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Bignami per spreadworker

Due avvocate, un sindacalista e una HR rispondono alle vostre domande sullo spreadworking

Quando ho raccontato le storie di chi stava lavorando da casa durante la quarantena Covid-19, non mi ero resa conto di quanto fosse diffuso quel malessere che le persone avevano deciso di condividere con me. Chi lamentava la mancanza di sicurezza, chi di un orario di lavoro, chi ancora di organizzazione, chi di semplice rispetto. La situazione comune riguardava il fatto che lavorare da casa per molte persone non aveva nulla di smart, tanto che ho sentito necessario, per poterne parlare, inventare una nuova parola. Così ho creato il concetto di spreadworking, inteso come lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio.

Insieme alle storie degli e delle spreadworker, sono arrivate molte domande su come poter uscire dalla situazione o su come gestirla meglio (da cui è nata questa riflessione). La fine progressiva della quarantena e le misure che l’hanno accompagnata, DL Rilancio in primis, non sono state risolutive delle situazioni di malessere lavorativo ed esistenziale generate dai precedenti DPCM e, anzi, hanno finito per acuire alcune situazioni. Ecco perchè per rispondere alle vostre domande ho dovuto chiedere l’aiuto dell’avvocata Chiara Ferrera, della giuslavorista Denise Milan, del sindacalista Sergio Venezia e di Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, che già mi aveva aiutato a fare luce sul problema.

Le risposte alle vostre domande

Le trovate di seguito, raccolte per macrotemi, seguite da una domanda che non mi ha fatto nessuno e che, invece, avrei tanto voluto ricevere.

Lavoro in spreadworking. Quanto è legale? E come posso cambiare le cose?

Risponde l’Avv. Ferrera.

La deroga recentemente introdotta riguarda anzitutto la sola procedura di accesso al lavoro agile, non certo il contenuto e i principi tracciati per tale modalità di lavoro, sanciti dalla legge 81/2017 e richiamati espressamente dai DPCM successivi. Se è vero che tali DPCM non pongono espressamente l’obbligo degli accordi individuali in capo al datore, è pur vero che, nel vuoto normativo conseguito all’esclusione della necessità degli accordi, per assicurare che l’applicazione concreta del lavoro agile sia conforme a legge, si rende comunque necessaria la definizione delle concrete modalità di lavoro. Anche da parte del lavoratore o della lavoratrice, attraverso una richiesta che può essere più o meno formale.

Ricordiamo che gli ambiti del lavoro agile, previsti dalla legge, e dunque possibile oggetto di tale richiesta sono: l’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi; l’assenza di precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro; la comunicazione della normativa relativa alla sicurezza, che deve essere trasmessa anche per via telematica; la definizione della durata massima dell’orario di lavoro, giornaliero e settimanale, nei limiti stabiliti dalla legge e dai CCNL; e la definizione dei tempi di riposo nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione.

Risponde la Dott.ssa Milan.

Questo vuoto normativo può essere fonte di abuso da parte di alcuni datori di lavoro che, non avendo concordato individualmente tempi e modalità della prestazione lavorativa e neppure concesso la strumentazione apposita, beneficiano di prestazioni ben oltre il normale orario di lavoro. Quello che consigliamo di fare, in materia di spreadworking, è di far valere il proprio diritto alla disconnessione, così come previsto dalla legge 81/2017. Nei fatti, questo può avvenire, per esempio, spegnendo i dispositivi e comunicando via email al datore di lavoro e ai clienti che la presa in carico della richiesta da parte vostra avverrà soltanto alla ripresa del vostro orario di lavoro.

Per chi lavora nel terzo settore, come dovrebbero relazionarsi lavoro da casa e cassa integrazione?

Risponde la Dott.ssa Milan.

La relazione dovrebbe essere la stessa in tutti i settori. Una problematica che sovente ci viene riportata è l‘uso promisco di cassa integrazione e lavoro da casa. Alcune aziende utilizzano la cassa integrazione per evitare costi, imponendo comunque la prestazione lavorativa ai propri dipendenti, i quali, temendo di perdere il posto di lavoro, accettano di lavorare anche in quei periodi in cui risulterebbero in CIG. In questi casi, indipendentemente dal settore, andrebbe impugnata la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive.

Lavoro per una grossa società di consulenza e mi sembra di non aver conosciuto altro che spreadworking, ma adesso non ho più una vita. Cosa posso fare?

