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Il magico potere del follow up

Cosa fare quando l’azienda per cui hai mandato la candidatura fa ghosting peggio della persona che ti piace

Oggi mentre ero su Instagram a leggere come le persone avessero deciso di trascorrere l’ultimo giorno prima del lockdown, sono incappata in questa immagine. A mio parere, descrive perfettamente come si è sentit@ chi, negli ultimi otto mesi, ha cercato di cambiare lavoro.

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Meme dal profilo di @Will_ita

Cercare o cambiare lavoro oggi è insieme una necessità e una maledizione

Secondo un’analisi di Tortuga, condotta sulla base di dati Istat, dopo la prima ondata della pandemia, il mercato del lavoro italiano ha perso 656.000 posti di lavoro e il numero totale di occupati è calato del 3,84%. A esser messi peggio sono, che novità, gli under 35, i cui settori di occupazione, in particolare cultura, sport e ristorazione, sono i più colpiti dalle limitazioni governative. Infatti, il 41,3% dei lavoratori di questi comparti ha meno di 35 anni. Di questi, meno della metà può contare su un contratto a tempo indeterminato e il 57,9% di loro percepisce un reddito netto mensile inferiore ai 1000€. Se sei una donna, poi, è anche peggio.

Non deve quindi sorprenderci che il nostro mercato del lavoro negli ultimi mesi assomigli a un campo di battaglia. Grazie alla ripartenza di maggio, in cui anche i settori produttivi più colpiti sono riusciti a riprendere fiato, migliaia di donne e di giovani si stanno facendo strada a colpi di CV e cover letter. La competizione in questo momento è altissima e, come racconta anche Euronews, trovare o cambiare lavoro oggi è insieme una necessità e una maledizione.

Le difficoltà che devi affrontare se cerchi di trovare o cambiare lavoro

Oltre alla competizione, che rende piccino il più figo di tutti gli Erasmus, ci sono anche le aziende che sembrano volerci mettere del loro. Eccitate come Dissennatori a una partita di Quidditch, non vedono l’ora di vedere chi sarà il primo a cadere e allora costruiscono offerte di lavoro ridicole, dove una persona dovrebbe avere duecento teste per poter davvero lavorare bene; processi di assunzione complessi più della tecnica per truccare uguali tutti e due gli occhi; e proposte economiche e contrattuali che potrebbero tranquillamente trovare un posto magnifico su per il loro c…

Penso che la pratica più diffusa, e più odiosa, già in uso ben prima della pandemia, sia quella per cui un’azienda con cui si è instaurata una relazione di qualsiasi tipo, finisca per non dare più notizie di sè o del processo di selezione. Un po’ come quando senti un ragazzo o una ragazza per un po’ e poi, inspiegabilmete, quello o quella scompare. Per settimane. Per mesi. Per sempre.

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Cosa fare se l’azienda per cui vorresti lavorare fa ghosting

Il mio consiglio è di considerare tre strade. La prima è quella di aspettare. Magari tra un paio di settimane riceverai una telefonata in cui ti chiameranno per la proposta economica e tu ti dirai che ti stavi solo fasciando la testa inutilmente. Oppure, tra tre mesi ti arriverà una mail standard in cui ti ringraziano per il tempo che gli hai dedicato, ti dicono che le tue competenze sono veramente quello che gli pareva che potesse fare al caso loro, ma, dato l’altissimo numero di candidature ricevute, purtroppo, per questa volta, sono costretti a scegliere un’altra persona. Però, per fortuna, sono a disposizione e non vedono l’ora che si aprano nuove prospettive per il futuro. A questo punto, puoi cestinare l’email oppure fare un ultimo tentativo inviando una risposta in cui ringrazi e chiedi feedback. Probabilmente, non ti risponderanno mai e si torna punto a capo.

La seconda via che puoi scegliere di percorrere è quella del fregartene altamente. Se non sai cos’è la sindrome dell’impostore, probabilmente questa per te è la via più facile: siete spariti? Peggio per voi, io cerco altro.

La terza via è quella che io chiamo: il magico potere di fare follow up. Sì, perchè potrebbe darsi, che uno degli effetti collaterali della guerra di CV che si sta scatenando, è che dietro al tuo processo di selezione ci sia un HR sull’orlo di un esaurimento nervoso. E, magari, sta seguendo più processi contemporaneamente e, mentre tu cerchi di stare dietro a tutte le candidature che hai mandato e a tutti i colloqui che hai fissato, lei, o lui, non abbia avuto modo di cancellare il tuo nome dalla sua lista di cose da fare. Che fare allora?

Il magico potere del follow up

Un ottimo modo per farsi rispondere da una persona che non ci sta rispondendo da un po’ è fare follow up. Prendi l’ultima email che vi siete scambiati, cambi l’oggetto scrivendo in grande “FOLLOW UP”, senza le virgolette, ovviamente, inserisci un breve testo di introduzione in cui in teoria chiedi se per caso hanno visto la tua email o hanno avuto modo di valutare la tua proposta, ma in realtà stai dicendo: vi muovete a rispondere? Lasciando la tua email al di sotto, prendi due piccioni con una fava: leggono la tua prima email e possono darti risposta con un solo clic.

Cambiare l’oggetto è la vera scaltrata. È verosimile, infatti, che la persona che riceve la vostra email, e non vi ha risposto negli ultimi ventiquattro giorni, non ha idea di chi siate. Leggendo un oggetto così criptico, ma dal significato inequivocabile, verosimilmente leggerà subito la vostra comunicazione.

E se non mi risponde più?

Sai cosa si dice dei ragazzi o delle ragazze così? Ecco. Torna alla seconda via e lascia perdere: trovati un’azienda che ti merita.

fase due si no infatti

I cani sono meglio delle persone

Volevo raccontare del mio viaggio in Guatemala, ma l’inizio della Fase Due ha preso il sopravvento

La Fase Due è iniziata ieri e già mi sento imbrutitta di nuovo. Non so voi, ma a me pare che in giro ci sia fin troppo entusiasmo. Il numero di morti e contagiati è ancora altissimo, così come lo è il numero dei guariti e, quindi, comunque è una buona notizia (?). Negli ultimi giorni ho ricevuto contatti da colleghi che scrivono su testate nazionali che, scordandosi le basi della deontologia, della netiquette e pure dell’etiquette, mi hanno rincorsa su tutti i canali possibili e immaginabili per scrivere un pezzo sulla riapertura delle palestre (…) – Apro un inciso per dire: preparatevi che l’uso politicamente impegnato delle parentesi in questo articolo sarà massiccio – Il mio Instagram è sommerso di video ispirazionali, è stata brutta ma ce l’abbiamo fatta, che mi stanno facendo rimpiangere le pubblicità progresso della Fabbrica del Sorriso. E il numero di persone che sembra abbia intenzione di ricominciare la vita di prima esattamente da dove l’ha lasciata è impressionante.

Stiamo tutti molto calmi

Anzitutto, se si chiama “fase due” e non “ultima fase” o “Final Destination”, un motivo ci sarà. Non mi lancerò in una filippica sull’importanza di seguire le regole in questa fase per due motivi: uno, sono la prima che ieri è andata a camminare per la prima volta dopo cinquantacinque giorni e non ha resistito ad abbassare la mascherina per respirare la luce del sole (sì, si respira anche quella, provare per credere), per cui sarei ipocrita se lo facessi; due, come avevo raccontato qualche settimana fa, non condivido gran parte delle misure adottate finora, per cui sarei ipocrita due volte se adesso le difendessi.

