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Sindrome dell’impostore sul lavoro?

Ti presento BLOOM, un workshop di un’ora dedicato a gruppi di lavoro che vogliono liberarsi della sindrome dell’impostore

Un anno fa l’altro ieri iniziava la mia danza con la sindrome dell’impostore e il lungo lavoro di fioritura che ha interessato la mia e la voce di quasi cento persone.

Una parte importante dei percorsi che ho proposto, e che continuo a proporre, riguarda il momento della condivisione della propria storia con l’impostore. Un momento che all’inizio spaventa chi di rado si apre con persone sconosciute, ma che poi anche le persone più timide riescono ad affrontare, grazie al clima di fiducia che si crea nel gruppo (anche per questo, ogni workshop non è mai registrato).

Ho ascoltato le vostre storie e ho imparato che uno degli ambiti in cui la sindrome dell’impostore più si presenta, e blocca, è quello del posto di lavoro.

Ho studiato, mi sono documentata e alla fine dell’anno ho costruito un workshop che affronta proprio la sindrome dell’impostore negli ambienti e nei gruppi di lavoro. L’ho testato con tre gruppi, un team aziendale, un gruppo di professionisti e professioniste e un gruppo di volontari di un’associazione. Ho lavorato sui feedback negativi, migliorandolo laddove era necessario, e ho festeggiato laddove i feedback positivi hanno messo in luce che quello che ho preparato funziona e, soprattutto, è utile alle persone.

Come funziona questo percorso

Si chiama Bloom e ha l’obiettivo di capire cos’è la sindrome dell’impostore, che parole usa quando ci parla all’orecchio e ci dice che non siamo abbastanza – competenti, con esperienza, preparate ecc. – e come fare per metterla a tacere e iniziare a far fiorire la nostra voce.

Quanto dura e a chi è rivolto

Bloom dura un’ora ed è rivolto a team e a gruppi che lavorano insieme nella stessa azienda, associazione o organizzazione. Utilizzo elementi di sociologia, narrazione ed educazione non formale (sono sociologa e capo scout, non potrei fare diversamente).

Perchè è importante lavorare sulla sindrome dell’impostore in un gruppo di lavoro?

L’impostore è il nemico più silenzioso del successo di un’organizzazione. Perché uno dei modi in cui si manifesta è quello di non far partecipare le persone davvero. Dando retta a quella vocina che dice loro che non sono abbastanza, molte persone preferiscono fare un passo indietro, non condividere la propria idea e non partecipare a quella o quell’altra iniziativa. Senza accorgersi, nessuno di voi, che, dando retta all’impostore, si sta privando il mondo di un contributo meraviglioso.

Ha un costo?

Sì, perché è il frutto di più di un anno di lavoro, ma non ha un costo fisso, perchè è costruito con e per voi, sul vostro gruppo di lavoro, sul vostro contesto e sugli obiettivi che volete raggiungere.

(Spore, il percorso che porto avanti una volta al mese in collaborazione con Lean In Milano, continua invece a essere gratuito e aperto a tutt*)

Vuoi portarlo nella tua azienda, associazione o organizzazione?

Di Bloom ho stutturato il metodo e l’obiettivo. Il resto, mi piace concordarlo insieme a voi: raccontami chi siete, scrivimi una mail a veraprdonpress@gmail.com

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Abbiamo mai smesso di lavorare in spreadworking?

Con il Lockdown 2 La Vendetta, dalle prime zone rosse a quasi tutta Italia, torniamo a parlare di spreadworking, il lavoro da casa senza orari nè tutele

Apparentemente no. O, almeno, solo una minima parte di chi lavora da casa da marzo 2020 ha potuto migliorare la propria situazione di spreadworker. Tutti gli altri si dividono tra chi ormai ci ha fatto il callo e chi, invece, con l’arrivo dell’inverno e le giornate più corte, inizia a far fatica e dice: vorrei almeno riuscire a vedere il sole.

Ho inventato la parola spreadworking nel corso della quarantena della scorsa primavera. Mentre raccoglievo le storie di chi iniziava a lavorare da casa, ho sentito la necessità, come racconta Vera Gheno in Potere alle Parole, di inventare questa parola perchè quanto cercavo di descrivere non era, a mio parere, rappresentabile dalle parole a me conosciute. Al contrario di smartworking, che secondo molti diventerà la parola dell’anno 2020 poichè ha dominato la conversazione di tutto il mondo occidentale pur riguardando solo una percentuale minima di persone (ricordo che solo il 15% della forza lavoro italiana fa un lavoro che è possibile fare a distanza), spreadworking indica la modalità di erogazione della prestazione lavorativa di lavoro dipendente senza orari definiti, spazi adeguati e tutele previste dalla legge. È una condizione di lavoro vorace, che occupa tutto lo spazio e il tempo disponibili. E riguarda soprattutto chi si trova in fondo alla catena di responsabilità, di solito le persone più giovani o quelle che rispondono a manager impreparati.

Perchè torniamo a parlare di spreadworking

Due settimane fa la regione in cui vivo, la Lombardia, insieme a Piemonte, Calabria e Valle d’Aosta ha iniziato il secondo lockdown. E, da oggi, anche altre regioni come Toscana ed Emilia Romagna, si avviano verso lo stesso destino. Sebbene sia una quarantena meno restrittiva, per cui chi era tornato a lavorare in ufficio, magari a turni, è possibile che stia mantendendo questa prassi, allo stesso tempo, c’è chi continua a lavorare ininterrottamente da casa dallo scorso marzo e chi è tornato a farlo in seguito alla chiusura di attività produttive come ristoranti, palestre, negozi ecc.

Ho così deciso di ricominciare a raccogliere storie. Di fare il punto insieme a chi mi ha donato la sua la scorsa volta, chiedendo loro principalmente tre cose: è cambiato qualcosa? come stai? e cosa posso fare per aiutarti?

Cosa fare se sei in spreadworking: due appuntamenti e un’opportunità

Domani, martedì 17 novembre, in pausa pranzo, sarò ospite di Chiara Battaglioni, Professional Organizer, in una diretta Instagram. Sarà l’occasione per riprendere il filo del discorso, raccontando la situazione attuale di chi si trova in spreadworking e provando a tracciare le prime soluzioni, risponderemo alle domande ricevute nelle ultime settimane. La diretta resterà disponibile qui.

Il secondo appuntamento, sempre con Chiara, sarà all’interno del suo Podcast Work Better: insieme cercheremo di dare indicazioni concrete a chi si trova in spreadworking e non riesce a immaginare un modo per staccarsi dal PC.

Ti riconosci in quanto descritto fin qui e vuoi tornare a rivedere il sole? Scrivimi.

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Il magico potere del follow up

Cosa fare quando l’azienda per cui hai mandato la candidatura fa ghosting peggio della persona che ti piace

Oggi mentre ero su Instagram a leggere come le persone avessero deciso di trascorrere l’ultimo giorno prima del lockdown, sono incappata in questa immagine. A mio parere, descrive perfettamente come si è sentit@ chi, negli ultimi otto mesi, ha cercato di cambiare lavoro.

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Meme dal profilo di @Will_ita

Cercare o cambiare lavoro oggi è insieme una necessità e una maledizione

Secondo un’analisi di Tortuga, condotta sulla base di dati Istat, dopo la prima ondata della pandemia, il mercato del lavoro italiano ha perso 656.000 posti di lavoro e il numero totale di occupati è calato del 3,84%. A esser messi peggio sono, che novità, gli under 35, i cui settori di occupazione, in particolare cultura, sport e ristorazione, sono i più colpiti dalle limitazioni governative. Infatti, il 41,3% dei lavoratori di questi comparti ha meno di 35 anni. Di questi, meno della metà può contare su un contratto a tempo indeterminato e il 57,9% di loro percepisce un reddito netto mensile inferiore ai 1000€. Se sei una donna, poi, è anche peggio.

Non deve quindi sorprenderci che il nostro mercato del lavoro negli ultimi mesi assomigli a un campo di battaglia. Grazie alla ripartenza di maggio, in cui anche i settori produttivi più colpiti sono riusciti a riprendere fiato, migliaia di donne e di giovani si stanno facendo strada a colpi di CV e cover letter. La competizione in questo momento è altissima e, come racconta anche Euronews, trovare o cambiare lavoro oggi è insieme una necessità e una maledizione.

Le difficoltà che devi affrontare se cerchi di trovare o cambiare lavoro

Oltre alla competizione, che rende piccino il più figo di tutti gli Erasmus, ci sono anche le aziende che sembrano volerci mettere del loro. Eccitate come Dissennatori a una partita di Quidditch, non vedono l’ora di vedere chi sarà il primo a cadere e allora costruiscono offerte di lavoro ridicole, dove una persona dovrebbe avere duecento teste per poter davvero lavorare bene; processi di assunzione complessi più della tecnica per truccare uguali tutti e due gli occhi; e proposte economiche e contrattuali che potrebbero tranquillamente trovare un posto magnifico su per il loro c…

Penso che la pratica più diffusa, e più odiosa, già in uso ben prima della pandemia, sia quella per cui un’azienda con cui si è instaurata una relazione di qualsiasi tipo, finisca per non dare più notizie di sè o del processo di selezione. Un po’ come quando senti un ragazzo o una ragazza per un po’ e poi, inspiegabilmete, quello o quella scompare. Per settimane. Per mesi. Per sempre.

