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Quarantene coraggiose: Sara e il tempo

La storia di Sara, del tempo in quarantena trascorso al lavoro, nell’orto e con sua figlia Viola, aspettando pomodori maturi e una nuova normalità

Sara è una viaggiatrice. Battuta pronta e occhi sempre attenti, con lei ho condiviso gli ultimi anni di pendolarismo ed è sempre a lei che devo i consigli più preziosi su viaggi, vini e ristoranti. Sara è una dei tre milioni di donne italiane che hanno visto la propria situazione lavorativa e familiare messa più a dura prova durante i primi mesi di emergenza sanitaria, complice la chiusura delle scuole e un mercato del lavoro che è sempre meno accogliente per le donne e per le mamme con figli con meno di quindici anni.

Sara ha trascorso il tempo della quarantena insieme a sua figlia Viola. E mentre Sara lavorava, affrontava la crisi della sua azienda, il conseguente fermo e la cassa integrazione in deroga fino a data da destinarsi, lei e Viola hanno disegnato tantissimo, aspettato invano la didattica online, piantato i pomodori nell’orto, guardato Frozen ancora e ancora, salutato il babbo che andava a lavorare tutte le mattine e creato quaderni fotografici dei loro ultimi viaggi (tra cui quello che ha ispirato anche il nostro viaggio in Mesoamerica ).

A Sara, e al tempo di ricchezza e sofferenza che è stato per lei il lockdown, ho deciso di dedicare la terza delle quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Leila e quella di Fanny, lascio che sia lei a raccontarlo.

Sara nel suo giardino

Ho passato la quarantena con mia figlia Viola di quattro anni e mio marito Claudio. Siamo stati a casa, a Melegnano, per tutto il tempo del lockdown. Per fortuna casa nostra ha un giardino e abbiamo potuto godere di questo piccolo spazio verde durante i giorni di quarantena.

La mia quarantena lavorativa è iniziata prima del 9 marzo quando, improvvisamente, il 23 febbraio, il primo caso di Covid è stato ufficializzato a Codogno, a qualche kilometro dalla cittadina dove abitiamo. La mia azienda aveva valutato che, per la nostra sicurezza, fosse meglio non recarci in ufficio.

Il tempo del lavoro: investito e guadagnato

E, così, abbiamo iniziato a lavorare in smartworking.

Nel primo mese ho lavorato otto ore tutti i giorni come se fossi stata in ufficio. Per fortuna Viola ha collaborato e fatto la brava, autogestendosi e giocando con il suo babbo, il quale, avendo un negozio alimentare, aveva sì ridotto l’orario, ma è riuscito sempre a lavorare. Uno degli aspetti che mi è mancato di più a livello lavorativo è stato il contatto con i miei colleghi. Siamo un team affiatato ed è stata una grossa privazione in questi mesi di lavoro da casa. Ci consultiamo molto e per fortuna con i mezzi a nostra disposizione siamo riusciti spesso ad incontrarci, anche se virtualmente.

Invece, il fatto positivo del lavoro smart è che ho potuto evitare le ore di viaggio casa-ufficio-casa e quindi ho ottimizzato al massimo le ore di sonno che altrimenti di solito mi godevo solo nel fine settimana.

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La prima passeggiata, e il primo caffè, dopo il 4 maggio

Il tempo delle relazioni: che non ci sono più e che continuano ad esserci, nonostante tutto

Una cosa molto difficile che ho dovuto affrontare è stato far capire ai miei genitori di settant’anni la gravità della situazione. Soprattuto perchè all’inizio è stata un po’ sottovalutata, e non capita, e solo in un secondo momento si è poi rivelata nella condizione che tutti ormai conosciamo.

Al di là di tutto, io comunque sono sempre stata un po’ “giapponese” a livello di strette di mano e contatto fisico, cioè: ho sempre preferito evitare. Quindi devo dire che ho accolto molto bene il distanziamento sociale e non mi manca assolutamente la modalità di relazione che invece prima era inevitabile.

Il tempo recuperato per la casa, per la famiglia e per sè

Diciamo che la quarantena mi ha anche trasformata un po’ in massaia disperata. Sembra facile da dire, ma gestire colazione, pranzo e cena per sette giorni per tre persone non è facile. E senza alcun accesso facilitato a supermercati e negozi alimentari, la mia creatività è stata messa a dura prova. E sarei stata davvero in difficoltà se avessi lavorato a tempo pieno.

Sì, perchè, dal 1 aprile la mia azienda ci ha messo in cassa integrazione al 50% e quindi di tempo libero ho iniziato ad averne molto. Così, cosa che non avrei potuto gestire con il lavoro presenziale, ho potuto occuparmi del giardino e dell’orto.

Insieme a Viola, che mi ha dato una mano sin da subito, ho organizzato un orticello urbano con qualche ortaggio. E spero che presto mi dia i frutti tanto aspettati.

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I pomodori dell’orto di Sara e Viola

Il tempo futuro: che già si costruisce, anche se fa ancora un po’ paura

La fase in cui ci troviamo mi sta facendo ancora un po’ paura. Non mi sento sicura del tutto a uscire, spensierata come prima del Covid19: ce la sto mettendo tutta e so che, poco a poco riprenderò, a fare tutto quello che facevo prima. Di solito sono una programmatrice di viaggi, appena tornata, anzi sul mezzo che mi riporta a casa di solito penso già alla prossima meta. Ma questa quarantena, purtroppo, mi ha fermata parecchio, il mio lato orso ha preso il sopravvento e sto molto bene in casa.

