cosa vuol dire spreadworking

Cos’è lo spreadworking

Definizione e risorse utili sul modo di lavorare che la maggior parte di noi ha sperimentato in quarantena e che gli altri chiamavano smartworking

Durante la quarantena della primavera 2020, per il contenimento del contagio da Covid-19, ho imparato a fare il pane e la pizza, ho riletto l’intero ciclo di Avalon, in cui la scrittrice statunitense Marion Zimmer Bradley rinarra i racconti della saga arturiana dal punto di vista femminile di Morgana, e ho inventato la parola spreadworking per raccontare il lavoro di chi stava lavorando da casa in condizioni che non avevano proprio nulla di smart.

Come nasce la parola spreadworking?

Il primo mese di quarantena è stato difficile per tutti. Non avevamo idea di quando sarebbe finita ed è stato pure difficile capire com’era cominciata. Credo che le conferenze stampa del Presidente Conte non abbiano raggiunto lo stesso share dei mondiali 2006, solo perchè la maggior parte di noi le guardava via social. In ogni caso, sin da fine febbraio le multinazionali prima e tutte le aziende italiane fino alle pmi e alle partite iva, hanno seguito quanto previsto dal DPCM del 9 marzo 2020 adottando, laddove possibile, l’erogazione della prestazione lavorativa da remoto. Il decreto lo chiamava smartworking e così anche i mezzi di stampa e le aziende.

Peccato che le condizioni a cui quasi il 20% della forza lavoro italiana era costretta a lavorare, non avessero nulla di smart. È emerso subito, sin dalle prime storie che ho iniziato a raccogliere a fine marzo, che il vuoto normativo generato dal DPCM, che aveva concesso lo smartworking senza estendere però anche gli obblighi di legge per la sua regolamentazione, aveva contribuito a generare un modo di lavorare totalmente sregolato. Senza orari e senza tutele, i lavoratori e le lavoratrici che lavoravano da casa dovevano convivere con un lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio, con capi che chiamavano a qualunque ora del giorno e del fine settimana, email a tutte le ore, richieste a cui era impossibile sottrarsi. Ho raccolto più di una trentina di storie. E ho coniato il termine spreadworking.

Smartworking e spreadworking: trova le differenze

Durante le mie ricerche sul tema, per cui ho coinvolto anche un’esperta di risorse umane, due avvocate del lavoro e un sindacalista, che mi hanno aiutata a dare risposte alle persone che si trovavano in quelle situazioni (gli e le spreadworker), mi sono ritrovata spesso a dover rispondere alla domanda: ma qual è la differenza tra smartworking e spreadworking? Credo che le differenze siano molteplici e risiedano nelle condizioni che rendono possibile l’uno e l’altro.

Secondo la legge 81/2017, lo smartworking si definisce per la presenza di 5 condizioni

  • Obiettivi: la prestazione lavorativa in condizione di smartworking è erogata per obiettivi, concordati tra le parti all’interno di accordi inviduali
  • Reperibilità: poichè il lavoro è articolato per obiettivi, all’interno degli accordi individuali le parti concordano anche gli orari di reperibilità del lavoratore o della lavoratrice. Che, detto in altri termini, significa che quindi non sono obbligati a essere connessi e reperibili sempre dalle 9:00 alle 18:00 con la pausa pranzo dalle 13:00 alle 14:00, come se fossero in ufficio
  • Disconnessione: dunque, ne consegue che il lavoratore e la lavoratrice debbano avere sempre la libertà di esercitare il proprio diritto alla disconnessione in tempi e modalità concordati con l’azienda
  • Strumenti: l’azienda deve mettere a disposizione di lavoratori e lavoratrici gli strumenti necessari per lo svolgimento del loro lavoro. Dal pc aziendale alla connessione internet
  • Sicurezza: perchè le persone possano lavorare in smartworking, la loro postazione lavorativa deve essere considerata sicura. Per questo, all’inizio dello smartworking le aziende sarebbero state tenute a inviare ai propri e alle proprie dipendenti l’informativa sulla sicurezza, come previsto dalla legge

Se la tua azienda non ha rispettato uno o più di questi punti, non c’è problema: eliminando l’obbligo di legge degli accordi inviduali, di fatto, si è eliminato anche l’obbligo di rispettare questi punti. E, a quanto pare, anche di controllare in che modo le aziende hanno gestito la cosa.