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Cosa fare se l’azienda per cui vorresti lavorare fa ghosting

Il mio consiglio è di considerare tre strade. La prima è quella di aspettare. Magari tra un paio di settimane riceverai una telefonata in cui ti chiameranno per la proposta economica e tu ti dirai che ti stavi solo fasciando la testa inutilmente. Oppure, tra tre mesi ti arriverà una mail standard in cui ti ringraziano per il tempo che gli hai dedicato, ti dicono che le tue competenze sono veramente quello che gli pareva che potesse fare al caso loro, ma, dato l’altissimo numero di candidature ricevute, purtroppo, per questa volta, sono costretti a scegliere un’altra persona. Però, per fortuna, sono a disposizione e non vedono l’ora che si aprano nuove prospettive per il futuro. A questo punto, puoi cestinare l’email oppure fare un ultimo tentativo inviando una risposta in cui ringrazi e chiedi feedback. Probabilmente, non ti risponderanno mai e si torna punto a capo.

La seconda via che puoi scegliere di percorrere è quella del fregartene altamente. Se non sai cos’è la sindrome dell’impostore, probabilmente questa per te è la via più facile: siete spariti? Peggio per voi, io cerco altro.

La terza via è quella che io chiamo: il magico potere di fare follow up. Sì, perchè potrebbe darsi, che uno degli effetti collaterali della guerra di CV che si sta scatenando, è che dietro al tuo processo di selezione ci sia un HR sull’orlo di un esaurimento nervoso. E, magari, sta seguendo più processi contemporaneamente e, mentre tu cerchi di stare dietro a tutte le candidature che hai mandato e a tutti i colloqui che hai fissato, lei, o lui, non abbia avuto modo di cancellare il tuo nome dalla sua lista di cose da fare. Che fare allora?

Il magico potere del follow up

Un ottimo modo per farsi rispondere da una persona che non ci sta rispondendo da un po’ è fare follow up. Prendi l’ultima email che vi siete scambiati, cambi l’oggetto scrivendo in grande “FOLLOW UP”, senza le virgolette, ovviamente, inserisci un breve testo di introduzione in cui in teoria chiedi se per caso hanno visto la tua email o hanno avuto modo di valutare la tua proposta, ma in realtà stai dicendo: vi muovete a rispondere? Lasciando la tua email al di sotto, prendi due piccioni con una fava: leggono la tua prima email e possono darti risposta con un solo clic.

Cambiare l’oggetto è la vera scaltrata. È verosimile, infatti, che la persona che riceve la vostra email, e non vi ha risposto negli ultimi ventiquattro giorni, non ha idea di chi siate. Leggendo un oggetto così criptico, ma dal significato inequivocabile, verosimilmente leggerà subito la vostra comunicazione.

E se non mi risponde più?

Sai cosa si dice dei ragazzi o delle ragazze così? Ecco. Torna alla seconda via e lascia perdere: trovati un’azienda che ti merita.

cosa vuol dire spreadworking

Cos’è lo spreadworking

Definizione e risorse utili sul modo di lavorare che la maggior parte di noi ha sperimentato in quarantena e che gli altri chiamavano smartworking

Durante la quarantena della primavera 2020, per il contenimento del contagio da Covid-19, ho imparato a fare il pane e la pizza, ho riletto l’intero ciclo di Avalon, in cui la scrittrice statunitense Marion Zimmer Bradley rinarra i racconti della saga arturiana dal punto di vista femminile di Morgana, e ho inventato la parola spreadworking per raccontare il lavoro di chi stava lavorando da casa in condizioni che non avevano proprio nulla di smart.

Come nasce la parola spreadworking?

Il primo mese di quarantena è stato difficile per tutti. Non avevamo idea di quando sarebbe finita ed è stato pure difficile capire com’era cominciata. Credo che le conferenze stampa del Presidente Conte non abbiano raggiunto lo stesso share dei mondiali 2006, solo perchè la maggior parte di noi le guardava via social. In ogni caso, sin da fine febbraio le multinazionali prima e tutte le aziende italiane fino alle pmi e alle partite iva, hanno seguito quanto previsto dal DPCM del 9 marzo 2020 adottando, laddove possibile, l’erogazione della prestazione lavorativa da remoto. Il decreto lo chiamava smartworking e così anche i mezzi di stampa e le aziende.

Peccato che le condizioni a cui quasi il 20% della forza lavoro italiana era costretta a lavorare, non avessero nulla di smart. È emerso subito, sin dalle prime storie che ho iniziato a raccogliere a fine marzo, che il vuoto normativo generato dal DPCM, che aveva concesso lo smartworking senza estendere però anche gli obblighi di legge per la sua regolamentazione, aveva contribuito a generare un modo di lavorare totalmente sregolato. Senza orari e senza tutele, i lavoratori e le lavoratrici che lavoravano da casa dovevano convivere con un lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio, con capi che chiamavano a qualunque ora del giorno e del fine settimana, email a tutte le ore, richieste a cui era impossibile sottrarsi. Ho raccolto più di una trentina di storie. E ho coniato il termine spreadworking.

Smartworking e spreadworking: trova le differenze

Durante le mie ricerche sul tema, per cui ho coinvolto anche un’esperta di risorse umane, due avvocate del lavoro e un sindacalista, che mi hanno aiutata a dare risposte alle persone che si trovavano in quelle situazioni (gli e le spreadworker), mi sono ritrovata spesso a dover rispondere alla domanda: ma qual è la differenza tra smartworking e spreadworking? Credo che le differenze siano molteplici e risiedano nelle condizioni che rendono possibile l’uno e l’altro.

Secondo la legge 81/2017, lo smartworking si definisce per la presenza di 5 condizioni

  • Obiettivi: la prestazione lavorativa in condizione di smartworking è erogata per obiettivi, concordati tra le parti all’interno di accordi inviduali
  • Reperibilità: poichè il lavoro è articolato per obiettivi, all’interno degli accordi individuali le parti concordano anche gli orari di reperibilità del lavoratore o della lavoratrice. Che, detto in altri termini, significa che quindi non sono obbligati a essere connessi e reperibili sempre dalle 9:00 alle 18:00 con la pausa pranzo dalle 13:00 alle 14:00, come se fossero in ufficio
  • Disconnessione: dunque, ne consegue che il lavoratore e la lavoratrice debbano avere sempre la libertà di esercitare il proprio diritto alla disconnessione in tempi e modalità concordati con l’azienda
  • Strumenti: l’azienda deve mettere a disposizione di lavoratori e lavoratrici gli strumenti necessari per lo svolgimento del loro lavoro. Dal pc aziendale alla connessione internet
  • Sicurezza: perchè le persone possano lavorare in smartworking, la loro postazione lavorativa deve essere considerata sicura. Per questo, all’inizio dello smartworking le aziende sarebbero state tenute a inviare ai propri e alle proprie dipendenti l’informativa sulla sicurezza, come previsto dalla legge

Se la tua azienda non ha rispettato uno o più di questi punti, non c’è problema: eliminando l’obbligo di legge degli accordi inviduali, di fatto, si è eliminato anche l’obbligo di rispettare questi punti. E, a quanto pare, anche di controllare in che modo le aziende hanno gestito la cosa.

Ed ecco che entra in scena lo spreadworking. Le cui caratteristiche sono

  • il tempo di lavoro colonizza quello privato e delle relazioni: il controllo esercitato dal management, sotto forma di continue chiamate, email, messaggi, riunioni, meeting e standup, rende impossibile la disconnessione, al punto che sembrava di convivere, non solo il o la nostra partner, ma anche con i di lui o di lei manager e coworker
  • spazio di lavoro e spazio domestico coincidono: condizione strettamente legata alla precedente, forse dovuta anche più alla condizione di lockdown, trasforma lo spazio domestico in spazio di lavoro impedendo alle persone di riconoscersi in più identità appiattendole alla sola esistenza come lavoratori e lavoratrici
  • vengono a mancare uno o più dei 5 pilastri dello smartworking: totalmente sregolamentato e senza alcun controllo, venendo meno gli accordi individuali, gli spreadworker non hanno strumenti per cambiare la propria situazione, se non la negoziazione

Ovviamente, poichè la regolamentazione dello smartworking si riferisce al lavoro dipendente, e non al lavoro autonomo di freelance e liberi professionisti, anche la definizione di spreadworking si comporta allo stesso modo.

Chi ha provato a dire no allo spreadworking

In seguito anche alla condivisione delle mie riflessioni sullo spreadworking, una giovane donna, di cui avevo raccolto la storia nel mese di marzo, mi ha scritto per raccontarmi di aver preso coraggio e di aver affrontato il problema con i suoi superiori. Si era resa conto che, se anche la strada per lo spreadworking nell’azienda dove lavora era già spianata, da sempre si lavorava molto di più e i e le manager erano abituati a disturbare le persone nei fine settimana; ciò che per lei era cambiato, e le causava un’enorme ansia, stress e aveva intaccato negativamente la sua motivazione e la sua produttività, era la continuità della condizione e il fatto di non poter mai sentirsi in grado di scegliere se dire sì o dire no.