Cosa non mi mancherà? Vedere mia figlia che giocando, simula il mio lavoro utilizzando il suo pc giocattolo e che, invece di poter uscire e giocare con gli amici al parco o all’asilo, fa riunioni parlando per finta con la sua amica immaginaria.

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Quarantene coraggiose: Leila e la notte

La storia di Leila, delle notti di Ramadan in quarantena e della sua veglia fino al mattino

Conosco Leila da qualche anno. Di lei mi colpiscono sempre la dolcezza nella sua voce, il suo sorriso enigmatico e l’acuta sensibilità che la porta sempre a mettere in luce dettagli che sfuggono ai più. Il suo strumento più potente, in questo senso, è la sua capacità di scegliere immagini bellissime, e in apparenza innocue, ma che nascondono il grandissimo potere di scardinare l’idea della prima impressione.

Leila, il cui nome in arabo significa notte, ha trascorso parte della sua quarantena durante il Ramadan, un mese per lei molto importante, che già normalmente porta una pausa dalla normalità, vissuto quest’anno in modo ancora più particolare. A lei e alle sue notti di veglia, ho scelto di dedicare la seconda di queste quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Fanny, lascio che sia a lei a raccontarla.

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Leila, il giorno del suo compleanno, il 3 marzo 2020,
vista con gli occhi di sua sorella minore Amina

Mi chiamo Leila Ben Abbou e abito a Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi. Ho compiuto 25 anni il 3 marzo, quando il virus era appena scoppiato senza pietà. Tutti nelle strade avevano l’incertezza sui loro volti perchè non eravamo ancora pronti a vivere quello che, poi, abbiamo vissuto. Non è stato un compleanno piacevole, perchè percepivo molta ansia. Però quel giorno ho messo il cappotto, i tacchi e sono uscita di casa.

Ho trascorso i mesi di quarantena con la mia famiglia. I miei genitori sono di origine marocchina e noi in Italia non abbiamo parenti stretti. Dal 24 aprile ho continuato la mia quarantena in modo diverso e speciale perché è iniziato il Ramadan.

Perchè amo il Ramadan

Io amo il Ramadan e lo attendo come i Cristiani attendono il Natale. Ramadan è il nono mese del calendario islamico detto anche calendario lunare. Questo calendario non corrisponde a quello solare, per questo non è possibile fissare una data precisa per l’inizio del mese di Ramadan. Ogni anno questo periodo anticipa di dieci o undici giorni: quest’anno è iniziato il 24 aprile, l’anno prossimo sarà verso il 13/14 aprile e così via. A me piace perchè in questo modo è possibile assaporare il digiuno in qualsiasi stagione. Dieci anni fa ricordo che iniziai a digiunare in autunno, era settembre: non vedo l’ora che arrivi in inverno.

Ramadan è un mese sacro perché in una delle sue ultime dieci notti, dispari, è sceso il Corano. Non sappiamo con esattezza quale sia la notte precisa ma, tra le varie notti dispari, pare essere la numero ventisette e prende il nome di La Notte del Destino (Laylatu Al-Qader).

Durante questo mese ci sono diverse regole da rispettare, quella più evidente è che si digiuna dal momento prima dell’alba fino al tramonto, senza prendere né cibo né acqua. In questo mese, poi, dobbiamo cercare di essere la versione migliore di noi stessi. Per esempio, dobbiamo usare un linguaggio pulito, non litigare con nessuno, essere più vicini alla comunità e dedicare più tempo alla preghiera e soprattutto alle attività quotidiane, come il lavoro o lo studio.

Si ha davvero molto più tempo per lavorare su se stessi perché tutte le pause legate al mangiare spariscono. Inoltre, il digiuno ha un effetto terapeutico anche sul nostro organismo, è rigenerativo. Questo è il primo anno che vivo il Ramadan pienamente a casa e ho percepito qualcosa di insolito. Abituata a trascorrerlo a lavoro o all’università, impegnata mentalmente in altre attività, il digiuno era più leggero. A casa, invece, un’eventuale fame è facile da percepire.

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Un cappuccino di soia che Leila si prepara da sola verso mezzanotte e mezza

Durante il mese di Ramadan sto sveglia tutta la notte, prego, se riesco studio, e intanto osservo il cielo notturno diventare giorno. Il pasto del tramonto si chiama iftar. Rompiamo il digiuno con acqua e datteri, dopodiché andiamo a pregare e torniamo a mangiare. Di solito il primo piatto è una zuppa. Bisogna fare attenzione a quello che si mangia, se ci abbuffassimo dopo il tramonto l’effetto terapeutico del digiuno di cui parlavo prima svanirebbe. Digiunare ci insegna a conoscere il nostro corpo.