Quello che, però, ci tengo a condividere è che: abbiamo la grande opportunità di cambiare le cose che non ci piacevano prima del 9 marzo. Possiamo, per favore, cercare di coglierla?

Evviva, da ieri circa 5 milioni di italiani sono tornati al lavoro. Me ne sono accorta dal rumore dei motori sulla Teem e sulla via Emilia e dal numero di email crescente che ricevo. Io non ho mai smesso di lavorare e forse è per questo che non capisco la tendenza a riprendere tutto da dove lo si era lasciato. So che, prima o poi, sarò anche io costretta a rimontare in sella alla mia bici, a prendere un treno e due metro per andare al lavoro, ma spero di trovare cambiato il mondo attorno a me. E so che questo sarà possibile solo se non sarò la sola a volerlo.

È come con i computer: se non funziona qualcosa, spegni e riaccendi

Questo è l’approccio con cui affronto ogni problema relativo all’informatica e alla tecnologia in generale (se c’è qualcosa che odio di più dei problemi informatici sono i problemi legati alla burocrazia italiana, alle tasse e al 730: trovo alcune procedure così antiquate da risultare antipatiche, ne sono certa, persino agli Angela). Se c’è qualcosa che non va e il dispositivo si può riavviare, fallo. Ho provato anche con le auto e con le persone, funziona meno, ma la speranza è sempre l’ultima a morire, no?

In ogni caso, volenti o nolenti, è quello che è successo a noi con questa emergenza Covid-19. Ci hanno spento il futuro e ora ci ritroviamo con il buffer di riavvio accesso. Abbiamo quindi due strade aperte di fronte: sperare di trovare un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato; oppure costruire insieme un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato.

E lasciate che ve lo dica: se c’è una cosa che ho imparato da questi due mesi di lockdown è che se conoscete qualcuno che dopo questi due mesi si comporta ancora come se vivessimo nel prima, siete di fronte a una persona che non merita più la vostra attenzione, compagnia o forza lavoro (!). Perchè è una persona che non si è mai fermata a farsi una domanda che sia una.

E se il cane di Pavlov imparava dai traumi, possiamo farlo anche noi

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i cani sono meglio delle persone. Di qualcuno sicuramente. Quello che voglio dire è che il nostro apprendimento, come quello dei nostri fidi amici a quattro zampe, si basa sull’esperienza vissuta. E, per noi, in particolare sulla sua rielaborazione. Se capiamo che quando suona il campanello arriva il cibo, faremo di tutto per far suonar quel campanello; allo stesso modo, se capiamo che la vita di prima ci rendeva infelici, stressati e che l’iper produttività di un mondo iper globalizzato ha portato alla prima pandemia dell’epoca postmoderna che ha colpito la civiltà occidentale, faremo di tutto per cambiare le cose (oppure siamo scemi!).

D’altra parte, però, non c’è niente che piaccia più a noi esseri umani delle abitudini. Di fronte a un mondo complesso, con troppe informazioni sempre nuove da processare, il nostro cervello cerca sempre il modo più semplice e veloce che gli permette di rispondere alla complessità. Di solito, ci vogliono ventuno giorni per modificare un’abitudine. Noi ne abbiamo avuti cinquantacinque, dovremmo aver fatto in tempo a cambiare ben due cicli di abitudini: vogliamo davvero buttare via tutto? Sono sicura che, sia che siate stati da soli, sia con i vostri cari o i vostri coinquilini, sia se avete lavorato o se ancora state aspettando la cassa integrazione (!?), sia se avete avuto a casa i figli o meno, le vostre abitudini sono cambiate, il vostro ritmo è cambiato, le vostre priorità sono cambiate.

Io, per esempio, ho capito che non rinuncerò più al sonno per riuscire a fare tutto quello che non riesco a fare durante il giorno; ho capito che non mi fa bene correre continuamente di qua e di là; che lavorare bene spesso non è sinonimo di lavorare veloce e che un lavoro orientato agli obiettivi è molto, molto, più efficace di uno orientato a timbrare il cartellino (!); ho capito che con i miei acquisti possono sostenere persone che, come me, fanno del loro meglio per portare qualcosa di positivo nel mondo, anche se è difficile; ho capito che devo stare lontana da chi, persone, brand, istituzioni, ha solo sciacallato e che invece voglio tenermi vicine le persone che vogliono davvero che le cose cambino alla fine di tutto questo.

Questo è l’altro punto chiave: parlando al telefono con amici e amiche ci siamo detti che ci sarà sempre chi ci farà tornare indietro, punto e a capo. Due cose su questo: anzitutto, se vogliamo che le cose cambino, cerchiamo di non essere noi gli stronzi (sul lavoro, può esserti forse utile leggere questo articolo di Silvia Zanella, che propone un cambiamento di prospettiva molto utile e sul quale anche io ho avuto modo di riflettere qualche tempo fa). Punto secondo, cerchiamo il più possibile di ricordare alle persone attorno a noi quanto sarebbe preferibile se le cose cambiassero! Io, nel mio piccolo, ci sto provando: alla fine della scorsa settimana ho fondato un Circle, che si chiama BlossomINg, che ha l’obiettivo di raccogliere persone che vogliono trovare e far crescere la propria voce (è stata la naturale evoluzione del percorso sulla sindrome dell’impostore che avevo lanciato a gennaio prima di partire per il Messico, se ti fa piacere saperne di più, puoi cliccare qui e chiedere l’adesione).

Sul fatto poi che i cani siano meglio delle persone, per questo Governo parrebbe decisamente di sì, dato che hanno ottenuto il diritto di uscire prima di noi e dei nostri figli.

Infine, sul fatto che siamo di fronte a un trauma collettivo, e che non ho ancora sentito parlare di come pensiamo di rielaborare il lutto per tutte le persone care, per tutte le opportunità, per tutti i sogni che abbiamo perso, ho una domanda sola: perchè abbiamo preferito riaprire le attività produttive come prima cosa e non abbiamo invece voluto piangere, prima, i nostri morti?

NB: nessun cane, scienziato, congiunto, governante o imprenditore è stato maltrattato durante la scrittura di questo articolo. Si ringrazia Beba per la partecipazione fotografica

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Sindrome dell’Impostore: perchè ho organizzato un workshop che ne parla

Perchè non ne ho trovato uno. E così è nato Cut It! workshop sulla Sindrome dell’Impostore, che sarà mercoledì prossimo a partire dalle 19:00 a Talent Garden Merano, in via Merano 16 a Milano.

Registrati subito qui, i posti sono limitati!

Una sera ero a letto, impegnata in quella pessima abitudine che è annoiarsi su Instagram prima di andare a dormire. A un certo punto il mio dito si è fermato, lo sguardo attirato da un post: don’t believe everything you think, non credere a tutto ciò che pensi.

Quando qualcosa non mi è chiaro, avvicino le sopracciglia e mando indietro la parte alta del collo, abbassando gli angoli della bocca. Penso proprio di averlo fatto anche quella sera. Che cosa voleva dire: non credere a tutto ciò che pensi? Se non credo a ciò che penso, a che cosa dovrei credere? Per fortuna, il collettivo femminile di Miami che aveva generato quella domanda su sfondo verde salvia, aveva deciso di accompagnare a quella frase una didascalia più che appropriata. Stavano promuovendo un evento che si sarebbe tenuto di lì a poco dal titolo “Impostor Syndrome is real“.

Mi è bastato fare una piccola ricerca su Google per capire che non solo la Sindrome dell’Impostore è reale, ma davvero può sabotare i nostri pensieri al punto che non crederci apparirebbe la soluzione più intelligente. E secondo i risultati di uno studio condotto l’anno scorso e pubblicato sull’International Journal of Behavioral Science, il 70% dei Millennials dichiara di aver vissuto almeno un episodio di questo tipo.