Il meccanismo, mi ha detto, si basava sul fatto che, dato che tutti eravamo bloccati in casa, non c’erano motivi per non lavorare sempre. Così, ha portato avanti la sua negoziazione su quest’ultimo punto. E il suo è un quasi lieto fine: qualche giorno fa le ho chiesto com’era finita e mi ha detto che, se anche continua a fare gli orari pazzi di prima, si sente più consapevole delle reali urgenze e delle sue responsabilità e si sente libera di dire sì e di dire no, più padrona delle sue scelte, senza sensi di colpa.

Quale è, davvero, il lavoro del futuro?

Da maggio lo sport preferito di media e persone esperte in risorse umane è capire se lo smartworking sarà il lavoro del futuro. Anzitutto, mi viene da dire, sarà interessante vedere quanti tra noi under 35 avranno ancora un lavoro alla fine dell’estate. E, in secondo luogo, mi sembra che la domanda sia mal posta, dato che è evidente che solo una minima parte delle persone ha sperimentato il vero smartworking. La maggior parte, infatti, ha solo lavorato da casa.

Un altro punto che, a mio parere, è stato totalmente ignorato da chi si sta occupando del tema è la disuguaglianza sociale, legata a fattori economici e demografici, emersa insieme al telelavoro. Non tutte le persone, infatti, hanno una casa che si presta adeguatamente a svolgere una qualsiasi prestazione lavorativa: conquilini, genitori anziani, figli a cui badare, camere doppie, connessione a internet scadente, assenza di postazioni con luci, piani di lavoro e sedute adeguate, la mancanza dell’aria condizionata, sono solo alcuni degli elementi che rendono una casa un posto dove non è possibile lavorare bene. Dalla mia unica abitazione, in affitto, al caldo della pianura padana ho visto persone lavorare dalla casa al mare e da quella al lago dal 4 maggio o dalla ciclabile della Valtellina, postando storie su Instagram con #estateitaliana e #smartworking.

Non tutti i lavori, poi, possono essere fatti da casa. Uno studio di McKinsey, condotto negli USA durante i primi mesi di lockdown, riporta che il 70% dei lavori non può essere svolto in smartworking e che ci sono milioni di lavoratori nei settori primario e terziario si stanno avviando verso la soglia di povertà perché sono fermi senza lavoro dalla primavera. Se la situazione in Italia è più rosea è solo perchè il DPCM del 9 marzo ha bloccato le assunzioni fino al 16 agosto prossimo. Anche da noi, poi, la forza lavoro interessata dal lavoro da casa è stata quella dei cosiddetti lavoratori della conoscenza, che guarda caso si trovano per la grande maggioranza a Milano e Roma e che raggiungono il 30% della forza lavoro italiana solo aggiungendo chi lavora nel settore pubblico.

Insomma, che sia smartworking, spreadworking, homeworking, southworking, il lavoro da un luogo che non è l’ufficio o l’azienda o la fabbrica o il campo non è il lavoro del futuro, almeno non per tutti e tutte, ma solo per chi se lo può permettere.

Oltre lo spreadworking

Quel che è certo è che c’è un interesse, mi pare, molto forte in Italia per venderci lo smartworking come assolutamente positivo. Certo, il vero smartoworking ha degli aspetti positivi, io che da due anni e mezzo lavoro da casa come libera professionista due giorni alla settimana posso confermarlo, ma sarebbe necessario anzitutto che fosse regolamentato e che l’obbligo degli accordi individuali venisse reintegrato a partire da settembre. E che non diventi la trovata politica per sopperire all’eventuale chiusura delle scuole.

Per andare oltre lo spreadworking serve, a mio parere, un cambio di cultura. Manageriale, per cui è necessario che i e le manager imparino a fidarsi dei propri collaboratori e collaboratrici, che la loro funzione sia sempre più progettuale e sempre meno di controllo e che imparino a rimodulare l’organizzazione del lavoro secondo nuove modalità slegate dalla presenza e dal tempo. Ed esistenziale, per cui è necessario che anche noi lavoratori e lavoratrici impariamo che il lavoro non è il solo aspetto delle nostre vite a definirci, che possiamo dire no senza sentirci in colpa e che le nostre sfere della vita altre da quella lavorativa hanno eguale dignità di esistenza (e, poi, troverò qualcuno che mi spiegherà perchè su 365 giorni l’anno abbiamo deciso che fosse necessario lavorarne più di 300).

Risorse utili sullo spreadworking

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Bignami per spreadworker

Due avvocate, un sindacalista e una HR rispondono alle vostre domande sullo spreadworking

Quando ho raccontato le storie di chi stava lavorando da casa durante la quarantena Covid-19, non mi ero resa conto di quanto fosse diffuso quel malessere che le persone avevano deciso di condividere con me. Chi lamentava la mancanza di sicurezza, chi di un orario di lavoro, chi ancora di organizzazione, chi di semplice rispetto. La situazione comune riguardava il fatto che lavorare da casa per molte persone non aveva nulla di smart, tanto che ho sentito necessario, per poterne parlare, inventare una nuova parola. Così ho creato il concetto di spreadworking, inteso come lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio.

Insieme alle storie degli e delle spreadworker, sono arrivate molte domande su come poter uscire dalla situazione o su come gestirla meglio (da cui è nata questa riflessione). La fine progressiva della quarantena e le misure che l’hanno accompagnata, DL Rilancio in primis, non sono state risolutive delle situazioni di malessere lavorativo ed esistenziale generate dai precedenti DPCM e, anzi, hanno finito per acuire alcune situazioni. Ecco perchè per rispondere alle vostre domande ho dovuto chiedere l’aiuto dell’avvocata Chiara Ferrera, della giuslavorista Denise Milan, del sindacalista Sergio Venezia e di Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, che già mi aveva aiutato a fare luce sul problema.

Le risposte alle vostre domande

Le trovate di seguito, raccolte per macrotemi, seguite da una domanda che non mi ha fatto nessuno e che, invece, avrei tanto voluto ricevere.

Lavoro in spreadworking. Quanto è legale? E come posso cambiare le cose?

Risponde l’Avv. Ferrera.

La deroga recentemente introdotta riguarda anzitutto la sola procedura di accesso al lavoro agile, non certo il contenuto e i principi tracciati per tale modalità di lavoro, sanciti dalla legge 81/2017 e richiamati espressamente dai DPCM successivi. Se è vero che tali DPCM non pongono espressamente l’obbligo degli accordi individuali in capo al datore, è pur vero che, nel vuoto normativo conseguito all’esclusione della necessità degli accordi, per assicurare che l’applicazione concreta del lavoro agile sia conforme a legge, si rende comunque necessaria la definizione delle concrete modalità di lavoro. Anche da parte del lavoratore o della lavoratrice, attraverso una richiesta che può essere più o meno formale.

Ricordiamo che gli ambiti del lavoro agile, previsti dalla legge, e dunque possibile oggetto di tale richiesta sono: l’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi; l’assenza di precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro; la comunicazione della normativa relativa alla sicurezza, che deve essere trasmessa anche per via telematica; la definizione della durata massima dell’orario di lavoro, giornaliero e settimanale, nei limiti stabiliti dalla legge e dai CCNL; e la definizione dei tempi di riposo nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione.

Risponde la Dott.ssa Milan.

Questo vuoto normativo può essere fonte di abuso da parte di alcuni datori di lavoro che, non avendo concordato individualmente tempi e modalità della prestazione lavorativa e neppure concesso la strumentazione apposita, beneficiano di prestazioni ben oltre il normale orario di lavoro. Quello che consigliamo di fare, in materia di spreadworking, è di far valere il proprio diritto alla disconnessione, così come previsto dalla legge 81/2017. Nei fatti, questo può avvenire, per esempio, spegnendo i dispositivi e comunicando via email al datore di lavoro e ai clienti che la presa in carico della richiesta da parte vostra avverrà soltanto alla ripresa del vostro orario di lavoro.

Per chi lavora nel terzo settore, come dovrebbero relazionarsi lavoro da casa e cassa integrazione?

Risponde la Dott.ssa Milan.

La relazione dovrebbe essere la stessa in tutti i settori. Una problematica che sovente ci viene riportata è l‘uso promisco di cassa integrazione e lavoro da casa. Alcune aziende utilizzano la cassa integrazione per evitare costi, imponendo comunque la prestazione lavorativa ai propri dipendenti, i quali, temendo di perdere il posto di lavoro, accettano di lavorare anche in quei periodi in cui risulterebbero in CIG. In questi casi, indipendentemente dal settore, andrebbe impugnata la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive.

Lavoro per una grossa società di consulenza e mi sembra di non aver conosciuto altro che spreadworking, ma adesso non ho più una vita. Cosa posso fare?

Risponde la Dott.ssa Milan.

Se si tratta di problematiche comuni, sarebbe utile fare una richiesta collettiva, attraverso la figura del rappresentante sindacale interno all’organizzazione, in modo tale da non esporre troppo nessun lavoratore o lavoratrice e vedere comunque garantita la tutela del proprio diritto.

Buoni pasto: come funzionano durante lo smartworking in deroga?

Risponde l’Avv. Ferrera.

Anche questo aspetto andrebbe regolato mediante gli accordi individuali. In ogni caso, salvo diverse intese o accordi sindacali, non si rinviene uno specifico obbligo in tal senso a carico del datore di lavoro. Andrà dunque verificato caso per caso se e in che misura i buoni pasto vadano riconosciuti al dipendente.

