cara me 30 anni lettera

Cara me

Cara me, lettera alla me che oggi compie 30 anni

Cara me,

oggi compiamo 30 anni. Lo diresti? Oggi tante persone mi hanno chiesto di questo traguardo. Una volta mi spaventava. Pensavo che se non avessi fatto tutto entro i trentanni, non l’avrei fatto mai. Ma tutto cosa? Ora non lo so neanche più. Mi sento, sì, come se stessi attraversando qualcosa, ma non è un traguardo, in realtà, assomiglia di più a un ponte. Oggi sono contenta di avere 30 anni, perchè significa che ce l’ho fatta ad arrivare fino a qui. E non è andata poi così male.

Cosa mi lascio dietro: gli ultimi dieci anni

Mamma mia. Negli ultimi dieci anni, cioè dal 2010, ho fatto la patente, mi sono laureata due volte, ho cambiato quattro case e tre coinquilini, ho fatto innumerevoli traslochi, ho preso le mie prime sbronze (sì, le ho prese più tardi delle altre persone della mia età, per me l’adolescenza è iniziata nel 2012 e finita nel 2015), ho fatto le mie prime albe a ballare, a bere tisane, a chiacchierare seduta su gradini di tre o quattro città diverse, in due continenti diversi. Ho trovato e lasciato andare un’amica importante. Mi sono scoperta amata e circondata da persone di cui amo prendermi cura. Ho detto addio a una delle nonne che mi hanno cresciuta, sulla spalla della quale trovavo sempre affetto, una parola gentile, uno sguardo affettuoso, un consiglio saggio: da lei, ho preso l’amore per le storie, come dall’altra, che per fortuna è ancora con me, ho preso l’amore per la cucina.

Sono diventata giornalista, ho lavorato gratis, ho fatto tre lavori contemporaneamente, ho lavorato cinque anni in due aziende e ho capito che il lavoro da dipendente non fa per me. Ho aperto la Partita Iva e aiuto le persone a raccontare la propria storia con le parole giuste. Sono stata dall’altra parte del mondo due volte e ho imparato a viaggiare da sola. Ho imparato l’inglese e ho ricordato lo spagnolo.

Ho imparato a ballare il boogie e l’elettronica, ma non riesco ancora a tirare dritto l’eyeliner. Ho avuto i capelli più lunghi e i capelli più corti della mia vita, ho perso 14kg in sei mesi, ho conosciuto l’ansia, la perdita di autostima, gli attacchi di panico. Ho iniziato un percorso psicologico, ho fatto pace con il mio corpo, ho imparato a sorridere mostrando tutti i denti, ho imparato a meditare, ho imparato a respirare.

Non suono più il violino tutti i giorni, ma ho fatto i miei primi concerti e ora amo suonarlo ogni tanto, senza sentirmi in colpa. Continuo a odiare le dichiarazioni dei redditi e le app lentissime dei servizi statali. Ho comprato il mio primo buono fruttifero e il mio primo paio di scarpe costose. Sono andata a convivere e mi sono sposata. Non so ancora fare i parcheggi “a esse”, specialmente sulla sinistra, nè le retromarce. Ho imparato a fare la pizza e il pane. Ho imparato che negli ultimi quindici anni ho sempre messo il reggiseno nel modo sbagliato e ora so metterlo nel modo giusto.

Ho imparato a sciare (discesa) e ho capito che non fa per me. Ho ripreso a sciare (fondo) e ho condiviso la mia ritrovata passione con mio marito: è più bravo di me. Non sono ancora capace di fare la pasta sfoglia, ma la pasta briseè mi viene una bomba. Ho lanciato il mio (primo) progetto editoriale imprenditoriale, riuscendo finalmente a unire il mio amore per le storie al mio impegno sociale. Ho dimenticato come tenere testa alle persone stronze, cercando di diventare assertiva. Ora mi sto riprendendo il coraggio per non stare al mio posto, per fare domande, per alzare la mano, per far fiorire la mia voce.

Dove sono ora: i miei 30 anni e la giornata di oggi

La verità, che quando avevo 23 anni ed ero incazzata perchè vedevo i trentenni avere quello che a me sembrava tutto e lamentarsi di continuo, è che avere 30 anni probabilmente significa proprio questo. Io ho raggiunto molto e sono sodisfatta della me che guardo allo specchio. Ma, ziobanana, quanto è difficile.

Le tasse che sono sempre troppe; i soldi che sono sempre troppo pochi; l’INPS che tiene bloccate le nostre casse integrazioni da giugno, ma la tredicesima ai pensionati non se la scorda; i lavori per cui ci propongono sempre molto meno di quanto ci servirebbe per farli bene; la reazione del governo alla pandemia, per cui siamo buoni solo per produrre e consumare; gli uomini per cui è sempre più facile; le donne per cui è sempre più facile; gli altri, a cui le botte di culo capitano sempre, rispetto a me, che invece, solo duro lavoro e “ti faremo sapere”.

Gli amici e le amiche che fanno fatica quanto noi, ma ascoltano e mandano messaggi vocali lunghi mezz’ore per sentirci meno soli; il “mal comune mezzo gaudio” a inno nazionale di noi, nati tra il 1985 e il 1995. Noi, che sappiamo chi sono gli Eiffel 65 e quando sentiamo “Auto blu vado con il mio fra, l’ho messa lì o messa là” scuotiamo la testa e pensiamo: figa gli Eiffel si stanno rivoltando nella tomba, pur sapendo che probabilmente sono ancora vivi e vegeti.

Oggi ho ricevuto moltissimi messaggi di auguri. E ho trascorso la giornata sul divano, la musica, tra Beethoven e Ghali, a riempire il salotto già addobbato per Natale. Ho scritto questa lettera per noi, me, me stessa e te che mi leggi, mi sono messa in pari con le mail, ho scongelato le lasagne per questa sera. Soprattuto, ho giocato con mio marito che, dall’ufficio, mi mandava via messaggio gli indizi per una caccia al tesoro a distanza: un indizio, un regalo.

Due amiche mi hanno detto: “sei trattata bene”. lo so, e non solo per lui, ma anche per me e per le persone care che ho la fortuna di avere intorno. Quest’anno sono state importantissime. Quest’anno, in cui ho imparato che è possibile vivere senza programmare tutto fino al minimo dettaglio ( anche se lo trovo comunque più efficace che far gestire la pandemia a questo governo). Come ho detto prima: se sono qui, significa che ce l’ho, che ce l’abbiamo fatta. Ed è questo che festeggio oggi.

Come sto andando: i prossimi dieci anni

Nei prossimi dieci anni, mi piacerebbe vivere più lentamente. Senza correre dietro a traguardi impossibili da raggiungere, imparando a mettere confini, tra me e le cattiverie altrui. Vorrei imparare a fare qualcosa di nuovo, qualcosa che non ho mai fatto. Vorrei tornare dall’altra parte del mondo, almeno due o tre volte, imparare il francese, per davvero questa volta, vedere il ghiaccio sul mare, vorrei diventare mamma, vorrei realizzare e veder crescere i miei progetti, vorrei imparare a credere di più in me stessa.