Sindrome dell’ Impostore: che cos’è?

Il termine compare per la prima volta nel 1978, coniato da due psicologhe statunitensi, Pauline Clance e Suzanne Imes. Ciò che Clance e Imes osservarono era la tendenza, in particolare nelle donne, di sentirsi inadeguate o fuori contesto in situazioni in cui avrebbero dovuto, invece, sentirsi perfettamente a loro agio, perchè in possesso di competenze riconosciute o perchè in percorsi di carriera virtuosi e di successo. In particolare, le donne con cui entrarono in contatto le due psicologhe sentivano in qualche modo di non essere abbastanza brave o preparate, per svolgere il proprio lavoro o per poter esprimere la propria competenza su temi in cui erano effettivamente esperte.

Solo paura o qualcosa di più profondo? Secondo le due ricercatrici molto era dovuto alla cultura in cui quelle stesse donne erano cresciute, una cultura dove, come suggerirà 31 anni dopo la filosofa italiana Maura Gancitano, ci è richiesto di essere solo delle brave bambine, che stanno al loro posto e sono perfette. Qualche anno prima, nel 2012, Valerie Young, avrebbe pubblicato un libro ” The Secret Thoughts of Successful Women”  interamente dedicato ai meccanismi di autosabotaggio che le donne di successo mettono in atto in seguito alla sindrome dell’impostore. Credere di dover sempre essere perfette e di non essere mai abbastanza, scrive Young nel 2012, porta infatti le donne a non farsi avanti, a sentirsi spesso inadeguate, a non raggiungere gli obiettivi che si sono preposte perchè non si sentono mai abbastanza. Ma il merito del lavoro di Young, oltre ad aver circoscritto maggiormente cosa significa sperimentare la Sindrome dell’Impostore, è stato anche e soprattutto quello di riconoscere che la Impostor Syndrome non è un problema solo femminile, ma colpisce in egual modo tutte le minoranze e i gruppi discriminati.

Perchè? Perchè il modello culturale con cui siamo cresciuti prevede che le nostre possibilità dipendano dal nostro genere, dalla nostra provenienza e appartenenza sociale ed etnica, dal fatto che possiamo camminare, vedere, sentire, parlare, oppure no. E per questo stesso modello culturale, se da un lato le donne devono essere sempre perfette e non dovrebbero sperimentarsi in contesti diversi dalla casa e dalla famiglia, gli uomini devono sempre sapere tutto, in particolare negli ambiti che sarebbero loro assegnati, carriera, lavori manuali ecc. Niente di più costruito, ma è si intessuto nella nostra identità durante il nostro intero percorso di crescita.

Ecco perchè per guidare Cut It! ho scelto una professionista dell’educazione, una pedagogista italiana specializzata nella clinica della formazione. Si chiama Paola Marcialis ed è docente a contratto di Pedagogia dell’Inclusione Sociale all’Università di Milano Bicocca. Con lei, SPOILER!, andremo a rielaborare i nostri vissuti per cercare di vedere come la sindrome dell’impostore si è intessuta nella costruzione della nostra identità e, così, capire come darci un taglio.

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Cut it! si terrà a Milano mercoledì 29 gennaio 2020 al Talent Garden di via Merano. Cut It! è stato organizzato in collaborazione con Lean In Milano e Talent Garden

Ti è mai capitato di mettere in dubbio quello che sai fare? Forse non è umiltà o essere realisti, ma Sindrome dell’Impostore

E a proposito di educazione. Sono stata educata a pensare, e forse anche tu, che tutto ciò che ho acquisito derivi dal portare a compimento il mio dovere. Raggiungere i traguardi in maniera impeccabile poteva sempre e solo essere l’unico modo possibile di laurearsi, eseguire le sequenze agli esami del corso di karate e suonare al saggio di violino. In fondo, non stavo facendo nulla se non fare quello che dovevo. Ho una carissima amica che, dopo quattro mesi in un posto di lavoro nel quale le è stato assegnato un incarico di responsabilità, mi dice che non ha idea del perchè l’abbiano assunta, perchè lei, in fondo, non ha le competenze necessarie. Questo, a discapito di una laurea, un master e di quanto stia lavorando sodo per imparare ciò che, ancora, non sa. Tra la sana umiltà e l’autosabotaggio il limite è sottile. Ma se la prima ti sprona a fare di tutto per migliorarti, il secondo ti blocca dall’inviare il CV per quel lavoro per senti che potresti esser perfetta, se solo… se solo non avessi la Sindrome dell’Impostore.

Come capire se hai mai sperimentato la Sindrome dell’Impostore

La risposta più facile, sarebbe suggerirti di fare il test che Valerie Young ha sviluppato come allegato del suo libro (lo trovi qui).
Se non ti piacciono le scorciatoie, puoi certamente fare il test quando avrai finito di leggere i diversi dispositivi di comportamento, attivati dalla Sindrome dell’Impostore, che Young ha raccolto nel suo libro.

Perfezionista: stabilisce così alte aspettative su di sè, che se non raggiunte al 99%, sono vissute come un fallimento. Questo tipo di dispositivo fa sì che chi lo sperimenta metta in discussione se stesso totalmente a ogni piccolo errore commesso.

Esperto: c’è sempre qualcosa da sapere, no? Questo tipo di dispositivo fa sì che la persona si senta sempre in difetto, in un circolo bulimico di sapere che non riuscirà mai a saziare la sua insicurezza.

Genio naturale: c’è sempre qualcosa in cui sentiamo di essere bravi naturalmente. Così, ogni volta che fare qualcos’altro ci costa fatica, non ci sentiamo in realtà affatto in grado di poterla portare a termine con successo. E questo ci fa sentire degli impostori anche in quegli ambiti in cui ci sentiamo bravi naturalmente.

Supererore: chi si ritrova in questo dispositivo, è così convinto di essere un impostore che studia continuamente nel tentativo di non essere smascherato. Inutile dire che vive a braccetto con l’ansia da prestazione.

Sindrome dell’impostore: come si sconfigge?

Bhe, se ve lo dicessi adesso, dovrei uccidervi.
Vi aspetto mercoledì a Cut It!

raccontare propria storia come fare colloquio di lavoro

Raccontare la propria storia per fare un colloquio di lavoro super

Il colloquio di lavoro è l’apostrofo rosa tra il CV e il “le faremo sapere”.

Come a molti, in questi primi cinque anni di lavoro e di ricerca di un impiego di cui sentirmi soddisfatta, mi è capitato di sostenere parecchi colloqui. Di persona, al telefono e via Skype. Conoscitivi, orientativi, per capire se siamo sulla stessa lunghezza d’onda. In qualche occasione, in un’esperienza lavorativa passata, mi è anche capitato di sedere dall’altra parte del tavolo e di essere io a fare le domande.

Cosa ho imparato da tutto questo? Ho deciso di raccontarlo in questo articolo insieme a qualche dritta che ho appreso grazie alla mia esperienza e, per fortuna, anche da chi ne sa più di me

Un paio di settimane fa, una ragazza che conosco mi ha detto che avrebbe dovuto sostenere il suo primo colloquio di lavoro e mi ha chiesto se avessi qualche consiglio da darle. Dopo averle risposto, presa dall’entusiasmo, ho posto la stessa domanda alle persone che mi seguono su Instagram e ho raccolto consigli diversi, ma soprattutto mi sono arrivate molte domande su come prepararsi bene, su cosa viene chiesto più spesso e poi racconti di colloqui in cui ci sono state fatte domande a cui avremmo dovuto non rispondere.