Dal 25 maggio nel mio ufficio facciamo i turni tra lavoro in azienda, cassa integrazione e lavoro da casa. Come funziona?

Rispondono la Dott.ssa Milan e la Dott.ssa Columbro.

Nonostante quanto riportato da alcune testate giornalistiche, al momento non esistono ordinanze specifice che consentano il prolungamento del consueto orario di lavoro articolandolo in turni. Come detto in precedenza, qualora si attesti un uso promiscuo di lavoro e cassa integrazione, è consigliabile impugnare la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive; e qualora si prosegua con lo smartworking in deroga, si consiglia di accordarsi con il datore di lavoro per la sua attuazione attraverso la forma degli accordi individuali.

I recenti DPCM hanno disposto lo smartworking in deroga fino a fine emergenza, ossia il 31 luglio prossimo. L’unica categoria che a oggi può richiederlo come diritto sono i genitori di figli di età inferiore ai 14 anni.

Qualora venga richiesto al lavoratore o alla lavoratrice di tornare a lavorare in ufficio e ci si rende conto che l’applicazione delle normative sulla sicurezza non sia stata eseguita coompletamente, si consiglia di rivolgersi al proprio rappresentante sindacale, laddove presente, in alternativa alle Organizzazioni Sindacali. Proprio in questi giorni stiamo infatti riscontrando un uso distorto del potere disciplinare, volto esclusivamente a eludere il divieto dei licenziamenti. Ricordiamo infatti che i licenziamenti per giusta causa sono possibili anche in questo momento, a prescidere dalle richieste di cassa integrazione o di altri tipi di aiuti statali.  Ai sensi dell’art. 80 D.L. 19 maggio 2020, n. 34 nel medesimo periodo sono sospese le procedure collettive pendenti. Sono altresì sospese le procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Mi rendo conto che i miei diritti sono stati calpestati: cosa posso fare?

Risponde Sergio Venezia.

Anzitutto, è importante ricordarsi che non siamo soli o sole. La richiesta della tutela dei propri diritti di lavoratori e lavoratrici dovrebbe andare di pari passo con il senso di comunità, per cui non portiamo avanti solo i nostri diritti, ma anche quelli di quanti condividono con noi la medesima situazione di malessere. Insieme, si può fare molto, da soli, molto poco. Come sindacato, noi mettiamo a disposizione un percorso rivolto all’individuo, mantenendo sempre anche un’attenzione collettiva. Il percorso inizia con una consulenza, gratuita e aperta anche alle persone non iscritte, volta ad ascoltare il disagio del lavoratore o della lavoratrice e a comprendere la sua forza contrattuale. A questo punto, la persona decide come procedere: se intraprendere un’azione individuale, legale o di rappresentanza, oppure un’azione collettiva. Per procedere, e solo a questo punto, è richiesta l’iscrizione al sindacato. L’anonimato è garantito per tutto il percorso di consulenza.

Esiste inoltre un servizio, offerto dalle firme sindacali, almeno in Lombardia, in Veneto e in altre regioni del Centro Nord Italia, che si chiama Sportello Disagio Lavorativo. Tale funzione ha lo scopo preciso di fornire la prima consulenza al lavoratore e alla lavoratrice che decide di lasciarsi consigliare da noi, in seguito a una situazione di malessere che sta vivendo al lavoro. Troppe volte le persone si rivolgono a noi quando è troppo tardi: quello che io consiglio è di rivolgersi subito al sindacato quando si inizia a percepire che qualcosa non va, per diventare consapevoli della propria forza contrattuale e poter cambiare le cose prima che sia troppo tardi.

Soprattutto tra i giovani, il “mi sono fatto da solo” sta diventando sempre più un valore. I cosiddetti crumiri ci sono sempre stati, ma oggi chi gioca da sol@ fa del male soprattutto a se stess@. Io credo, invece, che aiutare gli altri e farsi aiutare dagli altri, riconoscendosi simili nel problema per trovare una soluzione comune, sia la chiave per vivere bene il presente e, soprattutto, il futuro. Oltre alla consulenza e rappresentanza sindacale, è possibile attivare anche altri percorsi. Ci sono, per esempio, i gruppi di mutuo auto aiuto, in cui le persone che condividono un malessere, lavorativo o esistenziale, si riuniscono per imparare a risolvere, insieme, le proprie situazioni individuali.

[E io aggiungo] Anche le community che sorgono attorno al sistema professionale, nomino spesso Lean In, possono essere d’aiuto. I Circle nascono come gruppi di persone che si riuniscono per affrontare insieme una determinata situazione legata a diverse sfere della vita.

La domanda che non ho mai ricevuto e che invece avrei voluto ricevere

In tanti e tante hanno commentato Non chiamatelo Smartworking, soprattutto sui social. L’articolo è stato letto per intero da qualche migliaio di persone. Sono entrata in contatto con le storie di circa trenta spreadworker. Ma nessuna azienda ha voluto raccontarmi il suo modo di gestire o di non gestire lo spreadworking.

A onor del vero, ho ricevuto l’invito a raccogliere le storie delle aziende virtuose da parte di una persona che stimo molto e credo che lo farò, dato che mi piace dare voce a tutti i personaggi di una storia. Mi è molto dispiaciuto, però, non aver ricevuto la domanda che segue.

Come azienda: come posso gestire al meglio lo smartworking in deroga?

Risponde la Dott.ssa Columbro.

I punti essenziali di un accordo individuale, redatto in forma scritta e sottoscritto anche dal lavoratore, che le aziende dovrebbero tenere in considerazione, potrebbero essere spiegati come segue:

  1. anzitutto, l’accordo deve contenere cosa l’azienda intende per smartworking per distinguerlo dal telelavoro;
  2. deve definire poi dove i dipendenti possono lavorare, poiché non è detto che si possa lavorare al bar o in luoghi pubblici, come una spiaggia o un rifugio in montagna, per motivi di privacy;
  3. è possibile per l’azienda indicare quali dipendenti possono usufruire dello smartworking, se tutti e tutte, oppure solo alcuni in base al contratto oppure in base alla funzione;
  4. l’accordo deve poi individuare i tempi di riposo del o della dipendente: la legge dice che vi può essere flessibilità, ma dice anche che va rispettato l’orario settimanale del contratto nazionale di appartenza. In questo senso, le aziende possono definire anche gli orari di reperibilità, impegnandosi, laddove è previsto, a corrispondere il dovuto indennizzo ai dipendenti;
  5. l’accordo contiene anche gli eventuali strumenti di lavoro (non c’è l’obbligo) forniti ai dipendenti durante lo smartworking. Tra questi, alcuni possono essere volti ad assicurare la piena concentrazione delle persone, come per esempio una rete internet con accesso solo ai software e siti autorizzati;
  6. sicurezza sul lavoro: l’azienda deve inviare l’informativa sulle norme e le buone pratiche da seguire durante lo smarworking, anche in forma telematica;
  7. infine, è necessario specificare le modalità di recesso dall’accordo .

E, ora, spreadworker, tocca a te: cosa farai per cambiare la tua situazione? E insieme a chi lo farai?

Se hai ancora delle domande, scrivimi e cercheremo di rispondere.

Nell’immagine, il fondo della piscina del Farm Cultural Park di Favara, Sicilia. La scritta appare evidente solo quando la luce rossa si accende. Ho scelto questa immagine perchè ci sono cose, a volte, che siamo capaci di vedere solo quando siamo in emergenza.

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Ma perchè lavoriamo così tanto?

Cosa fare se dal lavoro dipende il nostro valore e la produttività è la misura di questo valore

Mentre raccoglievo il materiale per scrivere Bignami per spreadworker mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che per poter dare una risposta alle domande che avevo raccolto, avevo bisogno di coinvolgere ben quattro persone in virtù delle loro distine professionalità ed esperienze. Certo, non dovrei essere stupita, dato che viviamo in un Paese che ha delegato al professionismo la funzione di mediazione tra una burocrazia sempre più articolata e i suoi cittadini; non a caso, gli ordini professionali continuano a prosperare, anche se le tutele su cui sono chiamati a esercitare, contano sempre di meno.

Come è emerso da molte delle storie che ho raccolto, anche e soprattuto in seguito alla pubblicazione di Non chiamatelo smartworking, eravamo spreadworker già prima della pandemia. Qualche giorno fa Sam Blum, giornalista di Vox.com, si chiedeva se la quarantena stesse decretando la fine della produttività come valore fondativo della società americana e, più in generale, della società occidentale contemporanea.

Nonostante sia ormai comprovato che più ore di lavoro non significano più qualità, anzi, troppo lavoro finisce per diminuire la produttività, noi continuiamo a lavorare anche più di dodici ore al giorno e all’aperitivo del venerdì facciamo a gara a chi ha lavorato di più.

Perchè lavorare tanto fa ancora rima con lavorare bene

Da un lato, questo accade per una miopia del management italiano, che è ancora convinto di vivere e fare business negli anni ’80, per cui più lavori più fatturi. Dall’altra perchè, come mette in luce Blum, la nostra identità professionale è, oggi, la nostra identità dominante.