Vorrei continuare a prendermi cura delle persone a me care, vorrei trovarne anche altre, vorrei riuscire a farle sentire amate e accolte come mi sento io oggi. Vorrei che la vita adulta diventasse un po’ più facile. Almeno, per quanto riguarda la procedura per fare lo SPID o per quanto riguarda truccarsi uguali entrambi gli occhi.

Vorrei non perdere la mia attenzione e cura per le altre persone. Vorrei che le mie azioni potessero avere sempre un effetto positivo sulla vita di chi mi circonda. Vorrei continuare a raccontare per delle cause belle e buone, per cui vale la pena investire del tempo per far sì che portino frutto.

Attraverso: esprimo un desiderio

In Lettonia dicono che ogni volta che attraversi un ponte per la prima volta è meglio se esprimi un desiderio, in caso ti stessi addentrando in un nuovo mondo fatato e non lo sai. Io oggi mi sento così. Per il domani ho solo speranze e qualche piano, ovviamente, ma non so che cosa mi accadrà. Il mio desiderio per me stessa, da oggi in poi, è quello di riuscire ad assomigliare sempre di più alla me che voglio diventare. E scoprira poco a poco, che se per caso cambio idea, ho tutto il tempo per farlo. Del resto, non ho mica quarant’anni!

Con affetto,

me

la fase due che vorrei quarantena conoravirus italia sinoinfatti

La fase due che vorrei

Provando a immaginare la vita dopo la quarantena

Oggi ho provato a immaginare la vita dopo la quarantena, seguendo l’invito di Francesca Folda che qualche giorno fa ci invitava a immaginare un futuro di cui poterci, anche, innamorare.

In particolare, Francesca Folda, giornalista, consulente di comunicazione esperta di innovazione sociale e Director Global Communication di Amani Institute, scrive:

È l’ora dell’impresa.

Si esce dalla crisi entrando in un mondo nuovo. Con tutte le cose che dovremo ricostruire (abitudini, business, relazioni), che cosa vogliamo preservare e che cosa scegliamo di lasciare andare? Ancora più importante, che cosa vogliamo incorporare nella nuova vita, che prima mancava o non c’era abbastanza? Dovremo convivere con il coronavirus per un paio di anni almeno, dicono gli esperti. Con che altro vogliamo vivere negli anni a venire? Contro cosa vogliamo vaccinarci?

Abbiamo bisogno di una idea di futuro che ci faccia superare la perdita e la paura. Abbiamo bisogno di una versione di futuro che ci faccia venir voglia di rimboccarci le maniche per realizzarla.

Il suo invito è quello di essere creativi, nel senso che dobbiamo immaginare, prima, per poi realizzare. E alla fine dell’articolo chiede:

Di quale idea di futuro siete innamorati?

La mia risposta a Francesca Folda, che non conosco anche se mi piacerebbe tanto perchè da lei penso potrei imparare moltissimo, parte dal condividere la consapevolezza che il sogno, la tensione verso qualcosa che si può soltanto immaginare, è alla base per progettare nuovi mondi. Il pro-getto è tale solo se c’è un movimento nello spazio e nel tempo verso qualcosa: se no è solo un lancio nel vuoto.

Questo articolo è quindi un’esercizio di immaginazione. Finora non sono riuscita a raccontare la quarantena se non con qualche post su Instagram e con un hashtag #myfairyquarantine. Come dice Augusto Pirovano di The Good Life nella sua newsletter, non riesco ancora a rielaborare quello che ci è successo, il trauma è ancora in corso e il nostro corpo e i nostri cervelli sono ancora troppo impegnati a sopravvivere. La scelta di affidare a Instagram quel racconto è dovuta alla caratteristica propria di quel social di raccontare storie in frammenti, in mosaici, di immagini e testi. Alle stories, ho deciso di affidare momenti di libertà, un carillon della quarantena, da regalare a chi mi segue.

Anche questo articolo vuole essere un momento di libertà. Sono convinta che davvero solo immaginando una realtà nuova, cioè provando a costruirla nelle nostre menti senza tener conto, per ora, di tutti i vincoli della realtà presente, dei se e dei ma, potremmo trovare strade nuove, che finora non siamo mai stati capaci di vedere (che cosa faresti se non avessi paura? È una delle domande più belle che mi sono posta ultimamente. Immaginare la risposta mi ha portato fino a un nuovo progetto di cui vi parlerò a breve, ma intanto).

In questo pomeriggio soleggiato, in cui la quarantena compie 46 giorni, ho allora deciso di esercitare la mia libertà e ho provato a immaginare la fase due che vorrei. E, così, anche la mia, la nostra vita, dopo la quarantena.

Lo spazio

Nella fase due che vorrei lo spazio pubblico è uno spazio sicuro anche per le donne, possiamo tornare a casa da sole e indossare i calzoncini senza che qualcuno ci importuni. È uno spazio in cui la bellezza, l’arte e la natura hanno ritrovato il loro equilibrio, si rigenerano gli abitati che lo necessitano e si evita di costruire e cementare laddove ora ci sono fiumi, campi, prati e foreste. Lo spazio domestico è ora suddiviso equamente: la cucina è il regno di entrambi, così come il salotto, il bagno e la camera da letto. Durante la quarantena abbiamo imparato a prenderci cura di casa e famiglia non in base al genere, ma in base a quello che ci piace fare di più.

Le strade delle nostre città, da quelle larghe di Milano a quelle strettissime dei paesini, sono percorribili anche dalle persone che per muoversi usano due ruote e nessun motore, che sia una bicicletta o una carrozzina. Sappiamo che mantenere la distanza sarà ancora importante e per questo abbiamo imparato a lasciare il passo sul marciapiede a chi incontriamo, magari anche con un sorriso.

Il tempo

Nella fase due che vorrei il tempo è una risorsa abbondante e condivisa. Riusciamo a fare tutto ciò che vogliamo, e che dobbiamo, senza correre. Non dobbiamo più aspettare il weekend per essere felici, abbiamo finalmente raggiunto un equilibrio soddisfacente tra tempo di lavoro, tempo famigliare e tempo libero. Grazie alle tecnologie sperimentate in quarantena, molte riunioni si spostano online e le possiamo fare dal treno o dal parco giochi o dal divano di casa. Internet è dappertutto, così i fratellini che seguono le lezioni online non devono più litigarsi i dispositivi, perchè possono seguire l’insegnante anche dal cellulare, dalla casa della nonna, dal cortile sotto casa.

Si rispettano gli orari di lavoro, il concetto di straordinario non pagato è scomparso e, dunque, è interesse di tutti concludere i progetti nel tempo stabilito. Abbiamo imparato a essere così più produttivi in un tempo minore, senza stress, perchè abbiamo gli strumenti per farlo e non temiamo ricatti. La nostra vita, ora che scorre più lenta, ci sembra più ricca di affetti, di passioni, di opportunità.

