furgoncini un po’ scalcagnati, i bagagli vengono legati sul tetto e si parte solo quando tutti i posti sono occupati. No wifi e l’aria condizionata o è troppa o è troppo poca. Gli autisti hanno tutti una guida sportiva e un amore viscerale per le rancheras, la versione mesoamericana di Gigi D’Alessio.

Il cibo più buono è quello cucinato dalle donne nei baracchini per strada. Assaggiate i tamales e le tortillas e non abbiate paura di prendere i frescos da bere, soprattutto se avete superato la prima settimana di viaggio e il vostro corpo si è già abituato al cibo non italiano.

Dove torneremo sicuramente nel nostro prossimo viaggio? Al lago Atitlan, abbiamo alloggiato in un bellissimo eco hotel che si chiama Lush. A Tikal, vogliamo partecipare a un trekking nella giungla per raggiungere il sito Maya segreto di El Mirador. E a fare il bagno nelle bellissime acque di Semuch Champey, che a questo giro non ci sono state. Poi, dal Guatemala è un attimo andare in Honduras, El Salvador in Nicaragua.

fase due si no infatti

I cani sono meglio delle persone

Volevo raccontare del mio viaggio in Guatemala, ma l’inizio della Fase Due ha preso il sopravvento

La Fase Due è iniziata ieri e già mi sento imbrutitta di nuovo. Non so voi, ma a me pare che in giro ci sia fin troppo entusiasmo. Il numero di morti e contagiati è ancora altissimo, così come lo è il numero dei guariti e, quindi, comunque è una buona notizia (?). Negli ultimi giorni ho ricevuto contatti da colleghi che scrivono su testate nazionali che, scordandosi le basi della deontologia, della netiquette e pure dell’etiquette, mi hanno rincorsa su tutti i canali possibili e immaginabili per scrivere un pezzo sulla riapertura delle palestre (…) – Apro un inciso per dire: preparatevi che l’uso politicamente impegnato delle parentesi in questo articolo sarà massiccio – Il mio Instagram è sommerso di video ispirazionali, è stata brutta ma ce l’abbiamo fatta, che mi stanno facendo rimpiangere le pubblicità progresso della Fabbrica del Sorriso. E il numero di persone che sembra abbia intenzione di ricominciare la vita di prima esattamente da dove l’ha lasciata è impressionante.

Stiamo tutti molto calmi

Anzitutto, se si chiama “fase due” e non “ultima fase” o “Final Destination”, un motivo ci sarà. Non mi lancerò in una filippica sull’importanza di seguire le regole in questa fase per due motivi: uno, sono la prima che ieri è andata a camminare per la prima volta dopo cinquantacinque giorni e non ha resistito ad abbassare la mascherina per respirare la luce del sole (sì, si respira anche quella, provare per credere), per cui sarei ipocrita se lo facessi; due, come avevo raccontato qualche settimana fa, non condivido gran parte delle misure adottate finora, per cui sarei ipocrita due volte se adesso le difendessi.

Quello che, però, ci tengo a condividere è che: abbiamo la grande opportunità di cambiare le cose che non ci piacevano prima del 9 marzo. Possiamo, per favore, cercare di coglierla?

Evviva, da ieri circa 5 milioni di italiani sono tornati al lavoro. Me ne sono accorta dal rumore dei motori sulla Teem e sulla via Emilia e dal numero di email crescente che ricevo. Io non ho mai smesso di lavorare e forse è per questo che non capisco la tendenza a riprendere tutto da dove lo si era lasciato. So che, prima o poi, sarò anche io costretta a rimontare in sella alla mia bici, a prendere un treno e due metro per andare al lavoro, ma spero di trovare cambiato il mondo attorno a me. E so che questo sarà possibile solo se non sarò la sola a volerlo.

È come con i computer: se non funziona qualcosa, spegni e riaccendi

Questo è l’approccio con cui affronto ogni problema relativo all’informatica e alla tecnologia in generale (se c’è qualcosa che odio di più dei problemi informatici sono i problemi legati alla burocrazia italiana, alle tasse e al 730: trovo alcune procedure così antiquate da risultare antipatiche, ne sono certa, persino agli Angela). Se c’è qualcosa che non va e il dispositivo si può riavviare, fallo. Ho provato anche con le auto e con le persone, funziona meno, ma la speranza è sempre l’ultima a morire, no?

In ogni caso, volenti o nolenti, è quello che è successo a noi con questa emergenza Covid-19. Ci hanno spento il futuro e ora ci ritroviamo con il buffer di riavvio accesso. Abbiamo quindi due strade aperte di fronte: sperare di trovare un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato; oppure costruire insieme un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato.