Uno dei motivi per cui per molti e molte spreadworker è così difficile dire no, apparirebbe dunque essere quello che Anat Keinan, docente associata di Marketing e Comunicazione all’Università di Boston, descrive all’interno di articolo di Blum: se il lavoro è diventato il parametro con cui misuriamo il nostro valore come persone, e la produttività la misura di questo valore, rifiutarsi di lavorare sempre, rinunciando a livelli sempre più alti di produttività, significherebbe scegliere consapevolmente di diminuire il proprio valore, a livello sociale ed emotivo.

Se la produttività equivale alla desiderabilità sociale

Cambiare e togliersi da questo enorme condizionamento, che in altri articoli non a caso ho chiamato doppio legame, non è affatto semplice, se persino chiedere le ferie di quest’estate o far rispettare il proprio diritto alla disconnessione, previsto dalla legge, genera in molte persone un senso di colpa tale da farle desistere. Se non riusciamo a farlo dall’interno, allora, possiamo sempre tentare di far scattare il mutamento a un livello superiore: cosa succederebbe se iniziassimo a considerare il lavoro solo un lavoro e comprendessimo, nella nostra realizzazione personale, altre sfere della vita? Cosa succederebbe se dall’equazione lavoro quindi sono, togliessimo la componente di valore e lasciassimo soltanto lavoro quindi vengo pagat@?

A queste domande hanno cercato di rispondere diverse realtà, tentando di sviluppare soluzioni alternative e sostenibili, come quella, ad esempio, dell’economia del bene comune, che rimette al centro la persona nella sua interezza e vede il lavoro come una delle sue possibili aree di sviluppo. Esistono poi diversi esperimenti di realtà alternative, dove il benessere delle persone è calcolato in modo diverso e dove al centro ci sono le competenze delle persone e il tempo diventa la risorsa meno scarsa e allo stesso tempo più preziosa. Molte persone, durante la quarantena, hanno potuto sperimentare una pausa dalla vita lavorativa ed è possibile che in tanti e tante abbiano riscoperto passioni e interessi, potendo intravedere di nuovo sfere di possibilità da tempo sopite.

Io credo che, probabilmente, sarebbe più facile pretendere che i nostri diritti vengano rispettati, se iniziassimo a comprendere la nostra identità professionale e la sua piena realizzazione solo come una delle tante possibili. Penso anche che dovremmo imparare a dire più no, quando è necessario, e ad aiutarci di più tra noi che condividiamo una stessa condizione: è un cambiamento che deve partire dalle singole persone, ma che è necessario portare avanti insieme.

Credo infine che la consapevolezza di questo stato di cose sia il primo passo per costruire la nostra libertà, per questo ho voluto scrivere questo articolo, per questo, in generale, amo raccontare: credo che da ogni storia possiamo interpretare noi stessi e comprendere meglio quello che ci circonda, a livello individuale e sociale, la funzione del mito è sempre stata questa. Credo che sia importante raccontare, lasciare spazio a versioni differenti della stessa storia, perchè solo così possiamo creare, narrandole, versioni diverse della realtà. Ciascuno con la propria voce, ma per il benessere di tutti e tutte.

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Non chiamatelo smartworking

L’emergenza Covid-19 ha creato lo spreadworking, il lavoro sparso ovunque nel tempo e nello spazio

Dall’inizio dell’emergenza Covid-19 il 15% della forza lavoro in Italia sta lavorando da casa in quello che viene chiamato smartworking. Ma senza orari e senza tutele, il modo di lavorare a cui molti di noi sono sottoposti non ha niente di smart. Sarebbe più corretto chiamarlo spreadworking, nel senso di sparso ovunque nel tempo e nello spazio.

La mia amica Sara lavora da casa da fine febbraio. In un solo mese ha trascorso quaranta ore, cioè un’intera settimana lavorativa, in riunione con il suo capo, più di venti ore di straordinari non pagati e di lavori urgenti chiesti alle otto di sera e il sabato mattina. Dopo quasi quattro mesi di spreadworking a suo marito sembra di essere sposato anche con il resto del suo team. Marco è in cassa integrazione da metà marzo, ma gli è stato richiesto di continuare a lavorare comunque da casa perchè, nonostante l’azienda, una grossa punta nel settore dei servizi, sia chiusa, è necessario che lui mantenga attive le comunicazioni con i clienti. Il risultato? Ha lavorato più di prima per settimane, non ha ancora ricevuto la cassa integrazione ed è vittima di mobbing da quando ha cercato di spezzare questo circolo vizioso.

Ad Antonella è stato chiesto, mentre era in cassa integrazione, spesso via WhatsApp e alle undici di sera, di entrare nei computer dei colleghi per leggere le loro email. Rosa, che lavora per un’azienda di medie dimensioni a conduzione familiare, riceve più di otto messaggi ogni giorno, quindici email e una media di cinque telefonate dal suo capo in otto ore di lavoro, a cui si aggiungono le mail e i messaggi su WhatsApp nel weekend. Suo marito ha sentito così tante volte la voce del suo capo risuonare per l’appartamento, che pensa di poterlo riconoscere anche senza averlo mai incontrato. Luca, che lavora per un’azienda nel settore dei servizi, ha attaccato al suo computer un post it su cui si legge: “Ricordati che stai parlando con una persona con problemi. Abbi pazienza“. Giulio, che lavora per un’azienda informatica, mi racconta di far fatica a dormire e di aver iniziato a prendere ansiolitici dopo tre mesi di spreadworking.

Evviva l’empatia del middle management

I nomi sono inventati, ma queste storie sono vere. Me le hanno raccontate persone che conosco, di persona o via social, persone che sto vedendo sfiorire, maltrattate da un lato da capi incompetenenti che non si fidano di loro e che in tre mesi di lavoro da casa non hanno ancora imparato a gestire un team, progetti e lavori da remoto; dall’altro dall’opinione pubblica: con il 45% dei lavoratori a casa da due mesi senza reddito, perchè la cassa integrazione ancora non è arrivata, lavorare da casa in questo momento è considerata una grande fortuna. E guai a chi prova a lamentarsi.

La prima difficoltà che incontrano i lavoratori e le lavoratrici in spreadworking è quella di non sapere quando si finirà di lavorare, di non poter più vivere un tempo privo da comunicazioni di lavoro, che si insinuano nello spazio domestico e nel tempo che un tempo si dedicava al viaggio verso casa, alla famiglia, a se stessi. La seconda è di non riuscire più ad associare alla casa, che antropologicamente è un luogo sicuro, dove ci sentiamo protetti dai mali del mondo, queste sensazioni positive: con lo spreadworking, come raccontava il marito di Sara, le tensioni dell’ufficio si siedono sul divano con noi, i problemi con i clienti si siedono sulle nostre gambe mentre ceniamo e spesso ci ritroviamo i nostri capi a letto con noi la sera prima di andare a dormire.

La terza difficoltà riguarda appunto avere a che fare con manager a cui, di come stiamo e del fatto che non stiamo lavorando bene, non interessa assolutamente niente. Neanche se è comprovato che gli stati d’ansia limitano la produttività. Manager che non hanno gli strumenti, professionali o cognitivi, per porre rimedio. Quando Gianluca, un altro lavoratore che mi ha consegnato la sua storia, ha fatto presente al suo capo di essere diventato un hot spot per le comunicazioni di due aree aziendali, per cui tutto il suo tempo era impiegato a gestire e organizzare la sola comunicazione interna ed era costretto così a finire il suo lavoro fuori orario, la soluzione adottata dal manager è stata semplicementre quella di sollevarlo dall’incarico e affidare quest’ultimo a un’altra persona, alle stesse identiche condizioni.

Lo smartworking dovrebbe essere incentrato sul lavoratore

Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, questa settimana ha dedicato allo smartworking un’intera sezione di storie in evidenza sul suo profilo Instagram. Le ho chiesto di poter riportare parte della sua spiegazione e la ringrazio per la chiarezza e la completezza delle informazioni. Esperta di payroll e risorse umane, Columbro anzitutto suggerisce che per migliorare le cose si potrebbe partire dal riscoprire il vero scopo dello smartworking.

La preparazione di un vero smartworking richiederebbe anzittuto una trasformazione del modello manageriale e della cultura dell’organizzazione. Il vero smartworking è incentrato sul lavoratore, sul concordare con i propri dipendenti obiettivi da perseguire lasciando loro piena autonomia nel trovare la modalità con cui ottenere i risultati concordati.

In secondo luogo, dice Columbro, quello che sta accadendo a molte persone non è smartworking, ma aver semplicemente spostato il lavoro che si è sempre fatto dall’ufficio alle nostre case. E infatti lavoriamo, quando va bene, dalle 9:00 alle 18:00, con un’ora di pausa pranzo e con i capi che ci contattano come se fossimo dall’altro lato dell’ufficio e non nel nostro salotto. Non è cambiata la modalità di lavoro, ma solo la sede da cui lavoriamo.

Infine, conclude Columbro, ciò che è successo con il DPCM dell’11 marzo è stato estendere solo alcune regole previste per il lavoro agile così come regolamentato dalla legge 81 del 2017, ad esempio mantenendo gli straordinari non pagati, ma ignorando completamente la reperibilità del lavoratore e della lavoratrice. Secondo la legge, infatti, in regime di smartworking, oltre alla presenza di un progetto condiviso con il lavoratore, ci sono alcuni orari in cui il dipendente deve essere reperebile e solo in quelli può essere chiamato dal datore di lavoro.