Risponde la Dott.ssa Milan.

Se si tratta di problematiche comuni, sarebbe utile fare una richiesta collettiva, attraverso la figura del rappresentante sindacale interno all’organizzazione, in modo tale da non esporre troppo nessun lavoratore o lavoratrice e vedere comunque garantita la tutela del proprio diritto.

Buoni pasto: come funzionano durante lo smartworking in deroga?

Risponde l’Avv. Ferrera.

Anche questo aspetto andrebbe regolato mediante gli accordi individuali. In ogni caso, salvo diverse intese o accordi sindacali, non si rinviene uno specifico obbligo in tal senso a carico del datore di lavoro. Andrà dunque verificato caso per caso se e in che misura i buoni pasto vadano riconosciuti al dipendente.

Dal 25 maggio nel mio ufficio facciamo i turni tra lavoro in azienda, cassa integrazione e lavoro da casa. Come funziona?

Rispondono la Dott.ssa Milan e la Dott.ssa Columbro.

Nonostante quanto riportato da alcune testate giornalistiche, al momento non esistono ordinanze specifice che consentano il prolungamento del consueto orario di lavoro articolandolo in turni. Come detto in precedenza, qualora si attesti un uso promiscuo di lavoro e cassa integrazione, è consigliabile impugnare la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive; e qualora si prosegua con lo smartworking in deroga, si consiglia di accordarsi con il datore di lavoro per la sua attuazione attraverso la forma degli accordi individuali.

I recenti DPCM hanno disposto lo smartworking in deroga fino a fine emergenza, ossia il 31 luglio prossimo. L’unica categoria che a oggi può richiederlo come diritto sono i genitori di figli di età inferiore ai 14 anni.

Qualora venga richiesto al lavoratore o alla lavoratrice di tornare a lavorare in ufficio e ci si rende conto che l’applicazione delle normative sulla sicurezza non sia stata eseguita coompletamente, si consiglia di rivolgersi al proprio rappresentante sindacale, laddove presente, in alternativa alle Organizzazioni Sindacali. Proprio in questi giorni stiamo infatti riscontrando un uso distorto del potere disciplinare, volto esclusivamente a eludere il divieto dei licenziamenti. Ricordiamo infatti che i licenziamenti per giusta causa sono possibili anche in questo momento, a prescidere dalle richieste di cassa integrazione o di altri tipi di aiuti statali.  Ai sensi dell’art. 80 D.L. 19 maggio 2020, n. 34 nel medesimo periodo sono sospese le procedure collettive pendenti. Sono altresì sospese le procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Mi rendo conto che i miei diritti sono stati calpestati: cosa posso fare?

Risponde Sergio Venezia.

Anzitutto, è importante ricordarsi che non siamo soli o sole. La richiesta della tutela dei propri diritti di lavoratori e lavoratrici dovrebbe andare di pari passo con il senso di comunità, per cui non portiamo avanti solo i nostri diritti, ma anche quelli di quanti condividono con noi la medesima situazione di malessere. Insieme, si può fare molto, da soli, molto poco. Come sindacato, noi mettiamo a disposizione un percorso rivolto all’individuo, mantenendo sempre anche un’attenzione collettiva. Il percorso inizia con una consulenza, gratuita e aperta anche alle persone non iscritte, volta ad ascoltare il disagio del lavoratore o della lavoratrice e a comprendere la sua forza contrattuale. A questo punto, la persona decide come procedere: se intraprendere un’azione individuale, legale o di rappresentanza, oppure un’azione collettiva. Per procedere, e solo a questo punto, è richiesta l’iscrizione al sindacato. L’anonimato è garantito per tutto il percorso di consulenza.

Esiste inoltre un servizio, offerto dalle firme sindacali, almeno in Lombardia, in Veneto e in altre regioni del Centro Nord Italia, che si chiama Sportello Disagio Lavorativo. Tale funzione ha lo scopo preciso di fornire la prima consulenza al lavoratore e alla lavoratrice che decide di lasciarsi consigliare da noi, in seguito a una situazione di malessere che sta vivendo al lavoro. Troppe volte le persone si rivolgono a noi quando è troppo tardi: quello che io consiglio è di rivolgersi subito al sindacato quando si inizia a percepire che qualcosa non va, per diventare consapevoli della propria forza contrattuale e poter cambiare le cose prima che sia troppo tardi.