Sto sveglia tutta la notte perché prima dell’alba, orario che varia a seconda della stagione, quest’anno era verso le quattro del mattino, facciamo il suhur che è il pasto prima del digiuno. Di solito mangio porridge di avena, frutta secca e soprattutto cerco di bere acqua. Dopo il suhur si fa la prima preghiera. Alle quattro e mezza del mattino si sente un fortissimo cinguettio degli uccelli già pronti a iniziare la loro giornata. È una meraviglia!

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L’alba quel giorno era particolarmente bella e Leila ha deciso di fotografarla

Ramadan mi permette di vivere a pieno la mia religione. Non è facile con una religione come la mia, l’Islam, soprattutto in Italia. Quando ero bambina mia madre mi faceva provare a digiunare per metà giornata e mi diceva di pensare ai bambini che soffrono la fame per davvero. Mia madre stava cercando di insegnarmi l’empatia, sentimento che cerco con tutte le difficoltà di sviluppare nel tempo. Ramadan per me è diventato questo: l’empatia. L’empatia con chi soffre, con chi ha meno di te, ma anche con chi è come te. Durante questo mese è bello pensare ai milioni di musulmani che da qualche parte nel mondo stanno digiunando, questo pensiero rafforza il senso di comunità.

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Creatività di Leila, 4:30 del mattino. Le piace inviare le foto delle sue attività alle sue amiche che stanno digiunando, ciascuna nelle proprie case

Il mio Ramadan in quarantena

Vivere il Ramdan in quarantena, soprattutto per quanto riguarda il digiuno, è stato difficile, ma mi ha dato modo di sviluppare un insegnamento che già Ramadan mi trasmetteva nel tempo. Durante le ore di digiuno è facile farsi trascinare dalla stanchezza, ma dobbiamo avere la forza di imporre alla nostra mente che noi non dipendiamo dal cibo, ma da noi stesse. L’unico modo per imporre questo concetto è distrarsi, concentrandosi su altre attività. Per i primi dieci giorni di Ramadan mi è mancato enormemente camminare, non poter uscire a fare delle passeggiate a più di duecento metri da casa. Di solito, infatti, dopo l’iftar, in quel momento della giornata che io chiamo After-Iftar, vado sempre a fare una passeggiata.

Allo stesso tempo, è stato piacevole ritrovare momenti di riunione in famiglia, a tavola, tra chiacchierate e sorsi di tè alla menta. Ramadan ci insegna infatti ad apprezzare una tazza di caffè o un bicchiere di acqua. Al momento dell’iftar, quando addentiamo il dattero e beviamo l’acqua, capiamo davvero quanto è importante il cibo, ne possiamo percepire la forza graziosa, e questo ci permette di apprezzare anche un semplice un bicchiere d’acqua o una tazza di caffè. Il piacere delle piccolezze, ringraziare Dio, o qualsiasi altra forma di fede in voi, per quello che avete. Non bisogna dare nulla per scontato. L’abbiamo visto anche con la quarantena, con la libertà di movimento, soprattutto. A volte pensiamo che le cose nella vita ci siano dovute e per questo ci dimentichiamo di apprezzarne il valore, credo.

Penso che Ramadan abbia un altro punto in comune con la quarantena. Da un giorno all’altro noi italiani, europei, ci siamo svegliati e il nostro passaporto rosso non aveva più valore. Ma nel mondo, quante persone hanno un passaporto che non vale niente, da sempre? Vorrei riflettere sull’empatia, di cui ho parlato anche prima. Io personalmente mi sono messa mei panni di quelle persone, durante questo tempo di Ramadan e quarantena.

Quando è iniziata la quarantena ho pensato a tutte le attività che non ho fatto, rimandandole. Questo mi ha fatto percepire un grande senso di colpa che ha accompagnato i miei giorni.

Spero di aver imparato a cogliere qualsiasi cosa mi si presenti davanti nel momento in cui accade, senza rimandare, perché il futuro in realtà è il presente.

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Il 4 maggio finalmente Leila esce di casa a passegiare dopo il tramonto
e incontra questo gatto
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Quarantene coraggiose: Fanny e il mare

La storia di Fanny, che sta trascorrendo la quarantena su un vascello nelle acque della Nuova Zelanda

Ho conosciuto Fanny durante il mio ultimo viaggio in Francia. Viveva a Boulogne Sur Mer e lavorava al museo marittimo di Dunkirk. Ogni giorno era costretta a viaggiare in auto per un’ora e mezza tra le due cittadine simbolo del Hauts De France. Per rendere il viaggio più piacevole e sostenibile, aveva aperto un account su Bla Bla Car ed è così che io e Amalija, la mia compagna di viaggio di allora, siamo finite nella sua auto.

Quando l’ho conosciuta Fanny era infelice. Conosceva il miglior ristorante di Boulogne Sur Mer, ma non riusciva a capire come migliorare la sua vita. Solo la settimana scorsa, quando l’ho contatta per chiederle di raccontarmi come fosse finita a trascorrere la qua quarantena a bordo di un vascello, ho scoperto questa parte della sua storia che non conoscevo.

Come ho fatto per i miei ultimi racconti di viaggio, lascio che sia lei a raccontarla.