Tutto questo accade anche perchè le aziende italiane non erano pronte

Secondo i dati di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano nel 2019, la percentuale di grandi imprese che aveva avviato al suo interno progetti di smartworking era del 58%. Del restante 30%, il 22% ne dichiarava probabile l’introduzione futura e soltanto l’8% non sapeva se lo avrebbe mai introdotto o non manifestava alcun interesse. Tra le piccole e medie imprese, solo 12% nel 2019 aveva intrapreso progetti formali di smartworking. Sdoganato dal DPCM del 1 marzo 2020, che ha spinto perchè le aziende introducessero lo smartworking anche senza alcun progetto, è stato come mettere in mano una Ferrari a un bambino.

Vi ricordate quando, da piccoli, facevate finta di guidare la macchina di famiglia nel parcheggio del supermercato scimmiottando i grandi che vedevate guidare di solito? Ecco. Immaginate che i vostri capi in questo momento stanno facendo esattamente la stessa cosa. E molto probabilmente, sono convinti di farla veramente bene.

E invece no. A dimostrarlo le recenti ricerche condotte negli Stati Uniti secondo cui il rischio reale è quello non solo di generare un problema di salute pubblica per fenomeni da stress e burnout, come quelli di alcune persone di cui ho raccontato prima, ma anche di trasformare in zombie un’intera generazione di lavoratori e lavoratrici. Come riportato da Wired, infatti, per evitare gli effetti dannosi riscontrati negli USA, questo stato di cose dovrà necessariamente essere ripensato e lo spreadworking messo a regime. Di esempi positivi, in gran parte aziende multinazionali, ce ne sono, andrebbero seguiti di più e le buone prassi condivise, a partire dal punto di vista legale e con ricadute operative al più presto.

E non diteci che non possiamo lamentarci

Molte tra le persone con cui ho parlato hanno concluso la propria testimonianza dicendomi: io comunque non mi posso lamentare perchè, comunque, sto ricevendo lo stipendio. Questo in psicologia si connoterebbe come un doppio legame con l’azienda: non posso lamentarmi perchè sto lavorando, anche se sono le condizioni pessime in cui lo faccio la ragione del mio malessere. A questo, per chi è da solo, si aggiunge l’alienazione di mesi passati in un loop lavorativo e, per chi è in coppia, la responsabilità di non riuscire a non lavorare continuamente perchè in gioco c’è mantenere la famiglia. La situazione è ancora più pesante se le testimonianze provengono da donne con figli, la maggior parte delle quali, oltre a dover sostenere lo spreadworking, stanno gestendo da casa anche l’intera famiglia.

Non è una gara a chi sta peggio. E abbiamo tutti il diritto di lamentarci, di raccontare che non stiamo bene: zittire gli altri perchè ci sembra che l’erba del loro giardino sia più verde, è un atteggiamento che non porta da nessuna parte. Perchè lavorare troppo da due mesi a stipendio ridotto, così come non lavorare affatto aspettando una cassa integrazione che non sappiamo quando arriverà, e lavorare in situazioni di scarsa sicurezza, come sta accadendo a chi è impiegato nella sanità e in quelle filiere produttive che non si sono mai fermate, è una situazione ugualmente drammatica che, avrei sperato, le istituzioni, gl imprenditori e anche noi lavoratori e lavoratrici avremmo affrontato in modo diverso.

Ma potrebbe essere un’occasione per rivedere le nostre priorità, cambiare punto di vista sul nostro modo di pensare il lavoro e rendere il cambiamento possibile. Intanto, come dice il sindaco di Milano, si continua a la-vo-ra-re. Sognando la prossima vacanza o il prossimo posto di lavoro.

Dollypartonchallenge: non solo uno stupido trend su Instagram

Poco prima di Natale mi è stato chiesto di partecipare come docente a un corso promosso da Enaip sulla professione del comunicatore. In questi giorni ho iniziato a pensare a come poter impostare la lezione che mi è stata assegnata, come utilizzare Facebook per la promozione culturale, e ho deciso di partire dal trend social del momento approdato da un paio di giorni su Instagram.

Si chiama #dollypartonchallenge e consiste nel postare un collage di quattro foto che rappresentano la nostra identità sui quattro social network più diffusi del momento: LinkedIn, Facebook, Instagram e Tinder (ho visto anche versioni con Grindr e WhatsApp).

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Ma chi è Dolly Parton?

Secondo quanto riporta Wikipedia, Dolly Rebecca Parton è una cantautrice, attrice e musicista statunitense, celebre soprattutto per il suo contributo al genere country. Si è guadagnata l’appellativo di “regina della musica country”, con venticinque singoli giunti in vetta alle classifiche statunitensi e quarantuno album in top ten. Nel 2011 ha vinto un Grammy Awards alla carriera. Sempre Wikipedia svela che la pecora Dolly, che quando eravamo piccoli ci guardava con i suoi occhioni clonati dallo schermo del televisore, dovrebbe il suo nome proprio alla cantante. Due giorni fa ha lanciato su Instagram un meme per rendere onore alle donne che si fanno in quattro, letteralmente in questo caso, e fanno tutto splendidamente. Subito hanno aderito star di Hollywood, persone comuni e, persino, animali.

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Cosa insegna il #dollypartonchallenge a chi fa comunicazione?

Il medium è il messaggio, scrisse Marshall McLuhan nella seconda metà del secolo scorso. Cosa significa? Significa che il canale che scegliamo per veicolare un contenuto, ne trasforma non solo la fruizione, ma anche la forma stessa. La fruizione di un contenuto è il modo in cui tale contenuto viene consumato dal pubblico. La forma di un contenuto è il modo in cui il contenuto si presenta dal punto di vista visivo ed esperienziale, è fatta dalla relazione tra testo e immagine, dalla scelta delle parole e dei soggetti, dal tono di voce e dall’identità e personalità del brand, o della persona, che ne significa i contorni.

In tempi più recenti, e per gli addetti ai lavori, si parla quindi di “declinare i contenuti per canale“. Come non ci sogniamo di pubblicare nelle story di Instagram il Company profile della nostra azienda, così non pubblicheremmo mai su LinkedIn le foto della nostra festa di Laurea. Ogni canale, digitale, analogico, online o offline, ha infatti i suoi modi, i suoi tempi e il suo pubblico e se non li rispettiamo, rischiamo di fare come il naufrago che butta una bottiglia nell’oceano nella speranza che qualcuno trovi il suo messaggio e gli risponda (aspetta e spera).

Il #dollypartonchallenge può essere allora un utile bigino da tenere salvato tra i preferiti quando ci chiediamo come declinare i nostri contenuti sui diversi social in modo appropriato, affinché siano letti, commentati e condivisi. Che poi, è l’obiettivo di comunicazione di ogni post che facciamo (e questo avrà effetti positivi anche sugli obiettivi di marketing!).

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Ma attenzione: siamo sicure che riuscire a fare tutto sia quello che vogliamo davvero?

Ormai mi conoscete, se non lascio emergere la mia vena critica, non solo contenta. È solo un meme, direte, un hashtag che tra quattro giorni sarà presto soppiantato dal prossimo. Ma le parole sono importanti.Get you a woman who can do it all” può apparire come un messaggio positivo, le donne possono fare tutto, sarebbe bellissimo se fosse vero e pian piano ci stiamo riuscendo; tuttavia, dà anche voce a un pensiero, parte della cultura dominante, per cui la donna deve essere perfetta in ogni situazione.

Come Dolly Parton che è perfetta, diva, su tutti i social. Questo mette noi donne in una condizione continua di pressione e di performance che altro non è che un’altra forma di oppressione. Se le donne non perdessero tempo a essere perfette in tutto, probabilmente sarebbero alla guida di Nazioni tanto quanto gli uomini, a cui invece essere perfetti non è richiesto e probabilmente manco interessa.

Secondo il rapporto Women In the Workplace pubblicato da Lean In e McKinsey nel 2018, questa pressione sulla perfezione e sulla performance frena le donne nel loro percorso di carriera, poiché da un lato le donne ad esempio non fanno domanda per un lavoro se non soddisfano il 100% dei criteri richiesti, gli uomini solo il 60%, dall’altro contribuisce a nutrire la sindrome dell’impostore, tipica, secondo Valerie Young che ha studiato il fenomeno nel 2012, di donne e altri gruppi minoritari.

Pressione che lascia segni anche sul nostri corpo e sulle nostre relazioni. Ed è continua e costante e ci stressa tantissimo. Se tutte le nostre energie sono volte a essere perfette in tutto a dare sempre la versione migliori di noi in tutto, cosa che agli uomini non è richiesta, è chiaro che non ne avremo abbastanza per fare quel corso che ci interessa, prepararci per chiedere un aumento, lavorare per un futuro che ci vede protagoniste. Allora, meglio essere veramente brave in qualcosa e in scenari diversi, e meno brave in altro, che tanto non è vero che si è perfette in tutto.

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Tapering di Natale

Sono sul treno che mi porta a casa e mi sento come Rose sulla prua del Titanic (a proposito, lo sapevi che il film usciva ieri ben ventidue anni fa?).