Soprattutto tra i giovani, il “mi sono fatto da solo” sta diventando sempre più un valore. I cosiddetti crumiri ci sono sempre stati, ma oggi chi gioca da sol@ fa del male soprattutto a se stess@. Io credo, invece, che aiutare gli altri e farsi aiutare dagli altri, riconoscendosi simili nel problema per trovare una soluzione comune, sia la chiave per vivere bene il presente e, soprattutto, il futuro. Oltre alla consulenza e rappresentanza sindacale, è possibile attivare anche altri percorsi. Ci sono, per esempio, i gruppi di mutuo auto aiuto, in cui le persone che condividono un malessere, lavorativo o esistenziale, si riuniscono per imparare a risolvere, insieme, le proprie situazioni individuali.

[E io aggiungo] Anche le community che sorgono attorno al sistema professionale, nomino spesso Lean In, possono essere d’aiuto. I Circle nascono come gruppi di persone che si riuniscono per affrontare insieme una determinata situazione legata a diverse sfere della vita.

La domanda che non ho mai ricevuto e che invece avrei voluto ricevere

In tanti e tante hanno commentato Non chiamatelo Smartworking, soprattutto sui social. L’articolo è stato letto per intero da qualche migliaio di persone. Sono entrata in contatto con le storie di circa trenta spreadworker. Ma nessuna azienda ha voluto raccontarmi il suo modo di gestire o di non gestire lo spreadworking.

A onor del vero, ho ricevuto l’invito a raccogliere le storie delle aziende virtuose da parte di una persona che stimo molto e credo che lo farò, dato che mi piace dare voce a tutti i personaggi di una storia. Mi è molto dispiaciuto, però, non aver ricevuto la domanda che segue.

Come azienda: come posso gestire al meglio lo smartworking in deroga?

Risponde la Dott.ssa Columbro.

I punti essenziali di un accordo individuale, redatto in forma scritta e sottoscritto anche dal lavoratore, che le aziende dovrebbero tenere in considerazione, potrebbero essere spiegati come segue:

  1. anzitutto, l’accordo deve contenere cosa l’azienda intende per smartworking per distinguerlo dal telelavoro;
  2. deve definire poi dove i dipendenti possono lavorare, poiché non è detto che si possa lavorare al bar o in luoghi pubblici, come una spiaggia o un rifugio in montagna, per motivi di privacy;
  3. è possibile per l’azienda indicare quali dipendenti possono usufruire dello smartworking, se tutti e tutte, oppure solo alcuni in base al contratto oppure in base alla funzione;
  4. l’accordo deve poi individuare i tempi di riposo del o della dipendente: la legge dice che vi può essere flessibilità, ma dice anche che va rispettato l’orario settimanale del contratto nazionale di appartenza. In questo senso, le aziende possono definire anche gli orari di reperibilità, impegnandosi, laddove è previsto, a corrispondere il dovuto indennizzo ai dipendenti;
  5. l’accordo contiene anche gli eventuali strumenti di lavoro (non c’è l’obbligo) forniti ai dipendenti durante lo smartworking. Tra questi, alcuni possono essere volti ad assicurare la piena concentrazione delle persone, come per esempio una rete internet con accesso solo ai software e siti autorizzati;
  6. sicurezza sul lavoro: l’azienda deve inviare l’informativa sulle norme e le buone pratiche da seguire durante lo smarworking, anche in forma telematica;
  7. infine, è necessario specificare le modalità di recesso dall’accordo .

E, ora, spreadworker, tocca a te: cosa farai per cambiare la tua situazione? E insieme a chi lo farai?

Se hai ancora delle domande, scrivimi e cercheremo di rispondere.

Nell’immagine, il fondo della piscina del Farm Cultural Park di Favara, Sicilia. La scritta appare evidente solo quando la luce rossa si accende. Ho scelto questa immagine perchè ci sono cose, a volte, che siamo capaci di vedere solo quando siamo in emergenza.

produttività lavoro si no infatti

Ma perchè lavoriamo così tanto?