Così ho deciso di scrivere questo articolo sul colloquio di lavoro.  Non la solita miniguida al colloquio di lavoro perfetto. ma un articolo ricco di informazioni che possano esserti utili sia se stai entrando nel mondo del lavoro , sia se hai già esperienza e desideri migliorare

Ho pensato di scrivere questo articolo ponendomi tre obiettivi: vorrei raccontarti che è importante prepararsi per un colloquio di lavoro e cercare di darti strumenti utili per farlo al meglio; darti spunti su come raccontare la tua storia in modo coerente, per giustificare le tue scelte e dare un senso al tuo percorso; e farti conoscere quali sono le domande che non dovrebbero farti e come rispondere in maniera adeguata e consapevole. Rimanendo cosciente del fatto che, comunque vada, c’è un’infinità di fattori interni all’azienda che ti ha invitato a colloquio che non c’entrano assolutamente con te. Come mi ha detto la mia amica Agnes questa mattina, a volte i processi di selezione durano mesi e tra un colloquio e l’altro passa talmente tanto tempo che non puoi startene lì a giocare a “mi hanno preso, non mi hanno preso” con la prima margheritina che trovi in un prato (anche perchè è novembre). Per cui, fai del tuo meglio, rilassati e non fasciarti la testa prima di essertela rotta.

Prima di iniziare ecco un bel cambio di prospettiva sulla ricerca di lavoro

All’università ho studiato Sociologia. Uno dei corsi che ho frequentato durante la triennale è stato Sociologia del Lavoro. Un corso interessante che, come gli altri presenti nell’offerta  formativa, si proponeva di insegnarci a non dare per scontato nulla di quel che abbiamo imparato a ritenere vero, reale e giusto. Inutile dire che questa meravigliosa spinta alla complessità ha finito per acuire il mio instancabile spirito critico e a rendermi, se possibile, ancora più rompiscatole. Ma torniamo a ciò che ho imparato a non dare per scontato del mondo del lavoro e cioè che il lavoro lo cerchiamo noi e le aziende lo offrono. Già. Sono sicura che questa è la prima volta che la senti. Ma la letteratura sul funzionamento del mercato del lavoro è abbastanza chiara in merito: siamo i lavoratori, cioè noi, a offrire il nostro lavoro alle aziende che ne hanno bisogno. Dunque , in realtà sono le aziende che cercano lavoro e siamo noi ad offrirlo. E non il contrario.

Ci hanno insegnato a credere che il lavoro è una specie di privilegio, che noi, i lavoratori, cerchiamo e che, come per tutte le risorse scarse, dobbiamo lottare per ottenere mentre aziende con posti vacanti se ne stanno lì a guardarci gareggiare, in un perverso gioco delle sedie.  Comodo, vero? Così non chiediamo niente, accettiamo quello che ci viene dato con gratitudine, non facciamo casino, non pretendiamo gli straordinari pagati e sì, vi prego, non date la paternità ai nostri partner perchè a nessun uomo interessa fare il papà. Prova a pensare a cosa succederebbe se la prospettiva si ribaltasse: se ti rendessi conto, all’improvviso, che a cercare lavoro non sei tu, ma l’azienda che ti chiama per un colloquio. Non è così strano pensarlo, in fondo per produrre le aziende hanno bisogno di competenze specifiche di cui tu sei portatore. A differenza di quello che ci hanno sempre raccontato, tu sei sul mercato del lavoro per offrire le tue competenze al miglior offerente.

Quando farai il tuo primo colloquio di lavoro non svenderti e rilassati: loro hanno bisogno di te

E tu hai bisogno di loro. Ora che siamo passati da questo cambio di prospettiva, possiamo chiederci se siamo d’accordo che è necessario arrivare comunque preparati a un colloquio di lavoro, vero? Ecco, per me, all’inizio della mia (attenzione, parolone) carriera, non era affatto così. Ci sono valute parecchie porte in faccia prima di capire che, come per tutte le prove, bisogna arrivare preparati.

Raccontare la tua storia in modo coerente durante un colloquio di lavoro

La prima domanda che, di solito, ti sentirai chiedere a un primo colloquio è: raccontami un po’ di te. Rispondere potrebbe sembrarti molto facile e invece lasciati dire che è una delle cose più difficili. Anzitutto, la persona che ti ha posto la domanda non è interessata a conoscerti, quanto invece a valutare il tuo profilo, le tue capacità di esposizione e se quanto stai dicendo è in linea con quello che hai scritto nel CV e nella lettera di motivazione. In secondo luogo, a meno che tu non abbia fatto un corso di autobiografia, o non abbia fatto molti colloqui, potresti essere un po’ fuori allenamento a parlare di te: ci viene richiesto moltissimo quando siamo bambini, poi dal liceo tutti ci chiedono di sapere cosa pensiamo, nella migliore delle ipotesi, quanto ci ricordiamo del libro che abbiamo studiato, in quella più plausibile. E terzo, probabilmente nella domanda è sottointeso che la tua risposta dovrà essere breve. Per rispondere al meglio, allora, includi chi sei, dove sei adesso e dove vuoi arrivare nei primi cinque minuti della tua risposta; prima del colloquio prendi nota di quei punti che, in base al profilo per cui ti sei candidato, vuoi assolutamente condividere con la persona che hai di fronte; giustifica i cambi di percorso, i ritardi, le difficoltà, come se facessero parte del piano più grande che hai disegnato per te; e fai pratica: presentati prima in dieci, poi in cinque e poi in tre minuti con persone diverse per annullare l’ansia da prestazione.

Come ho imparato a rispondere alla domanda che più mi spaventava e a cui non riuscivo mai a dare una risposta

Anche le persone che fanno i colloqui sono andate a scuola. Ecco forse spiegato il motivo per cui in quasi tutti i colloqui che farai ti chiederanno più o meno le stesse cose. Raccontami di te, cosa stai facendo adesso, cosa stai cercando, perchè hai scelto noi, come ti vedi tra cinque anni ecc. Tra tutte, la domanda che mi mette più in difficoltà è: perchè dovremmo scegliere te tra tutti gli altri?  Sono stata educata a non fare confronti e che, in caso di confronto obbligato, io ne sarei uscita peggio. Per cui puoi capirmi se ti dico che mi è sempre venuto da rispondere: non sapendo chi sono gli altri, non ne ho idea. E temo proprio di aver risposto così una volta (inutile dire che non li ho più sentiti).

Allora ho capito che avrei dovuto lasciar perdere la mia educazione e trovare una risposta diversa a quella domanda. In questa ricerca mi è stato molto utile rendermi conto che a interessare al mio interlocutore non è tanto la risposta, quanto il mio modo di rispondere. Dire “non so chi sono gli altri” equivale a dire “non mi interessa, non sono pronta”; e dire “io sono la più brava di tutti” equivale a dire “non ho spirito collaborativo sarà difficile inserirmi nel vostro team“. Allo stesso modo, concentrare la mia risposta sulle cosiddette hard skills, ovvero sulle competenze tecniche utili per un determinato mestiere, rende inutile qualsiasi contributo perchè, in questo caso sì, non sai chi siano gli altri, e non puoi metterti a confronto. Una volta ci ho provato e un direttore di testata, che in quell’occasione fungeva anche da CEO (vediamo se indovini chi è) mi ha risposto: ma questa è filosofia! Inutile dire che non l’ho più sentito.