Quest’anno ho deciso di non lavorare nel periodo delle Feste, per la prima volta da quando ho iniziato a lavorare cinque anni fa. Ho spento il pc in ufficio e ho fatto il passaggio di consegne della chiusura dei progetti di comunicazione che abbiamo in corso. Domani sarà l’ultimo giorno di lavoro effettivo, da casa, invierò due notule di pagamento, chiuderò una collaborazione, consegnerò i testi per un sito. E poi, basta. Ho deciso di ascoltare il mio irrefrenabile desiderio di non fare niente di produttivo in queste vacanze, ma solo, come ha scritto Maura Gancitano su Instagram, di curare la mia fioritura.

Per i prossimi diciotto, 18, giorni niente corse, niente treni, niente Milano, niente negoziazioni con gente che non ce la fa, niente sbuffi e occhi al cielo, zero sbatti

Voglio solo leggere, cucinare, mangiare, dormire, sciare, stare con le persone a cui voglio bene e che mi vogliono bene, scrivere, scattare fotografie, organizzare il nostro prossimo viaggio in Centro America, leggere la newsletter di BalenaLab su quanto è importante correre dei rischi, fare il quiz per riconoscere i miei punti di forza che mi ha inviato Brandie, compilare lo Year Compass che mi ha regalato Agnès, impegnarmi a finire di compilare il materiale che mi ha mandato Veronica di The Brand Setter e iniziare For The Love of Men di Liz Plank con una delle mie nuove maschere illuminanti che ho ricevuto come regalo di Natale in anticipo. Organizzerò anche un workshop sulla Impostor Syndrome, ma questa è un’altra storia.

Cosa significa curare la propria fioritura?

Significa mettere al centro noi e il nostro percorso, imparare ad ascoltare cosa vogliamo fare davvero, mettere in fila le cose da fare secondo un ordine di priorità dettato dall’interno, fare il bilancio di come sta andando, arricchirsi di nuove esperienze e conoscenze. In altre parole significa spostare il focus dall’esterno all’interno, rallentando fino a seguire il proprio ritmo.
Per tornare alla vita normale il 7 gennaio con nuove energie e, soprattutto, nuove risorse.

Un po’ come fanno gli atleti prima di una gara, che fanno una pausa forzata dagli allenamenti per arrivare alla linea di partenza ancora più forti

Si chiama tapering e consiste, appunto, in un periodo di pausa forzata o di diminuzione del carico di allenamento. Lo scopo? Ridurre lo stress psicologico e fisico per migliorare le prestazioni durante la gara. Dunque si tratta di una pausa forzata dove forzata significa che abbiamo deciso di fermarci. È vero: a leggere la lista delle cose che voglio fare in queste vacanze non sembrerebbe che io abbia deciso di fermarmi. Immaginate cosa faccio di solito!

Sono sincera, se da un lato è vero che non riesco mai a sfruttare a pieno le due ore al giorno che passo sul treno, dall’altro mi sento perennemente di corsa e spesso nell’affanno delle cose da fare il lavoro e la casa hanno la meglio sul mio percorso di crescita, di carriera e, in generale, sul prendermi cura di me.

Mi piacerebbe che queste vacanze fossero davvero una sorta di tapering natalizio. Una pausa allora non forzata, ma programmata, mi piace di più, per stare meglio e per riprendere un po’ il rapporto che negli ultimi mesi ho lasciato un po’ in disparte, quello con me stessa.

Tapering di Natale: se vuoi farlo anche tu, ti lascio di seguito una lista di risorse utili per il tuo

  1. Year Compass, per fare il punto dell’anno appena trascorso e capire cosa cambiare per quello che sta per iniziare
  2. Siempo e le altre app che ti permettono di silenziare i social per un periodo di tempo che imposti tu
  3. Il quiz per scoprire quali sono i tuoi punti di forza
  4. Le ricette buone, gustose e sane di Naturalmentebuono
  5. Le gite in montagna dei Warriors On The Road
  6. Spegnerti, per almeno 10 minuti ogni giorno
  7. Circondati di amici e persone belle, ma non dimenticare di trovare spazio e tempo per te e per quello che ti piace fare. Se ti va di raccontarmi come trascorrerai queste vacanze, sai dove trovarmi.
raccontare propria storia come fare colloquio di lavoro

Raccontare la propria storia per fare un colloquio di lavoro super

Il colloquio di lavoro è l’apostrofo rosa tra il CV e il “le faremo sapere”.

Come a molti, in questi primi cinque anni di lavoro e di ricerca di un impiego di cui sentirmi soddisfatta, mi è capitato di sostenere parecchi colloqui. Di persona, al telefono e via Skype. Conoscitivi, orientativi, per capire se siamo sulla stessa lunghezza d’onda. In qualche occasione, in un’esperienza lavorativa passata, mi è anche capitato di sedere dall’altra parte del tavolo e di essere io a fare le domande.

Cosa ho imparato da tutto questo? Ho deciso di raccontarlo in questo articolo insieme a qualche dritta che ho appreso grazie alla mia esperienza e, per fortuna, anche da chi ne sa più di me

Un paio di settimane fa, una ragazza che conosco mi ha detto che avrebbe dovuto sostenere il suo primo colloquio di lavoro e mi ha chiesto se avessi qualche consiglio da darle. Dopo averle risposto, presa dall’entusiasmo, ho posto la stessa domanda alle persone che mi seguono su Instagram e ho raccolto consigli diversi, ma soprattutto mi sono arrivate molte domande su come prepararsi bene, su cosa viene chiesto più spesso e poi racconti di colloqui in cui ci sono state fatte domande a cui avremmo dovuto non rispondere.

Così ho deciso di scrivere questo articolo sul colloquio di lavoro.  Non la solita miniguida al colloquio di lavoro perfetto. ma un articolo ricco di informazioni che possano esserti utili sia se stai entrando nel mondo del lavoro , sia se hai già esperienza e desideri migliorare

Ho pensato di scrivere questo articolo ponendomi tre obiettivi: vorrei raccontarti che è importante prepararsi per un colloquio di lavoro e cercare di darti strumenti utili per farlo al meglio; darti spunti su come raccontare la tua storia in modo coerente, per giustificare le tue scelte e dare un senso al tuo percorso; e farti conoscere quali sono le domande che non dovrebbero farti e come rispondere in maniera adeguata e consapevole. Rimanendo cosciente del fatto che, comunque vada, c’è un’infinità di fattori interni all’azienda che ti ha invitato a colloquio che non c’entrano assolutamente con te. Come mi ha detto la mia amica Agnes questa mattina, a volte i processi di selezione durano mesi e tra un colloquio e l’altro passa talmente tanto tempo che non puoi startene lì a giocare a “mi hanno preso, non mi hanno preso” con la prima margheritina che trovi in un prato (anche perchè è novembre). Per cui, fai del tuo meglio, rilassati e non fasciarti la testa prima di essertela rotta.

Prima di iniziare ecco un bel cambio di prospettiva sulla ricerca di lavoro

All’università ho studiato Sociologia. Uno dei corsi che ho frequentato durante la triennale è stato Sociologia del Lavoro. Un corso interessante che, come gli altri presenti nell’offerta  formativa, si proponeva di insegnarci a non dare per scontato nulla di quel che abbiamo imparato a ritenere vero, reale e giusto. Inutile dire che questa meravigliosa spinta alla complessità ha finito per acuire il mio instancabile spirito critico e a rendermi, se possibile, ancora più rompiscatole. Ma torniamo a ciò che ho imparato a non dare per scontato del mondo del lavoro e cioè che il lavoro lo cerchiamo noi e le aziende lo offrono. Già. Sono sicura che questa è la prima volta che la senti. Ma la letteratura sul funzionamento del mercato del lavoro è abbastanza chiara in merito: siamo i lavoratori, cioè noi, a offrire il nostro lavoro alle aziende che ne hanno bisogno. Dunque , in realtà sono le aziende che cercano lavoro e siamo noi ad offrirlo. E non il contrario.

Ci hanno insegnato a credere che il lavoro è una specie di privilegio, che noi, i lavoratori, cerchiamo e che, come per tutte le risorse scarse, dobbiamo lottare per ottenere mentre aziende con posti vacanti se ne stanno lì a guardarci gareggiare, in un perverso gioco delle sedie.  Comodo, vero? Così non chiediamo niente, accettiamo quello che ci viene dato con gratitudine, non facciamo casino, non pretendiamo gli straordinari pagati e sì, vi prego, non date la paternità ai nostri partner perchè a nessun uomo interessa fare il papà. Prova a pensare a cosa succederebbe se la prospettiva si ribaltasse: se ti rendessi conto, all’improvviso, che a cercare lavoro non sei tu, ma l’azienda che ti chiama per un colloquio. Non è così strano pensarlo, in fondo per produrre le aziende hanno bisogno di competenze specifiche di cui tu sei portatore. A differenza di quello che ci hanno sempre raccontato, tu sei sul mercato del lavoro per offrire le tue competenze al miglior offerente.

Quando farai il tuo primo colloquio di lavoro non svenderti e rilassati: loro hanno bisogno di te

E tu hai bisogno di loro. Ora che siamo passati da questo cambio di prospettiva, possiamo chiederci se siamo d’accordo che è necessario arrivare comunque preparati a un colloquio di lavoro, vero? Ecco, per me, all’inizio della mia (attenzione, parolone) carriera, non era affatto così. Ci sono valute parecchie porte in faccia prima di capire che, come per tutte le prove, bisogna arrivare preparati.

