fase due si no infatti

I cani sono meglio delle persone

Volevo raccontare del mio viaggio in Guatemala, ma l’inizio della Fase Due ha preso il sopravvento

La Fase Due è iniziata ieri e già mi sento imbrutitta di nuovo. Non so voi, ma a me pare che in giro ci sia fin troppo entusiasmo. Il numero di morti e contagiati è ancora altissimo, così come lo è il numero dei guariti e, quindi, comunque è una buona notizia (?). Negli ultimi giorni ho ricevuto contatti da colleghi che scrivono su testate nazionali che, scordandosi le basi della deontologia, della netiquette e pure dell’etiquette, mi hanno rincorsa su tutti i canali possibili e immaginabili per scrivere un pezzo sulla riapertura delle palestre (…) – Apro un inciso per dire: preparatevi che l’uso politicamente impegnato delle parentesi in questo articolo sarà massiccio – Il mio Instagram è sommerso di video ispirazionali, è stata brutta ma ce l’abbiamo fatta, che mi stanno facendo rimpiangere le pubblicità progresso della Fabbrica del Sorriso. E il numero di persone che sembra abbia intenzione di ricominciare la vita di prima esattamente da dove l’ha lasciata è impressionante.

Stiamo tutti molto calmi

Anzitutto, se si chiama “fase due” e non “ultima fase” o “Final Destination”, un motivo ci sarà. Non mi lancerò in una filippica sull’importanza di seguire le regole in questa fase per due motivi: uno, sono la prima che ieri è andata a camminare per la prima volta dopo cinquantacinque giorni e non ha resistito ad abbassare la mascherina per respirare la luce del sole (sì, si respira anche quella, provare per credere), per cui sarei ipocrita se lo facessi; due, come avevo raccontato qualche settimana fa, non condivido gran parte delle misure adottate finora, per cui sarei ipocrita due volte se adesso le difendessi.

Quello che, però, ci tengo a condividere è che: abbiamo la grande opportunità di cambiare le cose che non ci piacevano prima del 9 marzo. Possiamo, per favore, cercare di coglierla?

Evviva, da ieri circa 5 milioni di italiani sono tornati al lavoro. Me ne sono accorta dal rumore dei motori sulla Teem e sulla via Emilia e dal numero di email crescente che ricevo. Io non ho mai smesso di lavorare e forse è per questo che non capisco la tendenza a riprendere tutto da dove lo si era lasciato. So che, prima o poi, sarò anche io costretta a rimontare in sella alla mia bici, a prendere un treno e due metro per andare al lavoro, ma spero di trovare cambiato il mondo attorno a me. E so che questo sarà possibile solo se non sarò la sola a volerlo.

È come con i computer: se non funziona qualcosa, spegni e riaccendi

Questo è l’approccio con cui affronto ogni problema relativo all’informatica e alla tecnologia in generale (se c’è qualcosa che odio di più dei problemi informatici sono i problemi legati alla burocrazia italiana, alle tasse e al 730: trovo alcune procedure così antiquate da risultare antipatiche, ne sono certa, persino agli Angela). Se c’è qualcosa che non va e il dispositivo si può riavviare, fallo. Ho provato anche con le auto e con le persone, funziona meno, ma la speranza è sempre l’ultima a morire, no?

In ogni caso, volenti o nolenti, è quello che è successo a noi con questa emergenza Covid-19. Ci hanno spento il futuro e ora ci ritroviamo con il buffer di riavvio accesso. Abbiamo quindi due strade aperte di fronte: sperare di trovare un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato; oppure costruire insieme un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato.

E lasciate che ve lo dica: se c’è una cosa che ho imparato da questi due mesi di lockdown è che se conoscete qualcuno che dopo questi due mesi si comporta ancora come se vivessimo nel prima, siete di fronte a una persona che non merita più la vostra attenzione, compagnia o forza lavoro (!). Perchè è una persona che non si è mai fermata a farsi una domanda che sia una.