La risposta giusta ha molto più a che fare con il modo di lavorare più che con l’oggetto o il soggetto del tuo lavoro. Quella domanda, perchè dovremmo scegliere proprio te, in realtà significa: qual è il massimo contributo che vuoi portare alla mia azienda? La risposta allora non può che rientrare nel campo delle soft skills, ovvero quelle competenze trasversali che ti consentono di risolvere problemi e di relazionarti con gli altri. Prova allora a chiederti: cosa mi rende unic@? Cosa, o che contesto, rende utile il mio essere unic@? Ecco questo, questo è anche il tuo punto di forza. Un’altra domanda che fanno spesso è di indicare i tuoi punti di forza e di debolezza. Ci hanno insegnato che ciò che siamo bravi a fare è la nostra forza e ciò che non siamo bravi a fare è il nostro punto debole. In realtà, la domanda dovrebbe essere posta in un altro modo e cioè: cosa ti rende forte? E cosa ti rende debole? Io potrei essere bravissima a usare i Gantt e allo stesso tempo i Gantt mi annoiano terribilmente e la mia produttività ne risentirebbe. Allo stesso modo, ciò che mi rende unica è la mia capacità di creare esperienze con le parole. E, per mia fortuna e per quella di chi sceglie di lavorare con me, è anche ciò che so fare meglio.

Cosa non dovrebbero chiederti durante il colloquio e come fare a rispondere in maniera adeguata

Ci sono poi delle domande che non dovrebbero esserti poste poichè violano la tua privacy. Il nuovo Regolamento Europeo GDPR ha confermato quanto era già in vigore: il nuovo codice privacy D. Lgs. n. 101/2018 prevede infatti che in fase di colloquio non è possibile chiedere al candidato informazioni sul proprio orientamento politico e sessuale, sulla propria religione, sull’appartenenza o meno a un sindacato, sulle proprie scelte riproduttive, sulla sua composizione familiare e qualsiasi altra area che non abbia una stretta rilevanza per valutare se il candidato è adatto o meno a quella posizione professionale. Anche chiedere la busta paga in fase di colloquio è una violazione della privacy. Il nuovo codice prevede sanzioni pari a un’ammenda da 154€ a 1.549€ o con arresto da quindici giorni a un anno.

Se ti stai dicendo che contribuire all’arresto del proprio probabile datore di lavoro non è proprio il modo migliore di farsi assumere, hai ragione, e allora cosa fare se durante un colloquio ci vengono rivolte queste domande? Sono del parere che sapere è potere. Sapere che nel portele le persone che hai di fronte si sono messe in una situazione di illegittimità, ti dà la possibilità di scegliere se rispondere, quando e come. Se non te la senti, puoi prendere tempo oppure ribattere con un’altra domanda. A me non è ancora capitato, ma a diverse mie amiche è stato chiesto se avessero in programma di avere figli, se fossero fidanzate e se volessero una famiglia. Alcune di loro, che ci sanno fare ai colloqui, mi hanno detto di aver fatto desistere l’interlocutore chiedendo a loro volta: e lei, vuole avere figli? Oppure, ho una famiglia, voglio molto bene ai miei genitori, e lei? C’è anche chi, vedendosi chiedere la busta paga, ha deciso di non proseguire il percorso di selezione. Conoscere i nostri diritti ci dà la possibilità di compiere scelte consapevoli. E anche di cambiare le cose. Una persona che conosco, che si era sentita rivolgere una di quelle domande e che aveva sviato il discorso facendo a sua volta una domanda indiscreta, una volta assunta ha portato al suo capo il problema e ciò ha fatto sì che la procedura di selezione del personale fosse rivista.

Tre motivi per cui sostenere un buon colloquio di lavoro è, in fondo, solo questione di equilibrio

1) Le persone che incontrerai al colloquio sanno molto di te. Oltre a quello che gli hai inviato tu, è molto probabile che avranno guardato anche i tuoi social network e tutto quello che hai pubblicato online. Per essere pari, e riportare l’equilibrio quando vi incontrerete, fallo anche tu, prendi informazioni, arriva il più possibile preparat@ sulle persone che incontrerai e sull’azienda che rappresentano. Tutti abbiamo i social network, anche le aziende e gli HR.

2) Le persone che incontrerai ti faranno molte domande. Vorranno conoscere meglio il tuo percorso, la tua storia, i tuoi punti di forza e di debolezza. Ti ricordo che, contrariamente a quanto ci hanno insegnato, il colloquio serve a te per stabilire se chi hai di fronte è il miglior offerente per le tue competenze: per cui, fai domande a chi ti sta di fronte.

3) Una delle professioniste che ho conosciuto grazie a Lean In, Alessia, mi ha insegnato che il miglior modo per ottenere qualcosa è fare come se già l’avessi ottenuta (le americane dicono “fake it until you make it”). Il che ovviamente non significa spacciarsi per quello che non si è o assumere un atteggiamento arrogante o sbruffone. Piuttosto, ci aiuta a sentirci più sicuri di noi stessi e rende più facile agli altri vederci in un certo ruolo, se noi ci presentiamo come se già l’avessimo raggiunto.

Hai altri dubbi o curiosità a cui non sono riuscita a rispondere? Parliamone!

Ho scritto questo articolo a partire dalle mie esperienze. Per gli aspetti legati a ciò che è legale e ciò che non lo è mi sono avvalsa dell’aiuto di alcun* amic* HR, che ringrazio. Per fare tutto questo in maniera corretta, mi sono avvalsa delle risorse che ho trovato su leanin.org (se mi hai seguito su Instagram, sai che questo percorso non sarebbe stato possibile senza il cupcake, risorsa infinita di zuccheri e conoscenza, un po’ come gli incontri incontri di Lean In Milano.  Parteciparvi  mi ha dato la spinta necessaria per affrontare la mia presenza nel mondo del lavoro in maniera più consapevole. Questo post, senza quella specifica esperienza, non sarebbe stato così approfondito).

cosa fare se non so fare qualcosa

Se non sai fare qualcosa, provaci, chiedi e impara

Questa mattina verso l’ora di pranzo, proprio quando stavo per andare in cucina a prendere i pistilli di zafferano da mettere insieme al brodo per fare il risotto giallo, la lavatrice ha deciso di bloccarsi con un TAC e una scritta sul display: “F05”.

Quando ero piccola e non sapevo fare qualcosa, facevo quello che fanno tutti i bambini: provavo a caso (non ero poi così speciale da non aver tentato di infilare la formina tonda in quella quadrata un sacco di volte prima di capire che, forse, dovevo metterla da un’altra parte), mi incazzavo e chiamavo “i grandi” in mio aiuto. I quali, se all’inizio si mettevano di fianco a me e insieme capivamo come risolvere il mio problema, negli anni successivi e per tutta l’adolescenza hanno preso l’abitudine a dirmi: “arrangiati“.

Sono cresciuta a prove ed errori, odiando la parola “arrangiarsi”, perchè era l’unica modalità per risolvere i problemi

Per me un problema è un modo nuovo in cui il mondo attorno a me mi si presenta trasformato e, per risolverlo, devo capire le cause della trasformazione e avere chiare le possibili conseguenze.

Così, dopo aver osservato attentamente la lavatrice, e essermi assicurata che il mio sguardo minaccioso non stava avendo alcun effetto su di lei e quel F05 restava a fissarmi con il suo color arancione strafottente, ho cercato di capire cosa non andasse e di trovare la soluzione al  problema. Anzitutto, ho cercato su Google. E lì, su un sito fantastico che si chiama riparodasolo.it, ho trovato la soluzione.