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Fanny oggi

La quarantena di Fanny nell’equipaggio della Alvei

Faccio parte dell’equipaggio dell’Alvei, una nave d’alto bordo costruita più di un secolo fa, da quattro mesi. Siamo in quarantena dal 26 marzo, ancorati nel porto di Russel, in Nuova Zelanda. Dato che il livello di rischio per chi si trova sulla nostra situazione è medio alto, saremo in quarantena fino a fine maggio. Il mio quaran-team è composto dal nostro capitano e dal suo primo ufficiale, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, il secondo è un ingegnere australiano, il nostromo è anch’esso statunitense e poi ci siamo noi marinai semplici: io, due francesi, un inglese e una ragazza tedesca. Chiude la ciurma la nostra fantastica cuoca, che viene dal Sud Africa.

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Fanny e due compagni dell’equipaggio

Le nostre giornate in quarantena sono molto simili a quelle che avremmo trascorso in porto in una situazione normale. Dal lunedì al venerdì lavoriamo dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 17:30; nel weekend di solito siamo liberi. La giornata è scandita dai pasti, che la nostra cuoca annuncia suonando una campanella: dalla mia cuccetta riesco a indovinare cosa c’è per colazione, se muffin, pancake o omelette, in base al profumo che si sprigiona dalla cucina, ancor prima che lei suoni. Consumiamo i pasti nella cambusa e la colazione diventa occasione per fare il punto della situazione: ci rivolgiamo tutti verso l’enorme mappa dell’oceano Pacifico che abbiamo appeso al muro. Avremmo dovuto partire un mese fa e raggiungere Panama passando per le Galapagos, ma con la quarantena siamo rimasti bloccati qui.

Alla fine della giornata di lavoro siamo parecchio stanchi e sporchi. Prima della quarantena andavamo al porto a farci la doccia, ma ora, poichè dobbiamo limitare l’acqua dolce per cucinare e per bere, ci laviamo sul ponte con l’acqua di mare. Oppure, se siamo fortunati, durante un acquazzone. Quando vivevo in Francia, a Boulogne Sur Mer, la mia città natale, ero abituata a lavarmi i capelli tutti i giorni. Qui, invece, non mi preoccupa nemmeno sapere che non avrò vestiti puliti fino alla fine della quarantena! Vivere su una barca ridefinisce molto le priorità.

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Il ponte dell’Alvei

Anche la corrente è limitata. Abbiamo un generatore, che però possiamo accendere solo per qualche ora durante il giorno. Durante la settimana siamo sempre molto stanchi per il lavoro, per cui la sera dopo cena andiamo a letto presto. Nel weekend invece ci divertiamo, c’è chi legge, chi guarda qualche film, chi disegna, chi prova qualche piatto nuovo da far provare al resto dell’equipaggio. Quello che preferisco è quando giochiamo a nascondino o a Gatto e Topo: è super divertente giocarci nello spazio limitato e pieno di oggetti come quello di una nave! Amo i miei compagni di viaggio: siamo in quarantena da sette settimane e siamo riusciti a non litigare neanche una volta. Ci rispettiamo a vicenda.

L’Alvei ha più di un secolo. Il nostro capitano l’ha comprata l’anno scorso sulle isole Fiji: era così messa male che la sua fine più ovvia sarebbe stata quella di essere affondata. Ma non è stato così e quindi per rimetterla a nuovo il lavoro da fare è parecchio. Quando sono arrivata qui non sapevo neanche usare un cacciavite. Ora, invece, so lavorare il legno, il ferro, so aggiustare una rete da pesca e costruire una fune. Trascorrere la quarantena in questo modo non è affatto male: ogni giorno imparo qualcosa di nuovo.

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Fanny sfiletta un pesce appena pescato

Sono arrivata qui perchè nella mia vita di prima ero triste

Ho iniziato a navigare sulle navi d’alto bordo solo l’anno scorso. Anche se sono nata in uno dei porti più importanti che la Francia ha sull’Atlantico, non ero mai salita su un vascello. Lavoravo nell’organizzazione del Festival maritittimo che ogni due anni ha luogo a Boulogne Sur Mer. Durante l’ultima edizione ho conosciuto l’equipaggio del Pelican of London, un vascello inglese. Mi offrirono di andare con loro come volontaria in un viaggio breve, da Bristol a Dublino, quattro giorni di navigazione. Ci andai, mi innamorai e quattro giorni si trasformarono in tre settimane.

Il senso di libertà che senti per mare è unico: niente internet, niente telefono, sei solo tu e il mare. Il mio momento preferito è quando devo stare di guardia: è incredibile quanto si può conoscere di una persona durante un turno di quattro ore di veglia notturna, mentre il mare scorre veloce sotto la nave e le parole prendono forma insieme alla luce che precede l’alba. La nave diventa la tua casa, l’equipaggio la tua famiglia. Ogni tuo gesto ha un obiettivo: mantenere gli altri al sicuro. Alla fine della giornata vado a letto esausta, ma felice.

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Durante la veglia all’alba sull’Alvei

Sono fiera di me stessa perchè finalmente sto vivendo il mio sogno. Ho sempre amato viaggiare, ma a parte un Erasmus di tre mesi in Islanda o qualche vacanza, non l’ho mai fatto per davvero. A mancarmi, credo, sia sempre stata l’avventura. Ho incontrato il mio fidanzato quando avevo ventidue anni e siamo andati a vivere insieme nella città dove entrambi siamo nati. Lui aveva un lavoro che lo rendeva felice, un lavoro importante, di quelli a cui non rinunci. All’inizio sembrava anche a me di essere felice: avevo ventitre anni e avevo tutto, una casa,un fidanzato, la mia famiglia e i miei amici sempre vicino. Mi sentivo davvero amata.