Cosa fare se dal lavoro dipende il nostro valore e la produttività è la misura di questo valore

Mentre raccoglievo il materiale per scrivere Bignami per spreadworker mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che per poter dare una risposta alle domande che avevo raccolto, avevo bisogno di coinvolgere ben quattro persone in virtù delle loro distine professionalità ed esperienze. Certo, non dovrei essere stupita, dato che viviamo in un Paese che ha delegato al professionismo la funzione di mediazione tra una burocrazia sempre più articolata e i suoi cittadini; non a caso, gli ordini professionali continuano a prosperare, anche se le tutele su cui sono chiamati a esercitare, contano sempre di meno.

Come è emerso da molte delle storie che ho raccolto, anche e soprattuto in seguito alla pubblicazione di Non chiamatelo smartworking, eravamo spreadworker già prima della pandemia. Qualche giorno fa Sam Blum, giornalista di Vox.com, si chiedeva se la quarantena stesse decretando la fine della produttività come valore fondativo della società americana e, più in generale, della società occidentale contemporanea.

Nonostante sia ormai comprovato che più ore di lavoro non significano più qualità, anzi, troppo lavoro finisce per diminuire la produttività, noi continuiamo a lavorare anche più di dodici ore al giorno e all’aperitivo del venerdì facciamo a gara a chi ha lavorato di più.

Perchè lavorare tanto fa ancora rima con lavorare bene

Da un lato, questo accade per una miopia del management italiano, che è ancora convinto di vivere e fare business negli anni ’80, per cui più lavori più fatturi. Dall’altra perchè, come mette in luce Blum, la nostra identità professionale è, oggi, la nostra identità dominante.

Uno dei motivi per cui per molti e molte spreadworker è così difficile dire no, apparirebbe dunque essere quello che Anat Keinan, docente associata di Marketing e Comunicazione all’Università di Boston, descrive all’interno di articolo di Blum: se il lavoro è diventato il parametro con cui misuriamo il nostro valore come persone, e la produttività la misura di questo valore, rifiutarsi di lavorare sempre, rinunciando a livelli sempre più alti di produttività, significherebbe scegliere consapevolmente di diminuire il proprio valore, a livello sociale ed emotivo.

Se la produttività equivale alla desiderabilità sociale

Cambiare e togliersi da questo enorme condizionamento, che in altri articoli non a caso ho chiamato doppio legame, non è affatto semplice, se persino chiedere le ferie di quest’estate o far rispettare il proprio diritto alla disconnessione, previsto dalla legge, genera in molte persone un senso di colpa tale da farle desistere. Se non riusciamo a farlo dall’interno, allora, possiamo sempre tentare di far scattare il mutamento a un livello superiore: cosa succederebbe se iniziassimo a considerare il lavoro solo un lavoro e comprendessimo, nella nostra realizzazione personale, altre sfere della vita? Cosa succederebbe se dall’equazione lavoro quindi sono, togliessimo la componente di valore e lasciassimo soltanto lavoro quindi vengo pagat@?

A queste domande hanno cercato di rispondere diverse realtà, tentando di sviluppare soluzioni alternative e sostenibili, come quella, ad esempio, dell’economia del bene comune, che rimette al centro la persona nella sua interezza e vede il lavoro come una delle sue possibili aree di sviluppo. Esistono poi diversi esperimenti di realtà alternative, dove il benessere delle persone è calcolato in modo diverso e dove al centro ci sono le competenze delle persone e il tempo diventa la risorsa meno scarsa e allo stesso tempo più preziosa. Molte persone, durante la quarantena, hanno potuto sperimentare una pausa dalla vita lavorativa ed è possibile che in tanti e tante abbiano riscoperto passioni e interessi, potendo intravedere di nuovo sfere di possibilità da tempo sopite.

Io credo che, probabilmente, sarebbe più facile pretendere che i nostri diritti vengano rispettati, se iniziassimo a comprendere la nostra identità professionale e la sua piena realizzazione solo come una delle tante possibili. Penso anche che dovremmo imparare a dire più no, quando è necessario, e ad aiutarci di più tra noi che condividiamo una stessa condizione: è un cambiamento che deve partire dalle singole persone, ma che è necessario portare avanti insieme.

Credo infine che la consapevolezza di questo stato di cose sia il primo passo per costruire la nostra libertà, per questo ho voluto scrivere questo articolo, per questo, in generale, amo raccontare: credo che da ogni storia possiamo interpretare noi stessi e comprendere meglio quello che ci circonda, a livello individuale e sociale, la funzione del mito è sempre stata questa. Credo che sia importante raccontare, lasciare spazio a versioni differenti della stessa storia, perchè solo così possiamo creare, narrandole, versioni diverse della realtà. Ciascuno con la propria voce, ma per il benessere di tutti e tutte.