Il corpo

Nella fase due che vorrei il corpo ci rappresenta per quello che siamo. Abbiamo imparato ad accettarne ciò che non ci piace e che ogni sua ruga, ogni cicatrice, ogni neo, ogni curva, racconta qualcosa di noi. Di quell’estate quando abbiamo provato il monopattino e siamo cadute su un terreno pieno di sassi, che sono proprio quei puntini che si intravedono sul lato della caviglia; di quella volta che, andando in giro per Roma senza pensare al sole, ma solo alla bellezza della città eterna, mi sono bruciata le spalle e ora sono piene di le lentiggini; di una torta meravigliosa che ho preparato in quarantena e che, probabilmente, ha contribuito a riempire le mie guance; delle mie spalle forti, per nuotare, per fare yoga, per girare la polenta, per prendere in spagoletta i bambini, per sollevare zaini, da mostrare tra lembi di abiti da cerimonia; del primo capello bianco spuntato chissà perchè una mattina mentre lasciavamo il Messico e ammiravamo l’alba.

Il nostro corpo non è più terreno di una guerra, abbiamo imparato che non si prendono in giro le persone per il proprio corpo, che le foto del corpo nudo di qualcuno non sono oggetto di ricatto, che il corpo perfetto non esiste, che ciò che dobbiamo ricercare non è una magrezza esasperata e le labbra piene dei filtri di Instagram, ma un equilibrio tra ciò che c’è fuori e ciò che c’è dentro. Non andiamo più in palestra se non ci piace e solo perchè è cool e lo fanno tutti, abbiamo riscoperto il valore di prenderci cura del nostro corpo in modo particolare, cioè nostro, che fa bene a noi in quanto esseri unici. Il nostro corpo, la nostra immagine, esprime ciò che siamo e contribuisce a raccontare la nostra storia, che è unica e originale.

Il lavoro

Nella fase due che vorrei il lavoro da casa è rimasto come buona pratica. Andiamo in ufficio solo quando serve, magari il lunedì, per progettare il lavoro della settimana, il mercoledì per fare il punto e il venerdì mattina per chiudere tutto per il meglio. E magari il venerdì a pranzo si fa una bella chiacchierata su com’è andata la settimana e su cosa faremo nel weekend. Durante la quarantena ci siamo accorti che ci sono due tipi di aziende e di imprenditori: ci sono quelli che stanno in piedi come castelli di carta, che non si sono fatti problemi a scegliere la cassa integrazione e che dopo solo due settimane di stop già gridavano al fallimento. Sono quelle aziende e quegli imprenditori che non si sanno assumere il rischio d’impresa e lo fanno assumere ai propri dipendenti.

E poi ci sono quelle aziende e quegli imprenditori che hanno riconvertito le produzioni per aiutare, che hanno anticipato la cassa integrazione, che hanno dato ai propri dipendenti gli strumenti per lavorare da casa, affidandosi e fidandosi delle persone che hanno assunto. Queste aziende, questi artigiani, hanno imparato a usare il digitale per non lasciare soli nemmeno i loro clienti e, infatti, nella fase due che vorrei hanno aumentato il fatturato perchè, come consumatori, abbiamo imparato a riconoscere il valore di quella imprenditorialità italiana che ci fa risollevare dopo ogni crisi. Ai primi, nè noi nè lo Stato dobbiamo più niente.

Abbiamo fatto sì che il lavoro non fosse più una risorsa scarsa, che ai ricatti non ci possiamo stare e che non dobbiamo più accettare stipendi e contratti ingiusti e illegali: abbiamo imparato che abbiamo un valore come lavoratori. Nei nostri team e nei nostri uffici, intanto, abbiamo imparato anche che per molte riunioni è sufficiente una mail e lavorare per obiettivi rende le persone molto più felici, soddisfatte e produttive, per cui siamo passati dal fulltime al fullgoal.

La famiglia

Nella fase due che vorrei mettere su famiglia è più semplice. Il congedo parentale è uguale per le mamme e per i papà. Come suggerisce Donata Columbro nei suoi Appunti per una rivoluzione, condivisi su Facebook qualche giorno fa, abbiamo colto la palla al balzo e abbiamo smesso di dare per scontato che deve essere sempre la mamma a sacrificare il lavoro, un po’ per natura, come se il papà non fosse naturalmente un papà, e un po’ perchè nella maggior parte dei casi guadagna di meno.

In ogni caso, nessuno dei genitori è penalizzato alla ripresa perchè gli asili hanno riaperto rispettando la distanza sociale e fanno didattica all’aperto. Durante l’estate esistono nuove realtà che possono prendersi cura dei bambini, di tutti, sia di quelli le cui famiglie stanno molto bene, sia di quelli le cui famiglie non stanno così bene. Il diritto all’istruzione è stato esteso anche a questi aspetti e a queste fasce d’età.

La scuola

Nella fase due che vorrei la scuola è tornata a essere importante. Nessuno è stato promosso con il 6 politico, ma le lezioni sono ricominciate, all’aria aperta e online solo quando piove e quando non si studiano gli effetti dell’acqua sulla terra e i fenomeni atmosferici. Al fine di non far passare il messaggio che la scuola è una vuota sovrastruttura, che studiare è inutile perchè tanto basta un decreto per vanificare gli sforzi fatti o per rimediare a un primo quadrimestre a zero impegno o a mille difficoltà, il Ministero alla fine ha deciso di permettere a tutti gli studenti e le studentesse di portare a termine gli studi dell’anno scolastico in corso. Ha dato gli strumenti agli insegnanti per svolgere il loro lavoro al meglio e, allo stesso tempo, ha permesso così agli studenti di raggiungere gli obiettivi che si erano preposti.

Perchè a noi, come società, interessa davvero che le giovani generazioni siano in grado di comprendere la realtà, così che possano fare scelte migliori delle generazioni che le hanno precedute. E la scuola è, ancora, il banco di prova di partecipazione e di formazione sociale. Per questo, la sosteniamo, aggiorniamo i programmi facendoli arrivare al 2011, e non, se va bene, alla Seconda Guerra Mondiale, paghiamo di più gli insegnanti e insegniamo agli studenti e alle studentesse a pensare, prima ancora che a imparare la lezione.

La cucina e la spesa

Nella fase due che vorrei cuciniamo ancora la pizza in casa e la consegna di gelato a domicilio è garantita. Facciamo la spesa solo quando serve, preferendo i piccoli produttori alla grande distribuzione. Andiamo a cena nei nostri ristoranti preferiti, che sono quelli che non solo ci fanno mangiare bene, ma che hanno cura della qualità dei prodotti e quando ce ne andiamo ci salutano con un sorriso. Compriamo italiano e di stagione, non ci viene neanche più voglia di fragole a dicembre o di pomodori a febbraio, perchè sappiamo che sono il frutto dello sfruttamento della terra e di persone che sono nate in una parte diversa del mondo.

