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Il 12 novembre inizia Spore

Spore è il naturale proseguo di BlossomINg, il percorso che ho creato per dare un taglio alla sindrome dell’impostore e far fiorire la nostra voce

Il 12 novembre inzia Spore, il naturale proseguo di BlossomINg. Il suo obiettivo? Imparare a usare la tua voce, naturalmente!
Spore si compone di sei incontri. E questa volta, con me ci saranno tre professioniste che ho selezionato per aiutarci a usare la nostra voce in quei modi e contesti di cui tanto abbiamo parlato durante BlossomINg, mentre imparavamo a dare un taglio a quella vocina che ci diceva che non siamo mai abbastanza. La partecipazione è gratuita e aperta a tutte e tutti: puoi invitare chi vuoi, è sufficiente ricordarvi di iscrivervi a ogni evento di volta in volta.

Perchè Spore

Spore è il naturale proseguo di BlossomINg ed è un percorso rivolto a giovani professionisti e professioniste per dare un taglio alla sindrome dell’impostore e far fiorire la propria voce. Si compone di un numero limitato di incontri, online e di persona, da considerarsi come un percorso unico; utilizza elementi di sociologia, leadership, educazione non formale e narrazione. Durante BlossomINg abbiamo capito che quella vocina che ci dice che non siamo abbastanza parla a tutti e tutte, senza eccezioni. E che per farla tacere, le altre persone sono importanti, come supporto nel percorso che fa crescere, invece, la nostra voce.

Non hai partecipato a BlossomINg e vorresti partecipare a Spore? Se vuoi, scrivimi per ricevere un piccolo riassunto. 


Il programma di Spore

12 novembre, ore 19:00 – Google Meet

Avvicinati. Perchè voglio usare la mia voce? Diamo un obiettivo alla nostra partecipazione a questo percorso.

10 dicembre, ore 19:00 – Zoom 

Insieme a Brandie Silva, Leadership Development Consultant

Specchio specchio delle mie brame. Identifichiamo i nostri veri limiti e i super poteri che ci consentono di  abbatterli.

21 gennaio, ore 19:00 – di persona

Insieme a Chiara Porro, Copywriter & Scriptwriter

Workshop: Come posso raggiungere i miei obiettivi? Impariamo a essere sicure di noi stesse, a partire da come ci presentiamo in video

18 febbraio, ore 19:00 – Google Meet

Workshop: Come posso raggiungere i miei obiettivi? Impariamo a interagire con gli altri per portare a buon fine le nostre negoziazioni

18 marzo, ore 19: 00 – di persona

Insieme a Elisa Bernazzani, Chinesiologoa, Fitness & Postural Trainer

Workshop: Come posso raggiungere i miei obiettivi? Impariamo a fare pace con il nostro corpo e a vederlo come strumento affidabile e sincero

29 aprile, ore 19:00 – di persona

Festeggiamo: celebriamo i nostri successi, insieme. Cin Cin!

Come vedi, sono positiva e ho previsto metà degli incontri di persona: vediamo come va con il Covid.

Come partecipare?

Per ricevere gli inviti agli incontri, iscriviti qui.

Senti che la sindrome dell’impostore non frena solo te, ma anche il tuo team: ti presento Bloom, il workshop di un’ora dedicato ai gruppi di lavoro

dito cattelan milano sinoinfatti

Watch Out!

Se in questo preciso istante guardo la mia mano sinistra, la prima cosa che noto è il livido che dal centro si allarga fino alla nocca del medio. Ha le dimensioni di una ciliegia, al centro la pelle si è quasi strappata e lascia intravedere i capillari rotti per l’urto. Questa mattina, quando quel signore, distinto e vestito tanto per bene, ha scambiato la mia mano per un punchingball e la ghiera del suo orologio di metallo si è abbattuta sulla mia mano, vi assicuro che faceva un male cane.