Ed ecco che entra in scena lo spreadworking. Le cui caratteristiche sono

  • il tempo di lavoro colonizza quello privato e delle relazioni: il controllo esercitato dal management, sotto forma di continue chiamate, email, messaggi, riunioni, meeting e standup, rende impossibile la disconnessione, al punto che sembrava di convivere, non solo il o la nostra partner, ma anche con i di lui o di lei manager e coworker
  • spazio di lavoro e spazio domestico coincidono: condizione strettamente legata alla precedente, forse dovuta anche più alla condizione di lockdown, trasforma lo spazio domestico in spazio di lavoro impedendo alle persone di riconoscersi in più identità appiattendole alla sola esistenza come lavoratori e lavoratrici
  • vengono a mancare uno o più dei 5 pilastri dello smartworking: totalmente sregolamentato e senza alcun controllo, venendo meno gli accordi individuali, gli spreadworker non hanno strumenti per cambiare la propria situazione, se non la negoziazione

Ovviamente, poichè la regolamentazione dello smartworking si riferisce al lavoro dipendente, e non al lavoro autonomo di freelance e liberi professionisti, anche la definizione di spreadworking si comporta allo stesso modo.

Chi ha provato a dire no allo spreadworking

In seguito anche alla condivisione delle mie riflessioni sullo spreadworking, una giovane donna, di cui avevo raccolto la storia nel mese di marzo, mi ha scritto per raccontarmi di aver preso coraggio e di aver affrontato il problema con i suoi superiori. Si era resa conto che, se anche la strada per lo spreadworking nell’azienda dove lavora era già spianata, da sempre si lavorava molto di più e i e le manager erano abituati a disturbare le persone nei fine settimana; ciò che per lei era cambiato, e le causava un’enorme ansia, stress e aveva intaccato negativamente la sua motivazione e la sua produttività, era la continuità della condizione e il fatto di non poter mai sentirsi in grado di scegliere se dire sì o dire no.

Il meccanismo, mi ha detto, si basava sul fatto che, dato che tutti eravamo bloccati in casa, non c’erano motivi per non lavorare sempre. Così, ha portato avanti la sua negoziazione su quest’ultimo punto. E il suo è un quasi lieto fine: qualche giorno fa le ho chiesto com’era finita e mi ha detto che, se anche continua a fare gli orari pazzi di prima, si sente più consapevole delle reali urgenze e delle sue responsabilità e si sente libera di dire sì e di dire no, più padrona delle sue scelte, senza sensi di colpa.

Quale è, davvero, il lavoro del futuro?

Da maggio lo sport preferito di media e persone esperte in risorse umane è capire se lo smartworking sarà il lavoro del futuro. Anzitutto, mi viene da dire, sarà interessante vedere quanti tra noi under 35 avranno ancora un lavoro alla fine dell’estate. E, in secondo luogo, mi sembra che la domanda sia mal posta, dato che è evidente che solo una minima parte delle persone ha sperimentato il vero smartworking. La maggior parte, infatti, ha solo lavorato da casa.

Un altro punto che, a mio parere, è stato totalmente ignorato da chi si sta occupando del tema è la disuguaglianza sociale, legata a fattori economici e demografici, emersa insieme al telelavoro. Non tutte le persone, infatti, hanno una casa che si presta adeguatamente a svolgere una qualsiasi prestazione lavorativa: conquilini, genitori anziani, figli a cui badare, camere doppie, connessione a internet scadente, assenza di postazioni con luci, piani di lavoro e sedute adeguate, la mancanza dell’aria condizionata, sono solo alcuni degli elementi che rendono una casa un posto dove non è possibile lavorare bene. Dalla mia unica abitazione, in affitto, al caldo della pianura padana ho visto persone lavorare dalla casa al mare e da quella al lago dal 4 maggio o dalla ciclabile della Valtellina, postando storie su Instagram con #estateitaliana e #smartworking.