Di questo modo di affrontare i problemi, per cui prima si osserva il guaio, poi ci si arrangia per risolverlo e si fa memoria per la volta successiva, è rimasto il fatto che ancora oggi se non so una parola la cerco sul dizionario, se non so come si fa qualcosa chiedo a chi è già capace di farla e se neanche così ci riesco, prendo spunto da qualcuno che ha già risolto un problema completamente diverso e provo a trasformare quella situazione in una soluzione possibile per il mio problema (ho dedicato a questo aspetto della creatività come risorsa per il problem solving in un articolo che ho scritto per GetFIT qualche tempo fa).

Questa capacità mi è tornata utile non solo questa mattina, ma anche qualche settimana fa quando mi è stato chiesto di tenere la mia prima formazione sui social media applicati in un ambito di cui non sapevo assolutamente nulla

Sono stata contattada dalle ACLI di Milano per tenere una formazione sull’uso dei social media per la campagna elettorale, all’interno di un percorso di formazione da loro offerto insieme a Enaip, Anci e Lega Autonomie e Persona e Comunità rivolto agli amministratori pubblici locali impegnati nelle prossime elezioni e chiamato appunto Scuola di Politica per Amministratori pubblici locali. 

All’inizio ero lusingata e allo stesso tempo spaventata dalla richiesta. Non era la prima volta che mi trovavo a fare una formazione sull’uso dei social, ma ciò che era del tutto nuovo era il contesto: io non mi sono mai occupata di comunicazione politica, da un lato, e dall’altro non avevo nessuna intezione di fare quella che laureata al liceo classico si presenta come “la cuggina” in grado di fare tutto. D’altra parte però non è che io non avessi proprio niente da dire in merito a strategie di comunicazione e uso dei social media, visto che entrambi i punti sono parte del mio lavoro. Allora, ho provato a mettere in pratica quello che faccio sempre quando mi trovo di fronte a qualcosa che non ho mai fatto prima. Non volevo arrendermi e dire di no a chi mi aveva contattato, senza prima aver fatto delle verifiche.  Così mi sono chiesta:  in cosa la comunicazione per i brand è diversa da quella elettorale?

E ho deciso che, se mi fossi resa conto che le differenze erano troppe, avrei rinunciato, altrimenti, avrei studiato e avrei provato comunque a fare la formazione

Come prima cosa, ho contattato chi tra i miei contatti si occupa veramente di comunicazione politica e ho posto a loro quella domanda. Ne ho ricavato due telefonate interessantissime, una in italiano e una inglese, qualche libro da leggere e molti articoli del The Guardian sulla strategia social vincente di Alexandria Ocasio. Avere attorno a noi una rete di persone che ne sa di più è molto utile per risolvere i problemi in tutti in campi, dalla lavatrice rotta (grazie BigG) a un cliente dalle richieste complicate al lavoro fino a una formazione su un argomento su cui sai di non sapere abbastanza.

La cosa più sorprendente che ho scoperto seguendo i consigli di Amalija e Xavier, che rispettivamente si occupano della comunicazione del partito lettone Attīstībai / Par! e della comunicazione della sindaca di Torino Chiara Appendino, è che le differenze tra comunicazione elettorale e commerciale non sono poi così tante. Già nel 2009 il politologo Philippe Mareek si era accorto che noi cittadini siamo così abituati ad essere considerati principalmente come consumatori, che più i politici utilizzano tecniche del marketing commerciale per avere il nostro consenso, più noi siamo pronti a darglielo. Il processo di comunicazione che porta a vendere i servizi che un candidato sindaco offre ai suoi concittadini, è analogo a quello che tutti i giorni disegno per i brand con cui collaboro. Persino la finalità è la stessa: le persone comprano e votano solo se si fidano del brand o del candidato. Allo stesso modo, anche gli strumenti sono gli stessi. E per far vincere un candidato bisogna disegnare per l’elettore un’esperienza memorabile, esattamente come fanno i brand con cui siamo abituati a confrontarci ogni giorno.

Ho deciso dunque di fare la formazione, ma senza rinunciare all’onestà intellettuale

Mi sono presentata di fronte ai 25 allievi della scuola con una manciata di slide (che, se vi ho incuriosito a sufficienza, potete scaricare qui) e una dichiarazione di onestà. Ho detto loro chi ero, cosa avrei fatto e cosa non avrei potuto fare quella sera per loro, quali erano state le fonti che avevo usato per prepararmi e cosa avevo studiato per andare da loro quella sera. Chiaramente non potevo fingermi un’esperta di comunicazione politica, come questa mattina non potevo fingermi un idraulico. La presentazione è stata un successo, gli allievi hanno preso appunti, hanno fatto domande e mi hanno fatto giurare che avrei mandato loro le slide per poterle portare ai loro gruppi di lavoro.

Peccato non vada sempre tutto così liscio. Con la lavatrice, ad esempio, questa mattina arrangiarmi, chiedere e studiare non è stato affatto semplice. La soluzione che ho trovato in fretta si è sì rivelata quella giusta, ma non c’era scritto da nessuna parte che mi si sarebbe allagato il bagno e avrei passato le due ore successive a buttare asciugamani sul pavimento nel tentativo di arrestare quel lago che inesorabile dal bagno si stava dirigendo verso il resto di casa. La morale di questa storia? Come al solito non c’è, arrangiatevi 😉

power nap benefici pisolino sinoinfatti

Ecco perchè dovresti imparare a spegnerti per 10 minuti

Si, ogni tanto mi spengo. In che senso? Nel senso che ogni tanto ho bisogno di chiudere gli occhi e dormire per 10 minuti filati. Ma non dormicchiare che mi sveglio al primo starnuto di quello che si è seduto di fianco a me sul treno (con tutti i posti liberi che c’erano!), no, io proprio quando mi spengo dormo proprio.

Come se il mio cervello avesse bisogno di una pausa dalla realtà

Mi è capitato di dovermi spegnere nel bagno di un bar, in un bosco durante un gioco notturno agli scout, in pausa pranzo dopo una riunione particolarmente impegnativa, mentre scendevamo dalla Val Codera, al matrimonio di Francesca e Nicola tra il primo e il secondo, su un autobus a Dublino, in un sushi.

A quanto pare fare pisolini di 10 minuti è molto utile al cervello: ha gli stessi effetti benefici di quando accendi e spegni il pc quando si impalla

Si chiamano power nap e sono  pisolini di 10/20 minuti in cui il cervello si spegne come se stesse dormendo profondamente, per poi riaccendersi ricaricato

Come quando togliete la batteria dello smartphone per farla durare di più o spegnete e riaccendete il pc quando vi si impalla. Secondo gli ultimi studi fatti in materia, i power nap possono incrementare l’attività del cervello del 20%,  aumentano la creatività e la concentrazione, riducono ansia e frustrazione e ci rendono più efficaci nelle attività che dobbiamo svolgere. Questi pisolini sono cosi utili che Google ha persino previsto che nelle sue sedi ci sia una stanza, chiamata “power nap room“, dedicata a questi pisolini riattivanti.

E poiché mi sembrava che Google fosse un esperto in questo campo, ecco cosa ho trovato di interessante sui power nap

Ho digitato “power nap” nella barra di ricerca e ho scoperto che:

  1. Esiste una guida su WikiHow che spiega come fare power nap perfette per ottenere i benefici che questi pisolini regalano al nostro cervello e al nostro umore
  2. C’è una funzione di MAC che si chiama così e che permette al computer di fare operazioni mentre sembra spento
  3. Esiste uno strumento che può calcolare quale momento della nostra giornata è ideale per appisolarci (ad esempio, il mio è alle 2 del pomeriggio, tipico caso di abbiocco postprandiale)
  4. I power nap hanno effetti più immediati della caffeina e non fanno male al fegato
  5. La NASA ha inserito la power nap nelle procedure di volo dei suoi piloti

Per cui, ora non vi resta che calcolare qual è l’ora più adatta e dire al vostro capo che state andando a prendervi una boccata di energia: dopo lo sbalordirete a tal punto che non potrete più rinunciare al pisolino.

come organizzare evento

Organizzare un evento con 0 sbatti e 7 amici

Organizzare qualcosa ha sempre una componente eroica da non sottovalutare. Tante sono le fatiche e i problemi da affrontare, dal tempo che non basta mai ai problemi che ti si presentano con una testa e prima che tu te ne accorga sono diventate delle Idre. Che sia un compleanno, un matrimonio, una festa o partire per le vacanze, c’è sempre qualcosa che va storto prima che tutto vada per il meglio.