A differenza del mio fidanzato, non ho mai avuto un lavoro che mi soddisfacesse particolarmente. Mi sono laureata in Storia dell’Arte e l’unico lavoro per me a Boulogne Sur Mer è stato un lavoro nel settore cultura del comune. Qualche volta mi capitava di lavorare su qualche progetto interessante, ma la maggior parte del tempo mi annoiavo a morte. Ho iniziato a sentirmi sempre meno capace e ho iniziato a perdere fiducia nelle mie capacità; sentivo che dato che non mi veniva mai chiesto di pensare, di usare il cervello, sarei presto diventata stupida.

Mentre lavoravo per il Festival marittimo il mio capo mi annunciò che avrebbero voluto offrirmi un contratto a tempo indeterminato. E, così, mi sono vista, come tutti i miei amici, avrei detto di sì, mi sarei sposata, avrei comprato casa, avrei avuto dei figli. Ho visto la mia vita dispiegarsi dritta di fronte a me: avrei vissuto nella mia città natale per sempre, con le stesse persone, con lo stesso lavoro che odiavo, facendo lo stesso percorso tutti i giorni dal mio appartamento al mio ufficio. Nessuna avventura.

Così ho mollato tutto

Lasciare il mio fidanzato è stata la cosa peggiore. Realizzare che dopo tanti anni insieme c’è ancora l’amore, ma a mancare è una visione del futuro condivisa, è stata veramente dura. Mi sono sentita veramente in colpa. Una volta di ritorno dall’Irlanda, dopo le mie tre settimane sul Pelican of London, ho fatto richiesta per il visto lavorativo in Nuova Zelanda e tre settimane dopo sono partita. Ora sono fiera di me stessa: sto vivendo l’avventura che ho sempre voluto vivere. Non mi sono mai sentita così libera e potente in tutta la mia vita. Ora so che posso fare tutto ciò che voglio e arrivare dove ho sempre sognato.

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Fanny al lavoro sull’Alvei

Quando la quarantena sarà finita

Credo che la prima cosa che farò quando la quarantena* finirà sarà camminare. Non si cammina molto su una nave e mi manca il contatto dei piedi con la terra. E poi farò una doccia calda e una lavatrice. Dopo, non ne ho idea. Il nostro capitano sta cercando una possibile rotta, forse andremo verso le Samoa. La pandemia ha reso qualsiasi panificazione impossibile. Avevo pensato di tornare in Francia per le vacanze estive, ma se dovessi scegliere dove passare la quarantena, sto meglio dove sono adesso! Mi piacerebbe andare a lavorare come marinaio in Canada l’anno prossimo, se sarà ancora possibile.

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L’Alvei

La quarantena di Fanny è finita il 13 maggio. Fanny ha festeggiato con una passeggiata fino alle docce pubbliche disponibili nel porto di Russel. E ora è pronta a salpare di nuovo.

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All’avventura, sul web e in montagna, con i Warriors On The Road

Sono alla seconda di #lemiecausesparse e già mi trovo a fare un’eccezione. Quella che vi sto per raccontare è una realtà che si sa comunicare benissimo e, anzi, la loro comunicazione è così genuina che è un piacere guardarla: seguire i Warriors On The Road è un ottimo modo per capire come realizzare contenuti efficaci per il web. Il motivo per cui questi due ragazzi non hanno ancora fatto il botto è perchè non gli interessa. Il loro obiettivo è divertirsi e far divertire le persone, in particolare le famiglie con bambini piccoli residenti nel loro comune, grazie alla montagna e alla buona compagnia.

Tutto è iniziato perchè Mario si stava annoiando mentre era in vacanza con i suoi amici e così sono nati i Warriors On The Road

Mario e Beppe, i due Founder di Warriors On The Road, sono due amici “da quando eravamo piccoli così”. Insieme vanno in vacanza con le famiglie, Beppe è stato testimone di nozze di Mario e Mario c’è sempre quando Beppe lo chiama. Pragmatici, amanti della natura e della montagna, un anno fa sentono che vorrebbero trovare un gruppo di persone con cui andare a fare camminate, biciclettate e serate spensierate. Non lo trovano e così decidono di inventarselo.

Prima regola dei Warriors on the Road è dire a tutti cosa sono i Warriors on the Road

Prima ancora di organizzare le prime attività, Mario e Beppe creano una pagina Facebook, un profilo Instagram e un canale YouTube e chiedono a tutti i loro amici e conoscenti di iniziare a seguirli. E siccome sono simpatici, tutti accettano volentieri. I primi post risalgono a una vacanza tra amici in bicicletta e poi all’avventura di Beppe in Irlanda. Non vale dite voi, e perchè mai, come amano dire i due fondatori: è pur sempre uno di noi due che fa cose.