Lo shopping

Nella fase due che vorrei facciamo shopping in modo più consapevole e solidale. Poichè la ripresa non è stata semplice, complice la chiusura forzata delle attività e la direttiva ministeriale di mettere in cassa integrazione le persone, abbiamo imparato a comprare solo ciò che ci serve. E a fare scelte di qualità, che aiutano le persone, gli artigiani e le piccole attività, che conosciamo e quelle che amano il proprio lavoro. Abbiamo imparato a sostenerci a vicenda.

Ora sappiamo quanto male può fare un mercato globalizzato il cui filo rosso sangue lega noi, seguaci fino a ieri di all you can eat, all you can delivery, all you can buy, e dall’altro la povertà e la devastazione di un mercato come quello di Wuhan, della disperazione delle seimila automobili in fila alla banca del cibo a Sant’Antonio negli USA e le persone schiacciate dalla massa in Kenya durante una distribuzione di cibo in una delle baraccopoli di Nairobi, messe ancora più in ginocchio dalla quarantena.

Abbiamo capito che siamo responsabili di quello che accade dall’altra parte del mondo e, colpevoli, faremo in modo che non accada di nuovo. Diamo la cittadinanza a chi ne fa richiesta, a chi fugge dalla guerra e dalla miseria che abbiamo contribuito a creare, inseguito da armi che abbiamo prodotto e venduto, a chi è qui da anni e chiama i suoi figli con nomi italiani. Abbiamo finalmente capito che essere nati qui, è solo un colpo di fortuna, e che è nostro dovere, in nome di quella fortuna, aiutare chi non è stato così fortunato.

L’amicizia e le relazioni

Nella fase due che vorrei ci telefoniamo o scriviamo ancora per chiederci come stiamo. Perchè la risposta ci interessa davvero. Abbiamo imparato a circondarci solo delle persone che ci fanno bene e non sentiamo più il bisogno di litigare su internet o di caricare le foto delle nostre ex su telegram offrendole al macabro mercato criminale del revenge porn.

Nella fase due che vorrei se siamo ammalati stiamo a casa e non abbiamo paura a chiedere la malattia perchè il nostro datore di lavoro sa che l’ultima volta che qualcuno ha fatto il contrario, c’è stata una pandemia. Nella fase due che vorrei quando incontriamo qualcuno per strada lo salutiamo sorridendo e dicendo buongiorno, come abbiamo imparato a fare durante la quarantena; durante le passeggiate in montagna non getteremo più la carta per terra, come non butteremo più le bottiglie di plastica in mare mentre ce ne abdiamo in giro sul pedalò; e avremo sempre tempo per fermarci a chiacchierare del tempo, delle stagioni, di come sono belle le tue scarpe, di come stanno i tuoi, bene, grazie, a te e famiglia.

I mezzi pubblici

Nella fase due che vorrei i mezzi pubblici sono davvero una figata. Funzionano ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, e ci portano dappertutto; il supplemento bici non esiste più e, per non dare fastidio a chi la bici non la porta, ci sono sempre le carrozze apposite, a tutte le ore e su tutti i mezzi di trasporto. Per garantire la distanza sociale tra le persone ai treni sono state aggiunte carrozze ad autobus e tram aumentate le corse. Essere pendolare non è più una maledizione, ma una condizione normale e, anzi, preferibile.

Istruzione, sanità e terzo settore

Nella fase due che vorrei le persone che abbiamo lasciato da sole durante la quarantena, che in molti casi erano anche quelle più fragili in nome della cui sicurezza abbiamo acconsentito a chiuderci in casa, bambini, anziani, disabili, ecco, queste persone, oggi sanno che hanno qualcuno su cui possono sempre contare. Perchè abbiamo imparato che non possiamo lasciare solo chi ha bisogno, neanche se ci dicono che lo facciamo per proteggerlo. Nella fase due che vorrei le persone che fanno i cosiddetti lavori di prossimità, assistenti sanitari, medici, infermieri, educatori ed educatrici, sono riconosciute per il lavoro che fanno, non vengono più assunte con contratti a zero tutele e i loro settori non sono sempre i primi a essere tagliati.

Tanto, abbiamo smesso di essere invischiati nel mercato delle armi, ci siamo riletti la Costituzione, e l’abbiamo finalmente capita, e abbiamo deciso di istituire task force, composte da un numero eguale di uomini e di donne, per aiutarci a reperire i fondi per quei settori che servono davvero, sanità, istruzione, servizi alla persona, così per la prossima pandemia saremo preparati (e non ci saranno più scuse che è la prima volta, che non lo sapevamo, che è tutta colpa dell’Europa).

Il tempo libero

Nella fase due facciamo ancora i flash mob alle 18:00, usiamo meno l’auto, passiamo più tempo all’aria aperta perchè ci fa bene, riusciamo a dedicare ad attività che ci piacciono almeno un’ora al giorno, non abbiamo più bisogno di urlare parolacce nel traffico, perchè il traffico è molto diminuito.

Poichè lavoriamo da casa e facciamo meno spostamenti, abbiamo più tempo libero tanto che possiamo scegliere se annoiarci, o fare yoga, andare a correre, quando e quanto ci pare. I corsi online hanno funzionato così bene che, quel che si può, arriva ancora in diretta su Instagram alle 17:00. Abbiamo riscoperto la bellezza delle feste in giardino, ci piace così tanto ritrovarci che la domenica i centri commerciali sono chiusi e facciamo delle feste pazzesche. Il non-compleanno è diventato imporante quasi quanto il compleanno vero e proprio.

La sera, si vedono ancora le stelle nel cielo, di giorno, si sentono ancora gli uccellini che cantano. Le farfalle, che riempiono i nostri prati e per cui mi stupivo all’inizio della quarantena, non se ne sono mai più andate.

perchè no dire come stai

Come stai?

Bene, e tu?

Quante volte rispondi così anche se non è vero per niente.

Come stai?

Benebenetu?

Questa è l’equivalente di: dai, tanto lo so che non te ne frega niente, manco a me, per cui andiamo avanti con le cose serie. Se abiti nei dintorni di Milano, ti capita spesso di dire queste frasi accompagnate da zigomate a simulare due bacetti.

Nei Paesi anglofoni e nei Paesi a lingua spagnola almeno sono più onesti. Aggiungono il “que tal/come va” direttamente al saluto e non si aspettano nessuna risposta in cambio. Ricordo ancora i miei maldestri tentativi quando a New York le persone mi salutavano “Hey, how you doin’?” e io partivo in quarta con la descrizione della mia giornata. Dopo il secondo sguardo spaesato, ho iniziato anche io a rispondere la stessa cosa.

In Italia invece siamo proprio interessanti. Non ci accontentiamo di chiederci a vicenda “come va?”, traduzione più vicina alle forme spagnole e inglesi, vogliamo proprio sapere come stiamo. Ce lo chiediamo continuamente, per telefono, via email, in ufficio, a casa. E rispondiamo metodicamente: bene, e tu? Quasi che rispondere qualcosa  di diverso sia insopportabile.