Con BORA organizziamo una media di 4 eventi all’anno dal 2015 e, ormai, possiamo dire di aver imparato come gestire, non evitare 😉 , le infinite fatiche che si presentano quando si organizza un evento. Il motivo per cui continuiamo ad affrontarle, e chi ha un’associazione come la nostra lo sa bene, è che quando, nel casino della festa, ti guardi intorno e incontri i sorrisi dei partecipanti, ti dai una pacca sulla spalla da solo e pensi: cheffighichesiamo.

Come organizzare un evento con la tua associazione, con i tuoi amici o per te stesso*: dall’idea a “cheffighichesiamo”

È vero. Organizzare un evento, una festa, un compleanno, è sbatti. Soprattutto se siete in pochi e se non l’avete mai fatto prima. Organizzando eventi come BORA abbiamo trovato utile negli anni trovare ciò che funziona meglio per ciascuno di noi e ripeterlo come se fosse un modello per ogni evento che organizziamo. Per raccontarti come facciamo nel dettaglio sono andata a riguardare gli appunti presi durante le riunioni che hanno accompagnato BORA nella realizzazione del Fuori Corea di quest’anno, che sarà domenica prossima a Vizzolo.

Abbiamo detto, trovare ciò che funziona meglio per ciascuno e ripeterlo come se fosse un modello.

  1. Senza Luca, non si va da nessuna parte: la prima cosa da fare quando si organizza un evento è capire a chi interessa e poi capire cosa piace a questo qualcuno per avere più possibilità che partecipi. Luca è stato l’anima creativa del Fuori Corea. Sua è stata l’idea, suo l’entusiasmo che ci ha spinti ad andare avanti, suo il compito di parlarci dei writer e della gente dell’hip hop italiano, di cosa cercano, cosa vogliono, cosa si aspettano di leggere e di vedere su una locandina condivisa su Instagram.

IN ALTRE PAROLE: quando organizzate un evento scegliete un audience specifico che dovrete conoscere il più possibile

2. Assicuratevi di avere una Vera: il mio compito quando organizziamo un evento è quello di tenere il ritmo. Non è affatto un compito facile e io cerco di fare del meglio senza fare troppi danni. A settembre ci troviamo, di solito a cena, e definiamo il calendario di tutto l’anno. Io sono quella che tre mesi prima di ogni evento chiama a raccolta i membri di BORA e che di volta in volta tiene segnate le cose da fare (vi ricordate che non vivo senza liste sì?). Il fatto che io mi occupi anche della comunicazione mi aiuta molto in questo: riesco sempre ad avere una visione d’insieme su quello che stiamo facendo. In altre parole, sono quella che rompe le scatole finchè le cose non vengono fatte. Per tempo e per bene.

IN ALTRE PAROLE: quando organizzate un evento fate una lista di tutte le cose da fare – scelta del tipo di evento, scelta della data, scelta dell’audience, scelta del nome, scelta degli eventuali co-organizzatori e sponsor, realizzazione o reperimento del materiale necessario, realizzazione del piano di comunicazione, pubblicazione dei materiali di comunicazione, inviti, montaggio dell’eventuale materiale, presenza fisica all’evento – costruite un calendario che non sgarrerete e date a ciascun membro della vostra associazione compiti precisi da realizzare in un tempo specifico. E alla fine non dimenticate mai di verificare quanto avete fatto per non ripetere gli stessi errori e replicare invece ciò che è andato bene

3.  Attivare Boris in caso di emergenza: Boris è il Presidente di BORA ed è il nostro uomo sul campo. Il suo compito è quello di tenere le relazioni istituzionali e di fare rete con le altre associazioni. Ma, a richiesta, dipinge muri, sistema quadri elettrici e trova sponsor fantastici.

IN ALTRE PAROLE: quando organizzi un evento è importante avere bene in mente quali sono le tue risorse (budget) e quali sono quelle risorse che invece non hai e che devi cercare all’esterno. Possono essere risorse economiche, e allora dovrai cercare degli sponsor, oppure organizzative, e allora potrai metterti in rete come facciamo sempre da un anno a questa parte noi di BORA, oppure formative, per cui vorrai imparare da qualcun altro come fare determinate cose.

4. Ilaria vede e provvede: presi dall’entusiasmo, spesso ci dimentichiamo della realtà delle cose. Il compito di Ilaria è quello di riportarci con i piedi per terra. E quando c’è qualcosa di concreto da fare, lei si attiva per farlo per tempo.

IN ALTRE PAROLE: la realizzazione di un evento è il momento più critico. Il tempo sembra sempre stringere e le energie sembrano sempre troppo poche. È utile avvalersi di strumenti che permettono di risparmiare tempo, migliorare la comunicazione e non perdere il filo del discorso. Noi non potremmo vivere senza Ilaria, Google Drive,  Doodle e WhatsApp, ma conosciamo associazioni che usano  Trello o che fanno due riunioni alla settimana. Anche qui, trova la soluzione migliore per te.

5. Eloise che lo dice a tutti: sono sicura che anche tu hai saputo da lei che domenica prossima c’è il Fuori Corea 😉

IN ALTRE PAROLE: comunicare il tuo evento  nei metodi tradizionali – Facebook, Instagram, locandine, articoli sulla stampa di settore e locale – di questi tempi non basta. Noi abbiamo imparato che le persone vanno invitate personalmente e più si parla di un evento, più che probabilità che le persone scelgano di partecipare. Se fai un attimo una prova su te stesso. probabilmente verificherai che dei mille eventi a cui metti “partecipo” su Facebook alla fine finisci per partecipare a quello a cui i tuoi amici ti hanno invitato o a quello che ti serve davvero per la tua vita o la tua professione.

6. Alice, energia e aria fresca: new entry nel BORA , ci ha ricordato che l’entusiasmo è il motore di tutte le cose.

IN ALTRE PAROLE: ogni eventi che organizzi, lo organizzi anche per te. E se fai una cosa solo per gli altri e a cui tu per primo non parteciperesti mai, nessuno lo farà.  Non fare l’errore di sottovalutare il potere contagioso che il tuo entusiasmo nel fare le cose può suscitare negli altri. Tu sei il primo promotore del tuo evento.

7. Riccardo, il membro silente: da lontano, fa il tifo per noi.

IN ALTRE PAROLE:  a nessuno piace fermarsi a una festa se i presenti sono pochi. Assicurati che un gruppo di persone fidate parteciperà sicuramente a un orario stabilito.