Ricevere una rolexata non è una cosa che capita tutti giorni

Camminavo per andare al lavoro facendo una strada diversa dal solito – ahimè dopo una vita a Milano riesco ancora a prendere la metro per Rho Fiera al posto di quella per Bisceglie; in un mese a  New York non ho mai sbagliato linea e trovo in questo lo zampino di un fato che vuole dirmi qualcosa – su un marciapiede in cui, normalmente, potrebbero camminare per mano quattro amiche tutte in fila. Vedo arrivare verso di me questo signore, alto, ben vestito, la valigetta in una mano e la giacca appoggiata sul braccio. Sta guardando il cellulare. Non faccio in tempo a spostarmi che sento un “tac” e subito un dolore fortissimo alla mano. La guardo e vedo già pelle annerirsi e arrossarsi laddove i capillari si sono rotti.

Allibita, mi fermo e mi giro. Anche il signore si gira, mi guarda, e senza dire niente, continua per la sua strada.

Ecco come si presenatava la mia mano questa mattina

Ecco, io penso che al mondo ci siano tre tipi di persone. Quelli che quando ti urtano dicono: “ma stai attenta?!“, quelli che dicono “Mi scusi” e quelli che non dicono niente e vanno avanti come se nulla fosse successo

In una delle mie serie tv preferite, alla protagonista Alicia accade qualcosa di simile e il fatto viene utilizzato dal suo avversario, l’acuto Louis Canning, per darle una lezione di vita. Secondo Louis nel mondo ci sono due tipi di persone. Quelli che quando ti urtano dicono “Watch Out!” e quelli che rispondo “Sorry”. Secondo lui Alicia, sempre pronta ad aiutare gli altri e a prendersi le sue responsabilità tanto che gli elettori del marito la soprannominano Saint Alicia, è del secondo tipo; e lui, l’acuto avvocato con pochi scrupoli, è del primo tipo. E il fatto che lui vincerà in tribunale contro Saint Alicia è frutto della sua attitudine vincente rappresentata da quel “Watch out”.

Secondo Canning, chi dice “Watch Out!” è chi ha l’attitudine giusta per farcela. Chi invece dice “Sorry” ha l’attitudine del perdente, che continuerà a perdere

Apparentemente Louis Canning ha ragione. Ci hanno insegnato che attaccare per primi aumenta la possibilità di vincere. E che chi si ferma è perduto. Corriamo, corriamo di continuo, corriamo verso una meta sempre diversa e chiunque si pari davanti nel nostro cammino è l’avversario da sbaragliare. Nel vero senso della parola. Sbaragliare significa infatti colpire al fine di mandare tutto il resto all’aria, fuori dalla nostra traiettoria. Chi va lento, chi non segue la traiettoria che gli altri si aspettano, è solo un intralcio, e, poichè sente su di sè la sua diversità, continua a scusarsi: sorry. Io, neanche a dirlo, sono del secondo tipo. Non so esattamente perchè lo faccio, ma ancor prima che la situazione chiarisca colpe e responsabilità io ho già chiesto scusa.

Louis Canning e “Saint” Alicia Florrick

Dopo quanto mi è successo sta mattina, mi trovo ad aggiungere una tipologia. C’è una terza categoria di persone che riesce a farcela anche meglio di quelli che gridano “Watch Out” e sono coloro che non si fermano, che una volta che ti hanno urtato, non dicono niente e proseguono per la loro strada. Sono quelli che quando succede qualcosa, di brutto o bello, non gliene frega niente. Quelli che se anche crolla il mondo, io mi sposto un po’ più in là (sono un cuore vagab… ah no, non è così che va a finire). Sono quelli che alle elezioni non votano perchè tanto sono tutti uguali, quelli che la raccolta differenziata non la fanno perchè tanto poi mettono tutto insieme, quelli che se qualcuno ti insulta o ti aggredisce per strada se ne stanno zitti, salvo poi gridare giudizi dalla zona franca della propria tastiera.