E lasciate che ve lo dica: se c’è una cosa che ho imparato da questi due mesi di lockdown è che se conoscete qualcuno che dopo questi due mesi si comporta ancora come se vivessimo nel prima, siete di fronte a una persona che non merita più la vostra attenzione, compagnia o forza lavoro (!). Perchè è una persona che non si è mai fermata a farsi una domanda che sia una.

E se il cane di Pavlov imparava dai traumi, possiamo farlo anche noi

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i cani sono meglio delle persone. Di qualcuno sicuramente. Quello che voglio dire è che il nostro apprendimento, come quello dei nostri fidi amici a quattro zampe, si basa sull’esperienza vissuta. E, per noi, in particolare sulla sua rielaborazione. Se capiamo che quando suona il campanello arriva il cibo, faremo di tutto per far suonar quel campanello; allo stesso modo, se capiamo che la vita di prima ci rendeva infelici, stressati e che l’iper produttività di un mondo iper globalizzato ha portato alla prima pandemia dell’epoca postmoderna che ha colpito la civiltà occidentale, faremo di tutto per cambiare le cose (oppure siamo scemi!).

D’altra parte, però, non c’è niente che piaccia più a noi esseri umani delle abitudini. Di fronte a un mondo complesso, con troppe informazioni sempre nuove da processare, il nostro cervello cerca sempre il modo più semplice e veloce che gli permette di rispondere alla complessità. Di solito, ci vogliono ventuno giorni per modificare un’abitudine. Noi ne abbiamo avuti cinquantacinque, dovremmo aver fatto in tempo a cambiare ben due cicli di abitudini: vogliamo davvero buttare via tutto? Sono sicura che, sia che siate stati da soli, sia con i vostri cari o i vostri coinquilini, sia se avete lavorato o se ancora state aspettando la cassa integrazione (!?), sia se avete avuto a casa i figli o meno, le vostre abitudini sono cambiate, il vostro ritmo è cambiato, le vostre priorità sono cambiate.

Io, per esempio, ho capito che non rinuncerò più al sonno per riuscire a fare tutto quello che non riesco a fare durante il giorno; ho capito che non mi fa bene correre continuamente di qua e di là; che lavorare bene spesso non è sinonimo di lavorare veloce e che un lavoro orientato agli obiettivi è molto, molto, più efficace di uno orientato a timbrare il cartellino (!); ho capito che con i miei acquisti possono sostenere persone che, come me, fanno del loro meglio per portare qualcosa di positivo nel mondo, anche se è difficile; ho capito che devo stare lontana da chi, persone, brand, istituzioni, ha solo sciacallato e che invece voglio tenermi vicine le persone che vogliono davvero che le cose cambino alla fine di tutto questo.

Questo è l’altro punto chiave: parlando al telefono con amici e amiche ci siamo detti che ci sarà sempre chi ci farà tornare indietro, punto e a capo. Due cose su questo: anzitutto, se vogliamo che le cose cambino, cerchiamo di non essere noi gli stronzi (sul lavoro, può esserti forse utile leggere questo articolo di Silvia Zanella, che propone un cambiamento di prospettiva molto utile e sul quale anche io ho avuto modo di riflettere qualche tempo fa). Punto secondo, cerchiamo il più possibile di ricordare alle persone attorno a noi quanto sarebbe preferibile se le cose cambiassero! Io, nel mio piccolo, ci sto provando: alla fine della scorsa settimana ho fondato un Circle, che si chiama BlossomINg, che ha l’obiettivo di raccogliere persone che vogliono trovare e far crescere la propria voce (è stata la naturale evoluzione del percorso sulla sindrome dell’impostore che avevo lanciato a gennaio prima di partire per il Messico, se ti fa piacere saperne di più, puoi cliccare qui e chiedere l’adesione).

Sul fatto poi che i cani siano meglio delle persone, per questo Governo parrebbe decisamente di sì, dato che hanno ottenuto il diritto di uscire prima di noi e dei nostri figli.

Infine, sul fatto che siamo di fronte a un trauma collettivo, e che non ho ancora sentito parlare di come pensiamo di rielaborare il lutto per tutte le persone care, per tutte le opportunità, per tutti i sogni che abbiamo perso, ho una domanda sola: perchè abbiamo preferito riaprire le attività produttive come prima cosa e non abbiamo invece voluto piangere, prima, i nostri morti?

NB: nessun cane, scienziato, congiunto, governante o imprenditore è stato maltrattato durante la scrittura di questo articolo. Si ringrazia Beba per la partecipazione fotografica