Ma cosa fanno i Warriors On the Road?  Per rispondere a questa domanda, Mario e Beppe hanno fatto un divertente video e l’hanno postato su YouTube. Lascio parlare loro, ma se avete poco tempo riassumo in questo modo: due sono le anime dei Warriors, come due sono i fondatori.  Mario, giovane papà del piccolo Federico, organizza le passeggiate in montagna, adatte a tutti, così che anche chi non si è mai avvicinato a questo tipo di viaggio può partecipare. “Le nostra passeggiate non hanno limiti di età, puoi venire se hai 0 o 99 anni, per noi non importa, se ci sei ci fa piacere“, dice Mario nel video, e infatti qualche settimana fa i Warriors hanno organizzato La passeggiata dei bambini (e dei papà), che, magari, ogni tanto alle mamme fa piacere andare in piscina da sole, per dire. Beppe invece organizza camminate, biciclettate e aperitivi al bar del paese – Trecate, in provincia di Novara – aperte a tutti, a cui ormai partecipano  decine di persone.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=TQ7NukluWA4]

La seconda regola dei Warriors on the Road è che non devi pagare niente per essere un Warrior

Quando Mario e Beppe hanno deciso di iniziare questa avventura hanno deciso che tutti possiamo essere Warriors. Dunque, partecipare alle attività è gratuito e moduli di iscrizione, tessere di appartenenza, quota associativa non sono minimanente richiesti. L’unica cosa che chiedono Mario e Beppe è di scrivere loro una mail se si è interessati a partecipare alle attività o se, dopo che li si è fatto e non si può più partecipare, di avvisare che non andrete.

La parità di genere Warriors Style

Il modello di paternità proposto dai Warriors mi piace tantissimo. Siamo lontani dal modello del padre, padrone e lavoratore, eroe vincente, che la nostra società ancora promuove e vorrebbe. E anche daI modello di mamma che se ne sta a casa mentre i papà vivono grandi avventure. I papà dei Warriors sono punti di riferimento dei loro figli, camminano di fianco allle loro mogli e compagne, si lasciano guidare da chi ne sa di più (sindrome del maschio alfa, anyone?) e si divertono da morire lontano dagli obblighi in cui sono infilati. Donne e uomini nei Warriors, forse anche volutamente all’inglese che non ha genere, sono eguali. E partono all’avventura insieme.

Perchè, se ti occupi di comunicazione o hai un piccolo brand, dovresti seguire i Warriors e prendere esempio da loro

Mario e Beppe non sono comunicatori. Non hanno un’azienda e non hanno mai fatto un corso di social media whatever. E tuttavia, comunicano molto meglio di molte aziende per cui ho lavorato. Come racconta Cecilia Sardeo, guru del digital business, in questo video, sono tre i fattori che oggi fanno la differenza sul web e nella vita reale quando si parla di comunicazione e di contenuti: autenticità, valore e cuore. Come ho detto prima, Mario e Beppe non sono professionisti della comunicazione. Sono però due papà&zio, appassionati di montagna, che vogliono rendere la vita delle proprie famiglie e dei propri concittadini un po’ migliore attraverso iniziative che coinvolgono adulti e bambini, portandoli fuori dal contesto quotidiano a giocare a contatto con la natura.

Questo già lo sapevano fare, quello che hanno dovuto imparare è stato come farlo sapere alle persone giuste. Allora, hanno iniziato a studiare, a chiedere a chi fa questo lavoro come poter fare (e da quella chiacchierata con Mario al tavolo della sua cucina mentre Federico, suo figlio, e Michela, sua moglie, mi offrivano focaccia e salame, è nata questa causa sparsa) e, per prove ed errori, si sono messi alla prova con i social media, il video editing, il personal branding, la ricerca di sponsorship e gli eventi,  cose tanto comuni per gli addetti ai lavori quanto lontane dalle loro vite ed esperienze lavorative.

Come costruire contenuti efficaci per il web: il Warriors style

Perchè infatti le persone scelgano di seguire il tuo profilo Instagram, o di leggere i tuoi articoli o di partecipare ai tuoi eventi, nei contenuti che produci, ovvero nelle storie che racconti, devono essere sempre presenti questi tre elementi:

  1. Autenticità: quello che racconti deve essere il più vicino possibile alla realtà, la tua o quella che ti sei inventato, non importa, purchè vi aderisci in maniera sempre coerente. Racconta chi sei e cosa fai, mettici la faccia, il nome e cognome. Renditi riconoscibile attraverso lo stile, il tono di voce, la scelta di colori e immagini. Entra in relazione con i tuoi lettori, clienti, follower in maniera sempre particolare e coerente.

Autenticità Warriors Style

La stessa autenticità che li contraddistingue nella vita reale, si ritrova nella loro comunicazione. Cosa fai quando fai un errore? Probabilmente cercherai di nasconderlo. Ecco invece cosa hanno fatto i Warriors quando, per la prima volta, Facebook ha bloccato uno dei loro video perchè non avevano pagato i diritti d’autore della musica che avevano scelto (clicca sull’immagine per guardare il video):

come contenuto efficace web

2. Valore: i tuoi contenuti devono essere utili a qualcuno. Lo spiega molto bene Chiara Gandolfi, esperta di branding che ho iniziato a seguire da qualche tempo, nel suo ultimo post: quando racconti la tua storia, soprattutto se è la storia della tua azienda o del tuo progetto, parla di te in funzione di quanto quell’informazione serve ai tuoi lettori. Inserisci sempre un elemento pratico nei tuoi contenuti; parla ai tuoi lettori con costanza, abituali ad ascoltarti; e ricordarti, oltre a dare tutte le informazioni che vuoi, di far sorridere chi ti legge. Stare simpatici è un buon modo per far sì che le persone abbiano voglia di tornare ad avere a che fare con te.