Non tutti i lavori, poi, possono essere fatti da casa. Uno studio di McKinsey, condotto negli USA durante i primi mesi di lockdown, riporta che il 70% dei lavori non può essere svolto in smartworking e che ci sono milioni di lavoratori nei settori primario e terziario si stanno avviando verso la soglia di povertà perché sono fermi senza lavoro dalla primavera. Se la situazione in Italia è più rosea è solo perchè il DPCM del 9 marzo ha bloccato le assunzioni fino al 16 agosto prossimo. Anche da noi, poi, la forza lavoro interessata dal lavoro da casa è stata quella dei cosiddetti lavoratori della conoscenza, che guarda caso si trovano per la grande maggioranza a Milano e Roma e che raggiungono il 30% della forza lavoro italiana solo aggiungendo chi lavora nel settore pubblico.

Insomma, che sia smartworking, spreadworking, homeworking, southworking, il lavoro da un luogo che non è l’ufficio o l’azienda o la fabbrica o il campo non è il lavoro del futuro, almeno non per tutti e tutte, ma solo per chi se lo può permettere.

Oltre lo spreadworking

Quel che è certo è che c’è un interesse, mi pare, molto forte in Italia per venderci lo smartworking come assolutamente positivo. Certo, il vero smartoworking ha degli aspetti positivi, io che da due anni e mezzo lavoro da casa come libera professionista due giorni alla settimana posso confermarlo, ma sarebbe necessario anzitutto che fosse regolamentato e che l’obbligo degli accordi individuali venisse reintegrato a partire da settembre. E che non diventi la trovata politica per sopperire all’eventuale chiusura delle scuole.

Per andare oltre lo spreadworking serve, a mio parere, un cambio di cultura. Manageriale, per cui è necessario che i e le manager imparino a fidarsi dei propri collaboratori e collaboratrici, che la loro funzione sia sempre più progettuale e sempre meno di controllo e che imparino a rimodulare l’organizzazione del lavoro secondo nuove modalità slegate dalla presenza e dal tempo. Ed esistenziale, per cui è necessario che anche noi lavoratori e lavoratrici impariamo che il lavoro non è il solo aspetto delle nostre vite a definirci, che possiamo dire no senza sentirci in colpa e che le nostre sfere della vita altre da quella lavorativa hanno eguale dignità di esistenza (e, poi, troverò qualcuno che mi spiegherà perchè su 365 giorni l’anno abbiamo deciso che fosse necessario lavorarne più di 300).

Risorse utili sullo spreadworking

tempo sara si no infatti quarantene coraggiose

Quarantene coraggiose: Sara e il tempo

La storia di Sara, del tempo in quarantena trascorso al lavoro, nell’orto e con sua figlia Viola, aspettando pomodori maturi e una nuova normalità

Sara è una viaggiatrice. Battuta pronta e occhi sempre attenti, con lei ho condiviso gli ultimi anni di pendolarismo ed è sempre a lei che devo i consigli più preziosi su viaggi, vini e ristoranti. Sara è una dei tre milioni di donne italiane che hanno visto la propria situazione lavorativa e familiare messa più a dura prova durante i primi mesi di emergenza sanitaria, complice la chiusura delle scuole e un mercato del lavoro che è sempre meno accogliente per le donne e per le mamme con figli con meno di quindici anni.

Sara ha trascorso il tempo della quarantena insieme a sua figlia Viola. E mentre Sara lavorava, affrontava la crisi della sua azienda, il conseguente fermo e la cassa integrazione in deroga fino a data da destinarsi, lei e Viola hanno disegnato tantissimo, aspettato invano la didattica online, piantato i pomodori nell’orto, guardato Frozen ancora e ancora, salutato il babbo che andava a lavorare tutte le mattine e creato quaderni fotografici dei loro ultimi viaggi (tra cui quello che ha ispirato anche il nostro viaggio in Mesoamerica ).

A Sara, e al tempo di ricchezza e sofferenza che è stato per lei il lockdown, ho deciso di dedicare la terza delle quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Leila e quella di Fanny, lascio che sia lei a raccontarlo.