Oggi, sul treno che mi portava a casa, mi sono chiesta:

Perché ci chiediamo come stiamo anche se in realtà non vogliamo saperlo? Perché scegliamo di rispondere solo quello che pensiamo che gli altri vogliano sentirsi dire?

Per convenzione sociale, potrebbe essere una prima e buona risposta: gli altri si aspettano da me che io chieda come stanno, ma non si aspettano che io li ascolti davvero e, allo stesso modo, si aspettano che io stia sempre bene, per cui, per evitare problemi e perdite di tempo, dichiaro di stare bene, anzi di più, benebene. Le convenzioni sono come olio per la nostra società, fanno scorrere bene gli ingranaggi e la macchina continua a funzionare.

Perché dobbiamo sempre stare tutti bene, con la fatica che facciamo a vivere, non possiamo vivere male. Questa è un’altra risposta. Noi siamo il primo mondo, siamo i privilegiati, abbiamo un lavoro, ci “facciamo il culo”, lavoriamo tutto il giorno, guadagnamo due lire, noi dobbiamo stare bene ed essere felici di quello che abbiamo. Perché se vivi come viviamo noi, non puoi essere triste, se ti piace il tuo lavoro, non lavorerai mai un giorno in vita tua (a questo proposito, ti consiglio di leggere questo bellissimo articolo del New York Times che dimostra come con questa frase il capitalismo contemporaneo sia riuscito a giustificare agli occhi dei lavoratori ogni tipo di sfruttamento).

Perché le persone che stanno bene sono le persone che producono, e quindi consumano, di più, questa è una terza e altrettanto buona risposta. Nella società della performance, dove siamo assimilati a prodotti che devono garantire profitti, non possono esistere prodotti difettati. E se da un lato facciamo a gara a chi è più stanco e lavora di più, dall’altro nelle nostre aziende valutiamo persino la performance del nostro stato emotivo ed esistenziale chiedendoci “che voto ti dai oggi?”.

perchè no dire come stai

Perchè hai il diritto di dire “non sto bene”, se non vuoi dare la risposta che danno tutti

Non la senti anche tu quella voglia di rispondere che no, oggi non sto bene, e no, per la verità neanche ieri, anzi, è un periodo proprio di merda, non so dove sto andando, so che qui dove sono non mi piace, non so cosa fare e tutte le volte che vorrei raccontarlo a qualcuno capisco che agli altri non interessa. Qualche giorno fa una mia ex collega ha postato una storia su Instagram in cui raccontava di essersi licenziata dal suo posto di lavoro per l’ambiente tossico in cui si era costretta a stare per più di un anno, senza avere già un’alternativa pronta.

Le ho scritto per dimostrarle la mia ammirazione (mi vedresti prendere una decisione senza avere un piano alternativo per ogni lettera dell’alfabeto? Ecco appunto) e lei mi ha risposto che, cosa totalmente inaspettata, stava ricevendo tantissimi messaggi di supporto che le avevano lasciato intravedere tante storie come la sua, di difficoltà, sfruttamento, umiliazione e insoddisfazione, e l’avevano fatta riflettere sull’esistenza di chissà quante storie come la sua  che si nascondono dietro la facciata di vite perfette. Condividere il peso, aiuta ad affrontare la fatica. Raccontarci come stiamo davvero, può aiutarci a stare bene, davvero.

Perchè hai il dovere di non chiedere “come stai”, se non vuoi sentire una risposta diversa

Piuttosto, chiedi come va. Le parole hanno un potere e un significato ben preciso. Se chiedo come stai, metto te al centro del discorso, per cui ti sto dimostrando un interesse specifico e puntuale. Se invece chiedo come va, metto le cose che fai, e non ciò che sei, sotto la lente di ingrandimento, per cui sto dimostrando un interesse rivolto a uno spazio meno intimo ed esistenziale.

Perchè se non sai cosa dire, è meglio non dire niente

Abbiamo abbassato a formula di cortesia una delle domande più belle che la nostra lingua può produrre. “Come stai?” è una delle domande più aperte che possano esistere, per rispondere potremmo metterci ore. Dare questa risposta, sincera, e accoglierla, senza paura, è forse una delle più belle forme di incontro. Allora, se non sai cosa dire, se non sai come iniziare una mail o una telefonata, piuttosto non dire niente, anche se hai paura di suonare indelicato o anche se ti hanno detto che è meglio fare così.

congedo paternità maternità femminismo eguaglianza Italia

Di femminismo, eguaglianza e altre teorie leggendarie

Ieri è stato il mio compleanno (yay!) e per festeggiare ho invitato alcuni amici e alcune amiche a cena alla Dispensa Toscana (luogo del cuore dove ho lavorato per un anno e mezzo appena da tornata da Torino).  Abbiamo aspettato Ginko che come al solito è arrivo tardi e si è seduto a capotavola, abbiamo riso della barba di Ago, fatto i complimenti alla guida sportiva di Ilaria, abbiamo preso in giro il mio nuovo taglio di capelli, abbiamo ordinato un numero indicibile di bruschette e bicchieri di vino. Ci siamo divertiti.

In quel punto della serata in cui solo i discorsi quelli seri vengono fuori, ci siamo messi a fare la versione adulta di quel gioco che alle medie si chiamava “Facciamo la lista dei più belli della classe”. E grazie alle competenze accenturiane di Orio ne è persino venuto fuori un grafico a quattro quadranti, una sorta di Matrice di Boston dell’altro sesso, che inserirò tra poco.

Il tutto è partito con la teoria sulla relazione tra aspetto fisico e QI evidente nei maschi umani e secondo cui l’uomo o è bello o è intelligente, se è entrambe le cose o è stronzo o è pirla

Non starò qui a disquisire sulla fondatezza di questa mia teoria, che peraltro è stata confermata da tutte le persone presenti al tavolo e anche dalla cameriera che lanciava occhiate di approvazione sapiente, e da Claudio, il proprietario della Dispensa, che lanciava occhiate di sapiente solidarietà agli uomini presenti che si stavano chiedendo, e la seconda foto ne è la prova, se non fosse sufficiente suddividere le femmine in “ma è simpatica” e “tutte le altre”.

Ma non è di questo che voglio parlare (ora aumenterò la suspance inserendo qui la fotografia della Matrice di Orio, fronte e retro, e dicendovi che se volete falsificare questa teoria non dovete fare altro che offrirmi un caffè e ve ne darò modo 😉 ).

Fronte: la prospettiva delle donne presenti

Retro: la prospettiva degli uomini presenti

Quello di cui voglio parlare è il fatto che eravamo così occupati con i terrapiattisti da non aver notato che i nostri governanti stavano eliminando il congedo per i papà e aumentando quello per le mamme

Per fortuna, grazie a un emendamento firmato PD, non è andata a finire proprio così e il congedo di paternità sarà sperimentato anche per il 2019.