Io inizio subito a razzolare bene: vi aspetto domenica prossima al Fuori Corea a Vizzolo 😀

* ho deciso di non parlare di come si organizza un evento a livello professionale: se anche i passi da fare e anche le problematiche da tenere presenti potrebbero essere gli stessi  in molti casi, il fatto che tu sia da solo o sia inserito in un team che ha già compiti predefiniti che sono le vostre professioni, il fatto che tu percepisca uno stipendio o che tu stia organizzando un evento per conto del tuo capo o dell’azienda per cui lavori, pongono dei limiti che non possono essere ignorati. E poi, parlo solo di cose che conosco e non sono un’organizzatrice di eventi professionista, l’ho fatto, ma non sono un’esperta 😉 Per quello, puoi sicuramente cercare sull’internet che è pieno di contenuti specifici come quello che trovi a questo link. Enjoy!

cosa fare furto bici

Cosa fare se ti rubano la bicicletta: storia di un ritrovamento miracoloso

Di solito non do i nomi alle cose. Ma la mia bicicletta, quella che uso tutti i giorni, si chiama Biscaletta. Era il modo in cui Ibrahim e Sharif, due ragazzi a cui insegnavo italiano qualche anno fa, chiamavano le bici durante le nostre prime lezioni (poi hanno imparato a dirlo giusto). Biscaletta è una bici miracolata. Non solo perchè è stata di mia mamma e perchè insieme ci facciamo 6 km al giorno, freddo, pioggia, sole, vento, e lei resiste benissimo. Ma soprattutto perchè dopo che me la rubarono a Torino tre anni fa, l’ho ritrovata.

cosa fare furto bici

Eccomi, felicissima, che annuncio il ritrovamento di Biscaletta dopo il furto

Ecco la sua storia e la storia di come ho fatto a ritrovare la mia bicicletta dopo il furto

Nell’estate del 2015, quando me l’hanno rubata, Biscaletta ha compiuto circa 40 anni. Dico circa perchè a mia mamma fu regalata nel 1974 e non sappiamo quanti anni avesse già (Biscaletta, non mia mamma, che di anni ne aveva 18 e iniziava a lavorare a Milano). Da come è messa oggi si può capire che da giovane Biscaletta aveva il telaio di un bel blu brillante, i manici color avorio, un cestino di vimini sul davanti e dei bellissimi pararaggi multicolore. Negli anni una mano sconosciuta le ha messo un campanello con l’immagine di un motociclista piegato in curva. Io ogni tanto tento di emularlo, ma finisce che il pedale tocca la strada con un rumoraccio e mi obbliga a fermarmi. Comunque, mia mamma usò Biscaletta, che ancora non si chiamava così, fino a che non cambiò lavoro e la lasciò per un’automobile. Biscaletta finì tristemente a essere utilizzata, come la maggior parte delle biciclette, nelle giornate di sole. Qualche anno dopo mia mamma e mio papà si sposarono e Biscaletta rimase nel garage di mia zia per un sacco di tempo.

Quando mi fu data nel 2012 io stavo finendo l’università e mi avevano appena rubato la mia mountain bike. Biscaletta fu rimessa a nuovo per la mia laurea, ma non troppo: che in stazione a Melegnano più la bici sembra vecchia e meno te la fregano (ma non sempre, tiè). Quando mi trasferii a Torino qualche mese dopo, Biscaletta venne con me su un regionale scalcagnato peggio di lei. Subito, ispirata dai venditore di rose torinesi, che ci sanno fare un sacco nelle cose della vita, ci attaccai una cassetta di plastica per metterci dentro i libri, le borse, le pentole, il piumone e persino la valigia di Marta quando dovette traslocare. Insieme ci siamo girate la città, anche sotto la neve. Una volta, ricordo, ero in ritardo per un pic nic e andavamo così veloce che un ciclista, uno di quelli con le tutine e la bici leggerissima, ci si affiancò e ci propose di entrare in squadra. Rifiutammo, noi siamo cicliste da tutti i giorni. Restò con me fino a che una sera la parcheggiai sotto casa di un’amica, dovevamo andare a un concerto poco fuori città e saremmo andati in macchina. Al ritorno ci misi tre secondi, più dieci minuti di incredulità mista a disperazione e parolacce, a capire che me l’avevano fregata. All’epoca usavo un lucchetto normalissimo (sciocca!) e lo trovai tranciato di netto per terra.

cosa fare furto bici

Ecco Biscaletta a Torino con il suo campanello con il motociclista

Il giorno dopo feci denuncia, sopportai le battutine dei Carabinieri, e per due settimane mentre usavo il bike sharing torinese guardavo tutte le bici che vedevo per cercare di ritrovarla.  Avevo ormai perso la speranza quando, di ritorno per andare a incontrare la mia prof della tesi, la vidi legata a un palo al cancello di fianco a dove abitavo. Incredula, ci ho fatto un giro intorno, possibile ritrovare Biscaletta a due metri da casa? Era proprio lei, nel renderla più bella per venderla avevano tolto i pararaggi e il cestino, ma il motociclista sul campanello era ancora al suo posto. Chiamai i carabinieri, che arrivarono dopo una mezz’ora che io avevo trascorso pronta a dare battaglia al nuovo proprietario, che però non arrivò mai. Mi chiesero di mostrare la denuncia e con delle cesoie e tutta la tranquillità del mondo tranciarono il lucchetto che la teneva chiusa e me la restituirono. Da allora ci vedete ogni tanto andare in giro e Biscaletta è sempre leì. Ma il lucchetto l’ho cambiato, che la lezione l’ho imparata.

cosa fare furto bici

Io mentre torno a casa con Biscaletta una sera d’inverno

Come tutte le storie anche questa ha una morale: cosa fare quando ti rubano la bici?

1. PRIMA CHE TE LA RUBINO: REGISTRALA! La Provincia di Milano ha recentemente messo a disposizione di tutti la possibilità di registrare la propria bicicletta in un registro elettronico e attestarne la proprietà. Così non dovrete mai temere che il nuovo proprietario si metta tra voi e la vostra bicicletta (tiè).

2. PER NON FARTELA RUBARE: COMPRA UN LUCCHETTO SERIO! Il valore di Biscaletta a oggi è sentimentale. Il valore del lucchetto che uso per chiuderla è 50 euro. Ci sono poi un sacco di modi per legarla in modo intelligente e diminuire così il rischio che possano rubartela, ma avere un lucchetto degno di questo nome è sicuramente il primo passo per scoraggiare qualunque ladro.

3. DOPO CHE TE L’HANNO RUBATA: DENUNCIA IL FURTO! Anche se è un mezzo catorcio e anche se tu stesso l’hai pagata 20 euro, hai comunque subito un furto e dunque è tuo dovere, nonchè tuo diritto, denunciarlo alle autorità competenti. Se, seguendo la morale della mia storia, per caso la ritroverai, l’unico modo per riprenderla è dimostrare che ti è stata rubata e la denuncia è il modo corretto per farlo.

4. DOPO CHE HAI DENUNCIATO: CONTROLLA SUL WEB E SU FACEBOOK SE QUALUNO L’HA VISTA. Negli ultimi anni c’è stato un grande aumento dei furti di biciclette. Questo ha fatto sì che la gente si sia organizzata per ritrovarle e negli anni sono fioriti parecchi Gruppi, pagine Facebook e community cittadine per aiutare i proprietari a ritrovare le proprie compagne (o compagni, che io do per scontato che le vostre bici siano donne come la mia, pardon). La polizia locale di Milano ha addirittura preparato un documento di FAQ per rispondere alle domande di chi ha appena subito il furto.

5. DOPO CHE L’HAI RITROVATA: AMALA! La bicicletta non inquina, ti fa bene perchè ti fa muovere, non necessita necessariamente di un posto per il parcheggio, ti siedi semnpre non come sui mezzi pubblici, può portare pesi e amici al posto tuo e con l’equipaggiamento giusto si può usare tutto l’anno!

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Il mio equipaggiamento da pioggia: sovrascarpe, pantaloni impermeabili, k-way e cuffie