Warriors Style

La seconda regola dei Warriors è che tutti possiamo essere Warriors. Mario e Beppe questo non lo dimenticano mai. Anche se non sei un genitore, se non sei mai andato in montagna, se non abiti nel loro territorio, insomma anche se non hai nessuna caratterstica del target dei Warriors, sei il benvenuto lo stesso. Per permetterti di partecipare, prima di ogni evento i Warriors condividono consigli, piccoli trucchi e linee guida con chi li segue; offrono eventi differenti, dalle pizzate alle passeggiate in montagna; e si fanno supportare da sponsor locali per garantirti che qualunque cosa succederà, andrà tutto bene, come quella volta che hanno permesso ai papà e alle mamme di portare in passeggiata anche i più piccoli della famiglia grazie ai prodotti di un negozio locale di abbigliamento e accessori per neonati.

come realizzare contenuto efficace web

3. Cuore: trasmetti in ogni contenuto che produci la passione per quello che fai. Tu devi essere il primo ad essere convinto che la tua proposta, il tuo prodotto, la tua azienda, sia proprio la cosa giusta che è capitata al tuo lettore, cliente, follower. Se non sei convinto tu di te stesso, come potranno esserlo gli altri (note to self)? E, secondo aspetto di questo punto, non dimenticare di ascoltare chi ti segue. I social oggi danno la possibilità di capire se quello che stiamo raccontando è utile e appassiona chi ci segue. Senza entrare nel merito delle analisi complesse da professionisti del settore (vedi, sentitment analysis, per esempio), è  sufficiente dare un’occhiata ai like, alle reaction positive e ai commenti che le persone lasciano

Warriors Style

Mario, Beppe e tutti i Warriors sono simpatici e non si può non volergli bene. Entrambi hanno una famiglia e un lavoro a tempo pieno, ma trovano sempre le energie per organizzare il prossimo evento. La passione che li muove, il divertimento che provano sono il motore delle loro iniziative e sono evidenti, con autoironia e genuinità, in ogni loro comunicazione.

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artemisia lucia cause sparse

Stefano e Lucia che coltivano artemisia

All’artemisia di Stefano e Lucia è dedicata la prima de #lemiecausesparse

Io adoro parlare con le persone. Adoro parlare in generale (oggi ho provato a farlo anche con le piantine che ho piantato la settimana scorsa, Agnese dice che sua mamma lo fa e le sue piante crescono rigogliose, vi farò sapere), ma con le persone, soprattutto quelle incontrate per caso, è proprio una cosa che mi piace. Capita quindi che, anche quando sono in giro o viaggio da sola, qualcuno mi rivolga la parola e ci troviamo a parlare del più e del meno.

Spesso si finisce a parlare di cosa faccio nella vita  e altrettanto spesso arriva la domanda: “ma tu che ti occupi di comunicazione, mi aiuti a raccontare quello che faccio?”

Ed è così che è nato il mio primo progetto editoriale autonomo che ho deciso di chiamare #lemiecausesparse e per cui, un po’ qui e un po’ su Instagram, racconterò le storie di chi me lo chiede.

Un po’ come, una settimana fa, hanno fatto Stefano e Lucia. Mi hanno fermato mentre passeggiavo al sole attraverso un mercatino di Campagna Amica a Melegnano, in occasione dell’annuale Festa del Perdono. Ero lì che cercavo di fare i conti (ho solo 10 euro nel portafoglio e vorrei comprare ogni cosa che vedo, come posso fare?) quando una signora mi ha offerto un bicchierino al cui interno intravedevo un liquido verde scuro. Si chiamava Lucia e di lei mi ha colpito il sorriso gentile e la delicatezza con cui mi ha messo in mano il bicchiere raccontadomi tutto della sua Artemisia. Di Stefano, invece, mi hanno colpito la pragmaticità – è stato lui a chiedermi “ma tu che ti occupi di comunicazione, mi dai qualche consiglio per raccontare quello che facciamo?” andando subito al sodo – e la consapevolezza di fare un buon lavoro e un buon prodotto, nel rispetto dell’ambiente e del prodotto stesso, in modo che possa far vivere la sua famiglia in modo sostenibile. Quello che mi colpisce sempre di queste persone che lavorano la terra, allevano animali, producono formaggi e carne, è il grandissimo rispetto che hanno nei confronti del pianeta e delle creature che lo abitano. Anche per questo, io e Boris abbiamo scelto di far parte di un Gruppo di Acquisto Solidale e di sostenere persone come Stefano e Lucia, che lavorano la terra con rispetto e dedizione.