C’è una canzone di Caparezza dedicata a queste persone. E fa più o meno così: “Premetto che sono l’uomo che premette, premetto che sono l’uomo che premette… il grilletto”

Credo che sia dovere di ognuno interrogarsi su che tipo di persona vogliamo essere e a quale tipologia vogliamo appartenenere. Quale di queste sia la più vincente poco importa. Fino a che non saremo noi a essere urtati da qualcuno di più forte.

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“Benvenuti a Marwen”: una non-recensione

Venerdì sera siamo tornati al cinema (prima siamo andati a mangiare un hamburger veramente buono al Siena Burger alla Madonnina di Casalmaiocco – i nomi sono veri, lo giuro). Era da molto che non ci andavamo, non ricordo nemmeno quale sia stato l’ultimo film che abbiamo visto. Tornare al cinema per me è ogni volta emozionante. Il profumo dei pop corn che aleggia nell’aria, l’aspettativa per il film che si sta andando a vedere, le poltrone morbide ed enormi in cui sprofondare, i trailer prima del film (io adoro i trailer!! un sacco di storie e di emozioni condensate in una manciata di secondi) e le immagini e i suoni che ti avvolgono e ti fanno dimenticare che non sei anche tu uno dei personaggi che in quelle due ore imparerai a conoscere. Per questo, se posso, evito i cinema che propongono l’intervallo: bestialilità emotiva.

Io di cinema non ci capisco niente. Guardo un film per la storia che racconta

Motivo di numerose discussioni con diverse persone che nell’arco degli anni hanno tentato di farmi capire che in un film c’è molto di più della storia (nel tentativo di credere a questi volenterosi cinefili ho, ad esempio, visto tutti i film di Tarantino, anche se non mi piace e le sue storie sono meno belle di altri. Questo per dire che non sto ferma nella mia ignoranza, se mi consigliate un regista o un film perchè è oggettivamente un buon prodotto artistico, io vi credo e lo vedo), in ogni caso le mie scelte sono comunque dettate dal “C’era una volta…“.

Sarà che io con le storie ci campo o perchè sono un’inguaribile romantica, ieri abbiamo snobbato “Acquaman” e “Ralph contro internet”.

Abbiamo visto “Benvenuti a marwen“: una storia bellissima! Che è pure successa davvero.

Una scena del docufilm su Mark Hogancamp. Foto: Il Post

Ecco i fatti: l’8 aprile del 2000, mentre si trovava fuori da un bar a Kingston, nello stato di New York, Mark Hogancamp viene brutalmente picchiato da cinque uomini. Quando si risveglia dal coma nove giorni dopo, Mark non avrà alcun ricordo della sua vita precedente e dovrà imparare nuovamente a mangiare, camminare e scrivere. Poichè la sua assicurazione sanitaria non copre le spese della sua riabilitazione psicologica, Mark si trova a doversene fare carico da solo. Così nasce Marwencol, un villaggio in scala 1:6 di un paesino della campagna belga attraverso cui Mark mette di volta in volta in scena il suo pestaggio e tenta di comprenderlo ed esorcizzarlo grazie alla presenza di alcune figure femminili forti, “le donne di Marwen“, alter ego di donne realmente esistite e a lui vicine. Nell’immaginazione di Mark, sono gli anni Quaranta e a Marwencol si combatte la Seconda Guerra Mondiale. Eroe del villaggio è Capitan Hogie, alter ego di Mark, che deve combattere i nazisti, a loro volta alter ego di chi l’ha picchiato, e mettere in salvo il villaggio. Gli abitanti di Marwencol sono bambole che Mark fotografa in situazioni diverse – un matrimonio, un bagno al fiume, un combattimento. Le fotografie di Mark Hogancamp sono esposte nella One Mile Gallery di New York e a oggi su Marwencol sono stati realizzati due progetti editoriali, un documentario e un film (che è quello che abbiamo visto ieri).

Mark Hogancamp alla One Mile Gallery di New York. Foto: Instagram

La storia, che si discosta dai fatti di quel che basta per definirla “romanzata”, non ve la voglio raccontare, perchè è troppo bella da vedere

Però ecco il trailer.