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Quarantene coraggiose: Leila e la notte

La storia di Leila, delle notti di Ramadan in quarantena e della sua veglia fino al mattino

Conosco Leila da qualche anno. Di lei mi colpiscono sempre la dolcezza nella sua voce, il suo sorriso enigmatico e l’acuta sensibilità che la porta sempre a mettere in luce dettagli che sfuggono ai più. Il suo strumento più potente, in questo senso, è la sua capacità di scegliere immagini bellissime, e in apparenza innocue, ma che nascondono il grandissimo potere di scardinare l’idea della prima impressione.

Leila, il cui nome in arabo significa notte, ha trascorso parte della sua quarantena durante il Ramadan, un mese per lei molto importante, che già normalmente porta una pausa dalla normalità, vissuto quest’anno in modo ancora più particolare. A lei e alle sue notti di veglia, ho scelto di dedicare la seconda di queste quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Fanny, lascio che sia a lei a raccontarla.

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Leila, il giorno del suo compleanno, il 3 marzo 2020,
vista con gli occhi di sua sorella minore Amina

Mi chiamo Leila Ben Abbou e abito a Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi. Ho compiuto 25 anni il 3 marzo, quando il virus era appena scoppiato senza pietà. Tutti nelle strade avevano l’incertezza sui loro volti perchè non eravamo ancora pronti a vivere quello che, poi, abbiamo vissuto. Non è stato un compleanno piacevole, perchè percepivo molta ansia. Però quel giorno ho messo il cappotto, i tacchi e sono uscita di casa.

Ho trascorso i mesi di quarantena con la mia famiglia. I miei genitori sono di origine marocchina e noi in Italia non abbiamo parenti stretti. Dal 24 aprile ho continuato la mia quarantena in modo diverso e speciale perché è iniziato il Ramadan.

Perchè amo il Ramadan

Io amo il Ramadan e lo attendo come i Cristiani attendono il Natale. Ramadan è il nono mese del calendario islamico detto anche calendario lunare. Questo calendario non corrisponde a quello solare, per questo non è possibile fissare una data precisa per l’inizio del mese di Ramadan. Ogni anno questo periodo anticipa di dieci o undici giorni: quest’anno è iniziato il 24 aprile, l’anno prossimo sarà verso il 13/14 aprile e così via. A me piace perchè in questo modo è possibile assaporare il digiuno in qualsiasi stagione. Dieci anni fa ricordo che iniziai a digiunare in autunno, era settembre: non vedo l’ora che arrivi in inverno.

Ramadan è un mese sacro perché in una delle sue ultime dieci notti, dispari, è sceso il Corano. Non sappiamo con esattezza quale sia la notte precisa ma, tra le varie notti dispari, pare essere la numero ventisette e prende il nome di La Notte del Destino (Laylatu Al-Qader).

Durante questo mese ci sono diverse regole da rispettare, quella più evidente è che si digiuna dal momento prima dell’alba fino al tramonto, senza prendere né cibo né acqua. In questo mese, poi, dobbiamo cercare di essere la versione migliore di noi stessi. Per esempio, dobbiamo usare un linguaggio pulito, non litigare con nessuno, essere più vicini alla comunità e dedicare più tempo alla preghiera e soprattutto alle attività quotidiane, come il lavoro o lo studio.

Si ha davvero molto più tempo per lavorare su se stessi perché tutte le pause legate al mangiare spariscono. Inoltre, il digiuno ha un effetto terapeutico anche sul nostro organismo, è rigenerativo. Questo è il primo anno che vivo il Ramadan pienamente a casa e ho percepito qualcosa di insolito. Abituata a trascorrerlo a lavoro o all’università, impegnata mentalmente in altre attività, il digiuno era più leggero. A casa, invece, un’eventuale fame è facile da percepire.

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Un cappuccino di soia che Leila si prepara da sola verso mezzanotte e mezza

Durante il mese di Ramadan sto sveglia tutta la notte, prego, se riesco studio, e intanto osservo il cielo notturno diventare giorno. Il pasto del tramonto si chiama iftar. Rompiamo il digiuno con acqua e datteri, dopodiché andiamo a pregare e torniamo a mangiare. Di solito il primo piatto è una zuppa. Bisogna fare attenzione a quello che si mangia, se ci abbuffassimo dopo il tramonto l’effetto terapeutico del digiuno di cui parlavo prima svanirebbe. Digiunare ci insegna a conoscere il nostro corpo.