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Ecco Stefano salutare dal suo banchetto

Sulle colline della Valle Cavallina, Lucia e Stefano coltivano l’artemisia, erba antichissima conosciuta come “erba delle streghe”, la raccolgono a mano e la trattano per le diverse preparazioni

Nella loro azienda agricola che si trova a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, Stefano e Lucia fanno essiccare l’artemisia dopo averla raccolta affinchè con le sue foglie si possano preparare tisane, decotti e bagni cinesi. Ne estraggono il necessario per fare la tintura madre e la trattano in modo tale che le sue foglie possano essere utilizzate persino nella caffettiera. L’artemisia, mi racconta Lucia, è ottima per la digestione e per alleviare i dolori mestruali. In generale, rilassa la muscolatura addominale e, se si disperdono le sue foglie nell’acqua del bagno, aiuta a rinvigorire il corpo stanco o ammalato. Le foglie, cotte o crude, di Artemisia si possono utilizzare anche in cucina accompagnando cibi grassi, nel risotto, nel brodo, nelle insalate e nelle minestre.

I potteriani più accaniti ricorderanno che l’artemisia è citata anche nelle lezioni di pozioni di Piton come base per preparare il distillato della morte vivente. Ma le proprietà della pianta erano conosciute già nel medioevo e, poichè era utilizzata in diverse preparazioni insieme all’erba moxa, anch’essa tra i prodotti di Stefano e Lucia, è rimasta associata nel piensiero comune alla stregoneria. Queste e altre curiosità sono raccolte nella sezione omonima del sito dell’azienda agricola.

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Lucia al lavoro nei suoi campi di artemisia

Stefano e Lucia vendono la loro artemisia in diversi formati, stando attenti che tutta la filiera rispetti l’ambiente e chi lo abita. Stefano mi racconta che persino il sacchetto che ho deciso di acquistare per provare l’artemisia, che non avevo mai assaggiato prima e che mi ha conquistato con il suo colore verde scuro e il suo profumo di bosco, è riciclabile al 100%. La loro azienda agricola è certificata biologica da anni e mi piacerebbe proprio un giorno poterla visitare.

Decido di provare l’Artemisia di Lucia a Pasquetta, dopo due pranzi luculliani in cui ho mangiato più carne che negli ultimi due mesi

Mi piace preparare infusi e tisane in foglia, piuttosto che in bustina. Lo trovo rilassante. Metto sul fuoco un pentolino, raccolgo le foglie con le mani dal sacchetto, le porto vicino al naso per assaporarne il profumo – di erba, di sole, di estate in montagna – e le disperdo nell’acqua. Accendo il fuoco e pian piano le guardo sobbolire per due minuti, l’acqua si colora prima di verde brillante fino a diventare un verde scuro, quasi marrone. Nella cucina, ancora travolta dai pranzi pasquali, si espande un profumo di bosco, con note di rosmarino.

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Le foglie di artemisia appena messe a sobbollire

Bevo l’infuso di artemisia di Lucia seduta sul balcone, mentre sale il vento e l’aria della sera mette fine a questa giornata di festa, domani si lavora. Il liquido caldo rilassa l’addome che avvolge lo stomaco impegnato nella digestione. Il profumo mi culla e quasi mi addormento con la tazza in mano. Quel giorno non ho problemi a digerire. E conservo le foglie utilizzate.

Riprovo la tisana qualche giorno dopo, alla fine di una normale giornata di lavoro. Non ho bisogno di aiuto nella digestione, ma ho semplicemente voglia di risentire il profumo di bosco e il sapore amaro e pieno dell’artemisia. Le foglie le ho usate questa mattina nell’acqua del bagno, insieme al sale grosso. Il profumo non era così intenso, forse l’acqua era troppa e loro vecchie di una settimana, riproverò con foglie più fresche.

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Alcune delle foglie di artemisia che ho riutilizzato per il bagno cinese

Stefano e Lucia hanno un buon prodotto, che cresce naturalmente dove vivono e di cui loro si prendono cura dal raccolto alla tazza che portiamo alle labbra

Non manca mai, infatti, nel packaging dei loro prodotti un foglietto esplicativo che raccoglie le proprietà della pianta e i possibili usi di tutti i preparati che da essa derivano. L’attenzione al consumatore e la passione per il prodotto, così evidenti quando ho incontrato Stefano e Lucia di persona quel giorno a Melegnano, emergono anche dalla volontà di entrare in contatto con le persone che ancora non conoscono l’artemisia e di raccontare loro tutto ciò che c’è dietro: dalle giornate di lavoro, sempre pienissime, al raccolto, a Lucia che prepara i prodotti, a Stefano che mi chiede come fare a raccontarli.

A loro ho consigliato di dedicare un giorno al mese, o due mezze giornate, alla cura dei canali online che hanno già creato e che aspettano solo di essere riempiti dalla loro storia e dalla loro passione, oltre che dai loro prodotti che già sono ben descritti e acquistabili (Stefano e Lucia sono già su Amazon e su Facebook). A voi consiglio di provare ad acquistare almeno uno dei loro prodotti e di provarlo, per un sorso di estate in anticipo.

Dove potete acquistare l’artemisia di lucia:

Sito Web Azienda Agricola Stefano Nervi

Negozio Amazon Artemisia di Lucia Biologica

Per informazioni sull’artemisia di Lucia:

stefano@aziendaagricolastefanonervi.it

Pagina FB Azienda Agricola Stefano Nervi