3 cose che mi sono piaciute di “Benvenuti a marwen”

  1. Le “donne di Marwen” sono Barbie, ma non potrebbero essere meno barbie di così: nel film Mark utilizza un tipo di bambola di una linea che si chiama “Le Fascinose”. Hanno corpi snodabili, vestiti, scarpe e accessori che da bambina li avrei comprati tutti, e soprattutto si prestano alla creatività di Mark che ne modifica lineamenti e capelli per farle assomigliare alle donne della sua vita. C’è Jules, afroamericana e veterana della guerra in Iraq che lo ha aiutato a ricominciare a camminare; Roberta, amica sincera e sempre presente, che gli rimprovera di far finire quasi sempre senza camicia la sua bambola; Anna, la sua infermiera premurosa che si sincera se ha mangiato a sufficienza; Karlala, la collega a cui confida le pene d’amore; e Suzette, la sua attrice porno francese preferita. Tra le donne di Marwen c’è anche la cattivissima strega Deja Thoris che fa resuscitare i nazisti e vuole impedire a Hogie/Mark di guarire: capelli verdi fluo e voce suadente, è la misteriosa vocina che ci sussurra all’orecchio che non ce la faremo mai. Sono donne forti, che amano Mark senza giudicarlo e che sono lì a “coprirgli le spalle”. Persino l’ultima arrivata, Nicol, che sembra scema quanto la persona reale a cui si ispira, trova il modo di essere vicina a Mark e di sostenerlo nel suo processo di recupero. Prima che qualcuno di voi possa pensare “ah, sei donne al servizio di un uomo, qual è la novità?”, fermatevi a ricordare che questo è l’universo di Mark e che ciascuno di noi è per forza di cose al centro del suo proprio universo. Il motivo per cui la rappresentazione di queste donne mi è piaciuta, nonostante il fatto che le bambole utilizzate nel film ricordino le Barbie, con corpi molto sessualizzati, è che di ogni bambola ci viene presentata la donna in carne ossa, con la sua storia, le sue debolezze, i suoi sogni, i suoi punti di forza, il suo lavoro e le sue conquiste. Un utile promemoria per tutte le volte che ci relazioniamo agli altri come se fossero bidimensionali. E una rappresentazione della donna da parte dell’uomo che la comprende sia come prodotto della cultura in cui siamo immersi (bambola) sia come risultato delle proprie esperienze e vissuti (donna reale).

L’arstista mette in posa alcuni personaggi. Foto: Instagram

2. Il lieto fine che c’è, ma non è romantico (forse). Questa non ve la posso spiegare senza farvi uno spoiler sulla fine del film. Però il fatto che il lieto fine, deducibile in ogni caso dai fatti, non sia conseguenza diretta delle vicende romantiche del protagonista, mi è piaciuto. Di solito, da Disney in poi, è il “vissero felici e contenti” a imperare nei finali. E spesso se il Pianeta è salvo, ma i due protagonisti non si mettono insieme, ci sentiamo defraudati di qualcosa. In “Benvenuti a Marwen” non succede. Perchè le donne di Marwen non esistono in quanto amabili o amanti, ma esistono indipendentemente da Mark e dai suoi desideri. E così amano e non amano chi vogliono. E Mark impara che va bene così.

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Le donne di Marwen fanno il bagno al fiume. Foto: Instagram

3. Accoglienza,rispetto, presenza. A mio parere capisaldi di ogni relazione di amicizia, sono i valori di cui ci parla la storia di questo film. Valori che emergono nelle relazioni di Mark con le persone che gli stanno attorno, che lo accolgono, ne rispettano le stranezze e sono presenti anche quando il mondo gli crolla addosso e lui sente di non meritate la vicinanza di nessuno. Valori di cui impariamo l’importanza osservando “al negativo” (nel senso fotografico del termine) i nazisti che minacciano la serenità di Marwen: uomini crudeli che vediamo impegnati a prendere in giro, a picchiare e ad abbandonare sul campo i compagni caduti. Le “donne di Marwen” sono, infine, le amiche che tutti vorremmo avere.