E se il cane di Pavlov imparava dai traumi, possiamo farlo anche noi

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i cani sono meglio delle persone. Di qualcuno sicuramente. Quello che voglio dire è che il nostro apprendimento, come quello dei nostri fidi amici a quattro zampe, si basa sull’esperienza vissuta. E, per noi, in particolare sulla sua rielaborazione. Se capiamo che quando suona il campanello arriva il cibo, faremo di tutto per far suonar quel campanello; allo stesso modo, se capiamo che la vita di prima ci rendeva infelici, stressati e che l’iper produttività di un mondo iper globalizzato ha portato alla prima pandemia dell’epoca postmoderna che ha colpito la civiltà occidentale, faremo di tutto per cambiare le cose (oppure siamo scemi!).

D’altra parte, però, non c’è niente che piaccia più a noi esseri umani delle abitudini. Di fronte a un mondo complesso, con troppe informazioni sempre nuove da processare, il nostro cervello cerca sempre il modo più semplice e veloce che gli permette di rispondere alla complessità. Di solito, ci vogliono ventuno giorni per modificare un’abitudine. Noi ne abbiamo avuti cinquantacinque, dovremmo aver fatto in tempo a cambiare ben due cicli di abitudini: vogliamo davvero buttare via tutto? Sono sicura che, sia che siate stati da soli, sia con i vostri cari o i vostri coinquilini, sia se avete lavorato o se ancora state aspettando la cassa integrazione (!?), sia se avete avuto a casa i figli o meno, le vostre abitudini sono cambiate, il vostro ritmo è cambiato, le vostre priorità sono cambiate.

Io, per esempio, ho capito che non rinuncerò più al sonno per riuscire a fare tutto quello che non riesco a fare durante il giorno; ho capito che non mi fa bene correre continuamente di qua e di là; che lavorare bene spesso non è sinonimo di lavorare veloce e che un lavoro orientato agli obiettivi è molto, molto, più efficace di uno orientato a timbrare il cartellino (!); ho capito che con i miei acquisti possono sostenere persone che, come me, fanno del loro meglio per portare qualcosa di positivo nel mondo, anche se è difficile; ho capito che devo stare lontana da chi, persone, brand, istituzioni, ha solo sciacallato e che invece voglio tenermi vicine le persone che vogliono davvero che le cose cambino alla fine di tutto questo.

Questo è l’altro punto chiave: parlando al telefono con amici e amiche ci siamo detti che ci sarà sempre chi ci farà tornare indietro, punto e a capo. Due cose su questo: anzitutto, se vogliamo che le cose cambino, cerchiamo di non essere noi gli stronzi (sul lavoro, può esserti forse utile leggere questo articolo di Silvia Zanella, che propone un cambiamento di prospettiva molto utile e sul quale anche io ho avuto modo di riflettere qualche tempo fa). Punto secondo, cerchiamo il più possibile di ricordare alle persone attorno a noi quanto sarebbe preferibile se le cose cambiassero! Io, nel mio piccolo, ci sto provando: alla fine della scorsa settimana ho fondato un Circle, che si chiama BlossomINg, che ha l’obiettivo di raccogliere persone che vogliono trovare e far crescere la propria voce (è stata la naturale evoluzione del percorso sulla sindrome dell’impostore che avevo lanciato a gennaio prima di partire per il Messico, se ti fa piacere saperne di più, puoi cliccare qui e chiedere l’adesione).

Sul fatto poi che i cani siano meglio delle persone, per questo Governo parrebbe decisamente di sì, dato che hanno ottenuto il diritto di uscire prima di noi e dei nostri figli.

Infine, sul fatto che siamo di fronte a un trauma collettivo, e che non ho ancora sentito parlare di come pensiamo di rielaborare il lutto per tutte le persone care, per tutte le opportunità, per tutti i sogni che abbiamo perso, ho una domanda sola: perchè abbiamo preferito riaprire le attività produttive come prima cosa e non abbiamo invece voluto piangere, prima, i nostri morti?

NB: nessun cane, scienziato, congiunto, governante o imprenditore è stato maltrattato durante la scrittura di questo articolo. Si ringrazia Beba per la partecipazione fotografica

4 pensieri su “I cani sono meglio delle persone

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