Sperimentato.

Siamo quasi nel 2019 e i nostri governanti ritengono che il diritto di un uomo di fare il papà stando a casa dal lavoro vada sperimentato. Per 5 giorni dopo la nascita del figlio.

Siamo quasi nel 2019 e i nostri governanti ritengono che il dovere di una donna di fare la mamma stando a casa dal lavoro vada prolungato fino a 9 mesi dopo il parto. Per 270 giorni dopo la nascita del figlio.

Siamo quasi nel 2019 e nessuno si incazza per questo.

Non si incazzano le donne lavoratrici, sulle quali grava ancora l’80% del lavoro domestico e di cura e che questo provvedimento fa tirare un sospiro di sollievo: vuol dire che l’allattamento lo fai a casa, vuol dire che non devi spendere soldi per l’asilo nodi, vuol dire che te ne stai tranquilla ancora per un po’.

E non si incazzano gli uomini, relegati alla sola funzione di lavoratore / consumatore.

Da quando questa cosa è accaduta, gli articoli comparsi sulle principali testate nazionali sul tema si contato sulle dita di una mano. Se cerco su Google “manovra congedo di paternità” trovo risultati solo su 2 testate: Il Fatto Quotidiano e L’Inkiesta.

Se invece cerco su Google “manovra congedo di maternità” qualcosa in più lo si trova: ne scrive Il Sole24Ore, e la riporta come una notizia di economia, e il Corriere della Sera che si concentra esclusivamente su i pro e i contro dell’estensione del congedo per le mamme. Pro e contro esclusivamente economici.

Di tutto questo a me la cosa che fa specie è che NON SI INCAZZA NESSUNO

Ieri sera ho chiesto agli uomini presenti, esponenti e, ahimè in quell’occasione, sfortunati rappresentanti della categoria: avete tutto, tutto è dalla vostra parte, siete maschi, bianchi, occidentali, eterosessuali, senza malattie, non diversamente abili, residenti in un paese democratico occidentale, lavoratori. Cioè, in pratica avete vinto. Vi manca solo un diritto per finire l’album: quello di essere genitori come le vostre compagne. In questo, non solo non siete superiori, ma non siete neanche pari, perchè a voi sono dati 4 o 5 giorni di congedo e alle vostre compagne 270. E non ve ne frega niente?

Non volete metterla sul potere – perchè la parità di genere si basa su una dinamica di potere come tutte le relazioni umane – e non vi interessa avere gli stessi diritti delle donne. OK. Vi sta bene essere considerati dai nostri governanti solo in quanto lavoratori? Parti infinitesimali di un sistema di produzione che non vede l’ora di sputarvi fuori come scarti quando sarete vecchi e non servirete più a niente? Manco la pensione hanno previsto per voi. Solo lavoro.

Le donne presenti mi hanno guardato come a chiedermi: di che ti stupisci? Che la società italiana sia ancora, e sempre di più, patriarcale già lo sapevi.

A quanto pare, o almeno questa è la risposta emersa ieri sera, è che in fondo all’uomo va bene così. E anche alla donna.  In questo, nel non avere il coraggio di cambiare i rispettivi ruoli, siamo pari eccome.

Di questa corresponsabilità parla la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie nel suo saggio che in Italiano è stato tradotto come: “Dovremmo essere tutti femministi“. La scrittrice utilizza il termine femminista per indicare chi si impegna perché discriminazioni e iniquità legate al genere, primariamente, vengano risolte per tutti.

Dovremmo essere tutti femministi?

Questo accorpare al femminismo il tentativo di costruire una società più giusta per tutti ha, a mio parere, limitato ancora di più alle donne la responsabilità di prendersi il carico di questa rivoluzione. Oggi l’eguaglianza è una cosa da donne. Come l’esperienza genitoriale e i tacchi alti (per fortuna, con meravigliose eccezioni).

Uomini e donne sono diversi, come dimostrano i Quadranti di Orio che hanno dato il là a questa riflessione. E sono corresponsabili nel vigilare sul fatto che questa diversità non si trasformi in disparità e diseguaglianza.

Per questo, sento il bisogno di trovare un nuovo nome per chi vuole e si impegna a costruire una società in cui siamo veramente pari, un nome che non sia legato al genere e che riconosca, nell’esprimere il nostro impegno, il fatto che la nostra esperienza del mondo è mediata dalla nostra appartenenza di genere, come alla nostra apparentenenza culturale, etnica e sociale, ma che non renda il nostro impegno discendente da queste apparenenze. Un nome che ci faccia sentire, uomini e donne, corresponsabili di questo cambiamento. Giocatori sullo stesso album.

Non l’ho ancora trovato.

sono il sesso debole violenza donne milano

Sono il sesso debole?

È successo anche a me.

Per un grottesco scherzo del destino, l’essere insultata mentre cammino per strada è qualcosa che mi aspettavo. Voglio dire, per strada ogni ragazza sa che potrà ricevere apprezzamenti (non richiesti), per cui è abbastanza normale ricevere anche insulti. No?

Provate a chiedere alle donne che conoscete quante volte è capitato che qualcuno (e anche qualche, poche, qualcuna) le insultasse mentre passeggiavano per strada, o guidavano, o erano ferme alla fermata dell’autobus

Nel mio caso è stato uno di quei ragazzi che siamo ormai, tristemente, abituati a vedere sulla linea gialla della metro o sui regionali che passano per Rogoredo. Sono ragazzi dall’età indefinita, con il futuro mangiato dall’eroina. La comprano e la consumano nel boschetto dietro la stazione. Sono quelli che ti aspettano quando fai il biglietto alle macchinette, quelli che cercano le sigarette usate nei posacenere, quelli che ti fermano per strada mentre cammini e ti chiedono: “Non avrai mica paura, ho bisogno solo di pochi centesimi, solo per arrivare a 1€?”. Allungano la mano con gli occhi lucidi da fame chimica, i cani al guinzaglio sui piedi.

Secondo una recente inchiesta di TPI, oggi mezzo grammo di eroina costa 20 euro, come un aperitivo con doppia consumazione a Milano.

Stasera, mentre camminavo da Porta Romana verso Duomo, ero con Stefano e abbiamo incontrato un ragazzo che faceva il percorso inverso: gli occhi accesi verso di noi, “Avete 80 centesimi? Per mangiare qualcosa, devo solo arrivare a 1€” ci dice mentre ci fa vedere, nelle mani tremanti, due monete da 20 centesimi. Stefano scuote la testa, risoluto, e prosegue. Io penso di fare lo stesso, ma il tizio mi blocca: “Come fai a sapere che non hai moneta? Perché non guardi nemmeno?”. Io gli rispondo: “Perché so che non ce l’ho” (ed è pure vero). “Non ti credo, schifosa puttana”.