Raccontare la tua storia in modo coerente durante un colloquio di lavoro

La prima domanda che, di solito, ti sentirai chiedere a un primo colloquio è: raccontami un po’ di te. Rispondere potrebbe sembrarti molto facile e invece lasciati dire che è una delle cose più difficili. Anzitutto, la persona che ti ha posto la domanda non è interessata a conoscerti, quanto invece a valutare il tuo profilo, le tue capacità di esposizione e se quanto stai dicendo è in linea con quello che hai scritto nel CV e nella lettera di motivazione. In secondo luogo, a meno che tu non abbia fatto un corso di autobiografia, o non abbia fatto molti colloqui, potresti essere un po’ fuori allenamento a parlare di te: ci viene richiesto moltissimo quando siamo bambini, poi dal liceo tutti ci chiedono di sapere cosa pensiamo, nella migliore delle ipotesi, quanto ci ricordiamo del libro che abbiamo studiato, in quella più plausibile. E terzo, probabilmente nella domanda è sottointeso che la tua risposta dovrà essere breve. Per rispondere al meglio, allora, includi chi sei, dove sei adesso e dove vuoi arrivare nei primi cinque minuti della tua risposta; prima del colloquio prendi nota di quei punti che, in base al profilo per cui ti sei candidato, vuoi assolutamente condividere con la persona che hai di fronte; giustifica i cambi di percorso, i ritardi, le difficoltà, come se facessero parte del piano più grande che hai disegnato per te; e fai pratica: presentati prima in dieci, poi in cinque e poi in tre minuti con persone diverse per annullare l’ansia da prestazione.

Come ho imparato a rispondere alla domanda che più mi spaventava e a cui non riuscivo mai a dare una risposta

Anche le persone che fanno i colloqui sono andate a scuola. Ecco forse spiegato il motivo per cui in quasi tutti i colloqui che farai ti chiederanno più o meno le stesse cose. Raccontami di te, cosa stai facendo adesso, cosa stai cercando, perchè hai scelto noi, come ti vedi tra cinque anni ecc. Tra tutte, la domanda che mi mette più in difficoltà è: perchè dovremmo scegliere te tra tutti gli altri?  Sono stata educata a non fare confronti e che, in caso di confronto obbligato, io ne sarei uscita peggio. Per cui puoi capirmi se ti dico che mi è sempre venuto da rispondere: non sapendo chi sono gli altri, non ne ho idea. E temo proprio di aver risposto così una volta (inutile dire che non li ho più sentiti).

Allora ho capito che avrei dovuto lasciar perdere la mia educazione e trovare una risposta diversa a quella domanda. In questa ricerca mi è stato molto utile rendermi conto che a interessare al mio interlocutore non è tanto la risposta, quanto il mio modo di rispondere. Dire “non so chi sono gli altri” equivale a dire “non mi interessa, non sono pronta”; e dire “io sono la più brava di tutti” equivale a dire “non ho spirito collaborativo sarà difficile inserirmi nel vostro team“. Allo stesso modo, concentrare la mia risposta sulle cosiddette hard skills, ovvero sulle competenze tecniche utili per un determinato mestiere, rende inutile qualsiasi contributo perchè, in questo caso sì, non sai chi siano gli altri, e non puoi metterti a confronto. Una volta ci ho provato e un direttore di testata, che in quell’occasione fungeva anche da CEO (vediamo se indovini chi è) mi ha risposto: ma questa è filosofia! Inutile dire che non l’ho più sentito.

La risposta giusta ha molto più a che fare con il modo di lavorare più che con l’oggetto o il soggetto del tuo lavoro. Quella domanda, perchè dovremmo scegliere proprio te, in realtà significa: qual è il massimo contributo che vuoi portare alla mia azienda? La risposta allora non può che rientrare nel campo delle soft skills, ovvero quelle competenze trasversali che ti consentono di risolvere problemi e di relazionarti con gli altri. Prova allora a chiederti: cosa mi rende unic@? Cosa, o che contesto, rende utile il mio essere unic@? Ecco questo, questo è anche il tuo punto di forza. Un’altra domanda che fanno spesso è di indicare i tuoi punti di forza e di debolezza. Ci hanno insegnato che ciò che siamo bravi a fare è la nostra forza e ciò che non siamo bravi a fare è il nostro punto debole. In realtà, la domanda dovrebbe essere posta in un altro modo e cioè: cosa ti rende forte? E cosa ti rende debole? Io potrei essere bravissima a usare i Gantt e allo stesso tempo i Gantt mi annoiano terribilmente e la mia produttività ne risentirebbe. Allo stesso modo, ciò che mi rende unica è la mia capacità di creare esperienze con le parole. E, per mia fortuna e per quella di chi sceglie di lavorare con me, è anche ciò che so fare meglio.

Cosa non dovrebbero chiederti durante il colloquio e come fare a rispondere in maniera adeguata

Ci sono poi delle domande che non dovrebbero esserti poste poichè violano la tua privacy. Il nuovo Regolamento Europeo GDPR ha confermato quanto era già in vigore: il nuovo codice privacy D. Lgs. n. 101/2018 prevede infatti che in fase di colloquio non è possibile chiedere al candidato informazioni sul proprio orientamento politico e sessuale, sulla propria religione, sull’appartenenza o meno a un sindacato, sulle proprie scelte riproduttive, sulla sua composizione familiare e qualsiasi altra area che non abbia una stretta rilevanza per valutare se il candidato è adatto o meno a quella posizione professionale. Anche chiedere la busta paga in fase di colloquio è una violazione della privacy. Il nuovo codice prevede sanzioni pari a un’ammenda da 154€ a 1.549€ o con arresto da quindici giorni a un anno.

Se ti stai dicendo che contribuire all’arresto del proprio probabile datore di lavoro non è proprio il modo migliore di farsi assumere, hai ragione, e allora cosa fare se durante un colloquio ci vengono rivolte queste domande? Sono del parere che sapere è potere. Sapere che nel portele le persone che hai di fronte si sono messe in una situazione di illegittimità, ti dà la possibilità di scegliere se rispondere, quando e come. Se non te la senti, puoi prendere tempo oppure ribattere con un’altra domanda. A me non è ancora capitato, ma a diverse mie amiche è stato chiesto se avessero in programma di avere figli, se fossero fidanzate e se volessero una famiglia. Alcune di loro, che ci sanno fare ai colloqui, mi hanno detto di aver fatto desistere l’interlocutore chiedendo a loro volta: e lei, vuole avere figli? Oppure, ho una famiglia, voglio molto bene ai miei genitori, e lei? C’è anche chi, vedendosi chiedere la busta paga, ha deciso di non proseguire il percorso di selezione. Conoscere i nostri diritti ci dà la possibilità di compiere scelte consapevoli. E anche di cambiare le cose. Una persona che conosco, che si era sentita rivolgere una di quelle domande e che aveva sviato il discorso facendo a sua volta una domanda indiscreta, una volta assunta ha portato al suo capo il problema e ciò ha fatto sì che la procedura di selezione del personale fosse rivista.

Tre motivi per cui sostenere un buon colloquio di lavoro è, in fondo, solo questione di equilibrio

1) Le persone che incontrerai al colloquio sanno molto di te. Oltre a quello che gli hai inviato tu, è molto probabile che avranno guardato anche i tuoi social network e tutto quello che hai pubblicato online. Per essere pari, e riportare l’equilibrio quando vi incontrerete, fallo anche tu, prendi informazioni, arriva il più possibile preparat@ sulle persone che incontrerai e sull’azienda che rappresentano. Tutti abbiamo i social network, anche le aziende e gli HR.

2) Le persone che incontrerai ti faranno molte domande. Vorranno conoscere meglio il tuo percorso, la tua storia, i tuoi punti di forza e di debolezza. Ti ricordo che, contrariamente a quanto ci hanno insegnato, il colloquio serve a te per stabilire se chi hai di fronte è il miglior offerente per le tue competenze: per cui, fai domande a chi ti sta di fronte.

3) Una delle professioniste che ho conosciuto grazie a Lean In, Alessia, mi ha insegnato che il miglior modo per ottenere qualcosa è fare come se già l’avessi ottenuta (le americane dicono “fake it until you make it”). Il che ovviamente non significa spacciarsi per quello che non si è o assumere un atteggiamento arrogante o sbruffone. Piuttosto, ci aiuta a sentirci più sicuri di noi stessi e rende più facile agli altri vederci in un certo ruolo, se noi ci presentiamo come se già l’avessimo raggiunto.

Hai altri dubbi o curiosità a cui non sono riuscita a rispondere? Parliamone!

Ho scritto questo articolo a partire dalle mie esperienze. Per gli aspetti legati a ciò che è legale e ciò che non lo è mi sono avvalsa dell’aiuto di alcun* amic* HR, che ringrazio. Per fare tutto questo in maniera corretta, mi sono avvalsa delle risorse che ho trovato su leanin.org (se mi hai seguito su Instagram, sai che questo percorso non sarebbe stato possibile senza il cupcake, risorsa infinita di zuccheri e conoscenza, un po’ come gli incontri incontri di Lean In Milano.  Parteciparvi  mi ha dato la spinta necessaria per affrontare la mia presenza nel mondo del lavoro in maniera più consapevole. Questo post, senza quella specifica esperienza, non sarebbe stato così approfondito).