Sara nel suo giardino

Ho passato la quarantena con mia figlia Viola di quattro anni e mio marito Claudio. Siamo stati a casa, a Melegnano, per tutto il tempo del lockdown. Per fortuna casa nostra ha un giardino e abbiamo potuto godere di questo piccolo spazio verde durante i giorni di quarantena.

La mia quarantena lavorativa è iniziata prima del 9 marzo quando, improvvisamente, il 23 febbraio, il primo caso di Covid è stato ufficializzato a Codogno, a qualche kilometro dalla cittadina dove abitiamo. La mia azienda aveva valutato che, per la nostra sicurezza, fosse meglio non recarci in ufficio.

Il tempo del lavoro: investito e guadagnato

E, così, abbiamo iniziato a lavorare in smartworking.

Nel primo mese ho lavorato otto ore tutti i giorni come se fossi stata in ufficio. Per fortuna Viola ha collaborato e fatto la brava, autogestendosi e giocando con il suo babbo, il quale, avendo un negozio alimentare, aveva sì ridotto l’orario, ma è riuscito sempre a lavorare. Uno degli aspetti che mi è mancato di più a livello lavorativo è stato il contatto con i miei colleghi. Siamo un team affiatato ed è stata una grossa privazione in questi mesi di lavoro da casa. Ci consultiamo molto e per fortuna con i mezzi a nostra disposizione siamo riusciti spesso ad incontrarci, anche se virtualmente.

Invece, il fatto positivo del lavoro smart è che ho potuto evitare le ore di viaggio casa-ufficio-casa e quindi ho ottimizzato al massimo le ore di sonno che altrimenti di solito mi godevo solo nel fine settimana.

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La prima passeggiata, e il primo caffè, dopo il 4 maggio

Il tempo delle relazioni: che non ci sono più e che continuano ad esserci, nonostante tutto

Una cosa molto difficile che ho dovuto affrontare è stato far capire ai miei genitori di settant’anni la gravità della situazione. Soprattuto perchè all’inizio è stata un po’ sottovalutata, e non capita, e solo in un secondo momento si è poi rivelata nella condizione che tutti ormai conosciamo.

Al di là di tutto, io comunque sono sempre stata un po’ “giapponese” a livello di strette di mano e contatto fisico, cioè: ho sempre preferito evitare. Quindi devo dire che ho accolto molto bene il distanziamento sociale e non mi manca assolutamente la modalità di relazione che invece prima era inevitabile.

Il tempo recuperato per la casa, per la famiglia e per sè

Diciamo che la quarantena mi ha anche trasformata un po’ in massaia disperata. Sembra facile da dire, ma gestire colazione, pranzo e cena per sette giorni per tre persone non è facile. E senza alcun accesso facilitato a supermercati e negozi alimentari, la mia creatività è stata messa a dura prova. E sarei stata davvero in difficoltà se avessi lavorato a tempo pieno.

Sì, perchè, dal 1 aprile la mia azienda ci ha messo in cassa integrazione al 50% e quindi di tempo libero ho iniziato ad averne molto. Così, cosa che non avrei potuto gestire con il lavoro presenziale, ho potuto occuparmi del giardino e dell’orto.

Insieme a Viola, che mi ha dato una mano sin da subito, ho organizzato un orticello urbano con qualche ortaggio. E spero che presto mi dia i frutti tanto aspettati.

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I pomodori dell’orto di Sara e Viola

Il tempo futuro: che già si costruisce, anche se fa ancora un po’ paura

La fase in cui ci troviamo mi sta facendo ancora un po’ paura. Non mi sento sicura del tutto a uscire, spensierata come prima del Covid19: ce la sto mettendo tutta e so che, poco a poco riprenderò, a fare tutto quello che facevo prima. Di solito sono una programmatrice di viaggi, appena tornata, anzi sul mezzo che mi riporta a casa di solito penso già alla prossima meta. Ma questa quarantena, purtroppo, mi ha fermata parecchio, il mio lato orso ha preso il sopravvento e sto molto bene in casa.

Cosa non mi mancherà? Vedere mia figlia che giocando, simula il mio lavoro utilizzando il suo pc giocattolo e che, invece di poter uscire e giocare con gli amici al parco o all’asilo, fa riunioni parlando per finta con la sua amica immaginaria.