Mi chiedo se l’ho sentito davvero. Se davvero mi ha chiamata cosi, nel silenzio della strada illuminata, laggiù, dall’insegna del Carcano. Ma sì, lui continua a snocciolare tutti i nomi, quelli che tutti diciamo rivolti a persone o, più spesso, alle zanzare – puttana, troia, schifosa, baldracca. Mi giro e, ignorando quella voce che mi dice “lascia perdere, è pericoloso”, gli dico: “Dovresti evitare”.

“Ma stai zitta troia”

Arriva, fa piano, da lontano. L’insulto prende forma nell’aria e diventa come uno schiaffo. Guardo Stefano, sul cui volto leggo le parole che ho sentito prima nella mia testa (lascia perdere, potrebbe essere pericoloso) e gli chiedo: “Perché, se siamo stati in due a dirgli di no, lui ha insultato solo me?“.

La risposta di Stefano – l’amico che ringrazio per lo spirito critico sempre puntuale e per non essere mai mediamente banale – è che il tizio ha insultato me perché gli sono sembrata il soggetto più debole. Che non significa, mi spiega mentre proseguiamo la nostra passeggiata verso Duomo (io, con l’orecchio teso alle mie spalle per paura che il tizio possa dare un seguito alle sue parole), solo che tra i due io, per lui, ero quella che non l’avrebbe potuto menare. Ma che io sono quella più debole perché sono una donna, che io sono quella da insultare perché nella guerra tra poveri di cui siamo diventati i protagonisti questa sera, io sono quella da schiacciare, perché non sono niente, sono meno di lui e mi permetto di dirgli NO.

Quante donne ricevono schiaffi, verbali e non, perché dicono NO?

Secondo gli ultimi sondaggi nel 2018 le vittime di femminicidio in Italia sono state 44.  Secondo quanto riportato da La Stampa ai primi di agosto, le violenze subite nei primi mesi del 2018 sono aumentate del 53% rispetto all’anno scorso. Le donne vittime di violenza da parte degli uomini sono soprattutto italiane, con figli e una scarsa autonomia economica. Gli autori delle violenze  sono per l’88,24% uomini italiani, in gran parte con figli e un’occupazione. Nella maggior parte dei casi il movente dell’omicidio di queste donne o della loro aggressione è stato un rifiuto della condizione in cui si trovavano insieme, o causata da, chi le ha aggreddite o uccise, che sempre più spesso è un compagno rifiutato.

Nel mio caso, mi sono rifiutata di privarmi di 80 centesimi per permettere a quell’uomo di farsi una dose.

Questa sera non ho preso il treno a Rogoredo, come faccio sempre. L’ho preso da Repubblica, dove ci sono le telecamere e dove c’è spesso passaggio di persone. Mi ha dato fastidio dover cambiare le mie abitudini per un insulto. Ma ho preferito non rischiare. Come donna, che abita in questo paese e in questo momento storico, dove i privilegi di alcuni stanno facendo emergere conflitti tra chi vive nella stessa condizione di non-privilegiati, so che ci sono cose che per la mia sicurezza è meglio non fare. Faccio questa scelta come quando mi porto dietro l’ombrello anche nelle giornate di sole: non piove, ma potrebbe.

E allora ecco quali sono le cose che, da donna di 27 anni, in Italia, nel 2018, mi sento di non fare perchè so che potrebbe succedermi qualcosa:

camminare di sera tardi in un parco, o su una spiaggia (come Mar, la ragazza messicana violentata e uccisa in Costa Rica all’uscita da una discoteca); prendere i mezzi in certi luoghi della città quando fa buio; guardare in viso gli uomini che incroci per strada perché potrebbero prenderlo come un invito ( “ciao, come sei bella”, “stai zitta, troia”); rispondere a tono a un insulto volato per strada. Anche se mi devo mordere la lingua per non farlo.

Quando i deboli cominciano a farsi la guerra da soli, il più forte ha vinto. Non ricordo chi l’ha scritto, ma oggi sento che è vero.

Con me, nella prima carrozza del treno che mi porta a casa, questa sera ci sono solo ragazze. Salgo e una di loro mi sorride, complice, come per dire “benvenuta, sorella, io lo so”.

Ho scritto questo testo una settimana fa e ho deciso di cambiare il titolo

Prima questo testo si chiamava “Sta zitta troia”. Ho voluto cambiare titolo perchè non volevo che il focus fosse su quella frase e su chi l’ha pronunciata. Quel ragazzo sta combattendo una guerra più grande della mia (anche se oggi, l’aver dovuto abbassare la tavoletta del cesso al lavoro tutte le volte che sono andata in bagno, mi ha messo veramente a dura prova. E, uomini all’ascolto, lasciate che ve lo dica: non ci vuole niente ad abbassare la tavoletta quando avete finito. Su la zip, giù la tavoletta. Costringere qualcun altro a farlo perchè voi siete pigri può essere definito irrispettoso e maleducato, se sto cheta, violenza machista, se tiro fuori la Gloria Steinem che c’è in me).

Hegel, nella sua dialettica servo-padrone, descrive una relazione dove il signore e il servo sono tali perchè si riconoscono reciprocamente in quella relazione: l’uno è tale solo perchè l’altro lo riconosce, e viceversa. Tale dialettica non si risolve nella prevaricazione, poichè entrambi dipendono l’uno dall’altro, ma nella presa di coscienza di questo legame. Un legame che è analogo a quello che lega, per estensione, deboli e forti.

Sono convinta che per cambiare le cose dobbiamo smettere di farci la guerra tra poveri. Prendiamo coscienza della nostra reciproca condizione e facciamo esercizio della nostra umanità: mostriamoci solidali gli uni con gli altri, educhiamoci al reciproco rispetto ed educando chi verrà dopo allo stesso modo. Solo così, potremmo domani abitare in un mondo dove i forti abbassano la tavoletta del cesso senza che ci sia un debole a ricordarglielo.

Dacci le strade, che ai sogni ci pensiamo noi

La scorsa settimana ho partecipato ad una due-giorni rivolta ai giovani adulti italiani organizzata dall’Agenzia Nazionale Giovani dal titolo ‘Gioventù Italiana, la scommessa sei tu‘. Obiettivo dell’evento creare uno spazio di incontro tra giovani e meno giovani sulle opportunità offerte dall’UE e dall’Italia in tema di imprenditorialità giovanile e innovazione sociale.

Oggi è arrivata a tutti i partecipanti la lettera di ringraziamento del Direttore Generale dell’Agenzia Giacomo D’Arrigo.

Ho deciso di rispondergli e ho deciso di rendere pubblica la mia risposta perchè non mi ricapiterà mai più di avere tanto coraggio – e tanto tempo – tutto in una volta e perchè penso che certe cose vadano dette out loud. Eccola:

Caro Giacomo,

vorrei darti del tu perché voglio parlarti seriamente. Ho appena finito di leggere la lettera con cui ringrazi tutti noi che abbiamo partecipato alla due giorni romana ‘Gioventù Italiana. La scommessa sei tu’ e in cui fai il punto sugli obiettivi e le piccole vittorie che l’Agenzia Nazionale per i Giovani ha portato a casa in questi due anni grazie al lavoro di quanti ne fanno parte.