Sto sveglia tutta la notte perché prima dell’alba, orario che varia a seconda della stagione, quest’anno era verso le quattro del mattino, facciamo il suhur che è il pasto prima del digiuno. Di solito mangio porridge di avena, frutta secca e soprattutto cerco di bere acqua. Dopo il suhur si fa la prima preghiera. Alle quattro e mezza del mattino si sente un fortissimo cinguettio degli uccelli già pronti a iniziare la loro giornata. È una meraviglia!

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L’alba quel giorno era particolarmente bella e Leila ha deciso di fotografarla

Ramadan mi permette di vivere a pieno la mia religione. Non è facile con una religione come la mia, l’Islam, soprattutto in Italia. Quando ero bambina mia madre mi faceva provare a digiunare per metà giornata e mi diceva di pensare ai bambini che soffrono la fame per davvero. Mia madre stava cercando di insegnarmi l’empatia, sentimento che cerco con tutte le difficoltà di sviluppare nel tempo. Ramadan per me è diventato questo: l’empatia. L’empatia con chi soffre, con chi ha meno di te, ma anche con chi è come te. Durante questo mese è bello pensare ai milioni di musulmani che da qualche parte nel mondo stanno digiunando, questo pensiero rafforza il senso di comunità.

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Creatività di Leila, 4:30 del mattino. Le piace inviare le foto delle sue attività alle sue amiche che stanno digiunando, ciascuna nelle proprie case

Il mio Ramadan in quarantena

Vivere il Ramdan in quarantena, soprattutto per quanto riguarda il digiuno, è stato difficile, ma mi ha dato modo di sviluppare un insegnamento che già Ramadan mi trasmetteva nel tempo. Durante le ore di digiuno è facile farsi trascinare dalla stanchezza, ma dobbiamo avere la forza di imporre alla nostra mente che noi non dipendiamo dal cibo, ma da noi stesse. L’unico modo per imporre questo concetto è distrarsi, concentrandosi su altre attività. Per i primi dieci giorni di Ramadan mi è mancato enormemente camminare, non poter uscire a fare delle passeggiate a più di duecento metri da casa. Di solito, infatti, dopo l’iftar, in quel momento della giornata che io chiamo After-Iftar, vado sempre a fare una passeggiata.

Allo stesso tempo, è stato piacevole ritrovare momenti di riunione in famiglia, a tavola, tra chiacchierate e sorsi di tè alla menta. Ramadan ci insegna infatti ad apprezzare una tazza di caffè o un bicchiere di acqua. Al momento dell’iftar, quando addentiamo il dattero e beviamo l’acqua, capiamo davvero quanto è importante il cibo, ne possiamo percepire la forza graziosa, e questo ci permette di apprezzare anche un semplice un bicchiere d’acqua o una tazza di caffè. Il piacere delle piccolezze, ringraziare Dio, o qualsiasi altra forma di fede in voi, per quello che avete. Non bisogna dare nulla per scontato. L’abbiamo visto anche con la quarantena, con la libertà di movimento, soprattutto. A volte pensiamo che le cose nella vita ci siano dovute e per questo ci dimentichiamo di apprezzarne il valore, credo.

Penso che Ramadan abbia un altro punto in comune con la quarantena. Da un giorno all’altro noi italiani, europei, ci siamo svegliati e il nostro passaporto rosso non aveva più valore. Ma nel mondo, quante persone hanno un passaporto che non vale niente, da sempre? Vorrei riflettere sull’empatia, di cui ho parlato anche prima. Io personalmente mi sono messa mei panni di quelle persone, durante questo tempo di Ramadan e quarantena.

Quando è iniziata la quarantena ho pensato a tutte le attività che non ho fatto, rimandandole. Questo mi ha fatto percepire un grande senso di colpa che ha accompagnato i miei giorni.

Spero di aver imparato a cogliere qualsiasi cosa mi si presenti davanti nel momento in cui accade, senza rimandare, perché il futuro in realtà è il presente.

quarantena ramadan leila sinoinfatti
Il 4 maggio finalmente Leila esce di casa a passegiare dopo il tramonto
e incontra questo gatto