Ti scrivo perché si è visto che ci tenete. E ti scrivo perché siamo stati felici di capire che vi siete resi conto che ci sono dei giovani in questo Paese che, mi permetto di citare le parole che scrivi nella tua lettera, “rappresentano il volto di un’Italia che ha sempre più fiducia nel suo futuro. Giovani impegnati nel sociale e che del volontariato hanno fatto la loro vita, giovani talenti che si mettono al servizio del Paese”. Che cosa significa ‘mettersi al servizio’ l’ho imparato negli Scout. Ed è con questo stile che mi permetto di dirti ciò che segue.

Dal punto di vista dei contenuti e delle finalità da voi espresse, ritengo che la due-giorni romana abbia raggiunto a pieno solo uno dei vostri obiettivi, ovvero, citando di nuovo la tua lettera “fare il punto sui risultati che Ang ha raggiunto negli ultimi due anni“. Mi dispiace molto doverti dire che per gli altri due, ovvero “rompere il perimetro in cui spesso la politica vuole chiudere i giovani” e “raccontare una generazione che troppo spesso ha pochi spazi per esprimersi, su cui sono in pochi a scommettere“, non è stato così.

Io credo che per scommettere ci voglia coraggio di rischiare e fiducia nelle proprie capacità o nelle capacità del proprio campione. Non ho visto nessuna di queste cose a Roma

Come partecipanti non abbiamo avuto la possibilità di incontrare davvero i relatori, esponenti della politica e dell’imprenditorialità italiana e rappresentanti cioè di coloro che prendono le decisioni in questo Paese. Non c’era il tempo per approfondire le risposte e non c’era modo di avvicinarsi poichè il ruolo dei mediatori è parso, più che di facilitare l’incontro, quello di assicurarsi che fosse garantita quella distanza che invece avrebbero dovuto aiutare a colmare. Unica eccezione il Ministro Poletti, che ha investito il suo pomeriggio nel prendersi le responsabilità dell’eredità di una mala politica con cui si trova tutti i giorni ad avere a che fare. Se lo vedi, ti prego di ringraziarlo più di tutti perché abbiamo capito quanto ha scommesso su se stesso.

Alla fine ci è sembrato addirittura di avvertire un rovesciamento delle parti. Che non doveste più essere voi, i meno-giovani, a scommettere su di noi, i giovani, ma il contrario! E cioè che voi ci steste chiedendo di avere il coraggio di darvi fiducia che sapete quello che state facendo quando organizzate un incontro per abbattere la barriera tra giovani e meno-giovani invitando solo una delle due parti. E allo stesso modo quando ci dite che l’unica cosa che possiamo aspettarci dai meno-giovani di questo Paese, cioè da voi, sono i soldi per realizzarci, meglio ancora se da un’altra parte.

Ma non vi rendete conto che se siamo ancora qui è perché lo abbiamo scelto?

E che se partecipiamo ad una due-giorni dal titolo “La scommessa sei tu!” quello che vogliamo non è, come scrivi alla fine della tua lettera, di vederci regalato “un sogno in cui credere”: grazie, ma noi sogniamo, noi progettiamo, come diceva il professor Rosina, e lavoriamo ogni giorno per raggiungere i nostri obiettivi.

Caro Giacomo, voi non dovete regalarci un sogno:

Voi dovete garantire a noi giovani, non sogni, ma l’esistenza di strade su cui poter camminare per raggiungerlo!

La grande assente di questa due-giorni è stata la corresponsabilità. Io non so se tu hai dei nonni. Io sì, ho due nonne fantastiche cui voglio un mondo di bene. Una mi chiama due volte al giorno per chiedermi come sto, se ho mangiato e mi raccomanda di non prendere freddo. Quando vado con la mia famiglia da lei la domenica sembra il pranzo di Natale. L’altra invece la vado a trovare io e lei mi racconta della sua infanzia, dell’ultimo libro che ha letto e di quando il nonno in viaggio di nozze le regalò i tre giri di perle che per fortuna i ladri non si sono accorti che son vere, se no!

Perché ti parlo delle mie nonne? Perché vorrei che tu capisca che ciò che intendo con corresponsabilità non è altro che una cosa che facciamo naturalmente e cioè prendersi cura reciprocamente, come fanno le mie nonne per me e come io faccio per loro. Ognuna con i propri strumenti, ma tutte e tre tese al nostro bene comune. Quando quindi tu scrivi alla fine della tua lettera che noi siamo “giovani, sconosciuti al grande pubblico, ma di grande valore, protagonisti della crescita e dello sviluppo culturale ed economico, non solo delle nuove generazioni, ma di tutta la comunità”, sottolinei una cosa importantissima e cioè che il nostro valore non ha ripercussioni positive solo su di noi in quanto nuove generazioni, ma su tutti, ed è questo tutti ciò su cui dobbiamo scommettere!

Se vuoi davvero raggiungere gli obiettivi che vi siete posti come Ang, rivolgetevi a tutti! Non solo ai giovani in quanto categoria discriminata su cui nessuno scommette: provate invece a creare una platea mista di giovani e meno giovani nella quale si costruisca insieme un discorso nuovo, che funzioni con nuove modalità, nuove parole e che individui nuovi punti di incontro. Osate, prendete esempio dai progetti cui vi fate promotori, promuovete il dialogo tra i giovani e i meno giovani abbandonando la forma del ‘talk’ favorendo altre modalità non formali, come quella del focus group, del workshop e via dicendo. Cercate di favorire l’individuazione di strategie diverse da “finanzio il tuo progetto” come forme di relazione tra giovani e meno giovani: altrimenti i giovani rimangono sempre e comunque dipendenti, alle dipendenze e soggetti vittime di un assistenzialismo paternalistico che magari tiene tranquilli alcuni, ma distrugge questo Paese.

Non ho il dono della sintesi e ti ringrazio se mi hai letta fino a qui. Lasciati scalfire, non tanto da quello che ti sto dicendo, ma da quello che hai visto a Roma, e organizza subito un’altra due giorni! Ma questa volta scommetti su te stesso e su ciò che l’Ang può fare: invitaci tutti, giovani e meno-giovani, donne e uomini, facci incontrare, dacci spunti su cui discutere, regalaci, questo sì, occasioni di incontro che ci permettano di trovare insieme nuove modalità di relazione che nascano dalla corresponsabilità tra chi questo Paese lo ha vissuto, lo ha costruito e adesso lo comanda, e chi non vede l’ora di fare del suo meglio per contribuire a questa costruzione.

Regalaci strade, Giacomo, strade! Che ai sogni ci pensiamo noi

Grazie per il lavoro che stai facendo come Direttore Generale. Sii complice dell’universo di cui parla Coelho.

Un caro saluto,

Vera