raccontare propria storia come fare colloquio di lavoro

Raccontare la propria storia per fare un colloquio di lavoro super

Il colloquio di lavoro è l’apostrofo rosa tra il CV e il “le faremo sapere”.

Come a molti, in questi primi cinque anni di lavoro e di ricerca di un impiego di cui sentirmi soddisfatta, mi è capitato di sostenere parecchi colloqui. Di persona, al telefono e via Skype. Conoscitivi, orientativi, per capire se siamo sulla stessa lunghezza d’onda. In qualche occasione, in un’esperienza lavorativa passata, mi è anche capitato di sedere dall’altra parte del tavolo e di essere io a fare le domande.

Cosa ho imparato da tutto questo? Ho deciso di raccontarlo in questo articolo insieme a qualche dritta che ho appreso grazie alla mia esperienza e, per fortuna, anche da chi ne sa più di me

Un paio di settimane fa, una ragazza che conosco mi ha detto che avrebbe dovuto sostenere il suo primo colloquio di lavoro e mi ha chiesto se avessi qualche consiglio da darle. Dopo averle risposto, presa dall’entusiasmo, ho posto la stessa domanda alle persone che mi seguono su Instagram e ho raccolto consigli diversi, ma soprattutto mi sono arrivate molte domande su come prepararsi bene, su cosa viene chiesto più spesso e poi racconti di colloqui in cui ci sono state fatte domande a cui avremmo dovuto non rispondere.

Così ho deciso di scrivere questo articolo sul colloquio di lavoro.  Non la solita miniguida al colloquio di lavoro perfetto. ma un articolo ricco di informazioni che possano esserti utili sia se stai entrando nel mondo del lavoro , sia se hai già esperienza e desideri migliorare

Ho pensato di scrivere questo articolo ponendomi tre obiettivi: vorrei raccontarti che è importante prepararsi per un colloquio di lavoro e cercare di darti strumenti utili per farlo al meglio; darti spunti su come raccontare la tua storia in modo coerente, per giustificare le tue scelte e dare un senso al tuo percorso; e farti conoscere quali sono le domande che non dovrebbero farti e come rispondere in maniera adeguata e consapevole. Rimanendo cosciente del fatto che, comunque vada, c’è un’infinità di fattori interni all’azienda che ti ha invitato a colloquio che non c’entrano assolutamente con te. Come mi ha detto la mia amica Agnes questa mattina, a volte i processi di selezione durano mesi e tra un colloquio e l’altro passa talmente tanto tempo che non puoi startene lì a giocare a “mi hanno preso, non mi hanno preso” con la prima margheritina che trovi in un prato (anche perchè è novembre). Per cui, fai del tuo meglio, rilassati e non fasciarti la testa prima di essertela rotta.

Prima di iniziare ecco un bel cambio di prospettiva sulla ricerca di lavoro

All’università ho studiato Sociologia. Uno dei corsi che ho frequentato durante la triennale è stato Sociologia del Lavoro. Un corso interessante che, come gli altri presenti nell’offerta  formativa, si proponeva di insegnarci a non dare per scontato nulla di quel che abbiamo imparato a ritenere vero, reale e giusto. Inutile dire che questa meravigliosa spinta alla complessità ha finito per acuire il mio instancabile spirito critico e a rendermi, se possibile, ancora più rompiscatole. Ma torniamo a ciò che ho imparato a non dare per scontato del mondo del lavoro e cioè che il lavoro lo cerchiamo noi e le aziende lo offrono. Già. Sono sicura che questa è la prima volta che la senti. Ma la letteratura sul funzionamento del mercato del lavoro è abbastanza chiara in merito: siamo i lavoratori, cioè noi, a offrire il nostro lavoro alle aziende che ne hanno bisogno. Dunque , in realtà sono le aziende che cercano lavoro e siamo noi ad offrirlo. E non il contrario.

Ci hanno insegnato a credere che il lavoro è una specie di privilegio, che noi, i lavoratori, cerchiamo e che, come per tutte le risorse scarse, dobbiamo lottare per ottenere mentre aziende con posti vacanti se ne stanno lì a guardarci gareggiare, in un perverso gioco delle sedie.  Comodo, vero? Così non chiediamo niente, accettiamo quello che ci viene dato con gratitudine, non facciamo casino, non pretendiamo gli straordinari pagati e sì, vi prego, non date la paternità ai nostri partner perchè a nessun uomo interessa fare il papà. Prova a pensare a cosa succederebbe se la prospettiva si ribaltasse: se ti rendessi conto, all’improvviso, che a cercare lavoro non sei tu, ma l’azienda che ti chiama per un colloquio. Non è così strano pensarlo, in fondo per produrre le aziende hanno bisogno di competenze specifiche di cui tu sei portatore. A differenza di quello che ci hanno sempre raccontato, tu sei sul mercato del lavoro per offrire le tue competenze al miglior offerente.

Quando farai il tuo primo colloquio di lavoro non svenderti e rilassati: loro hanno bisogno di te

E tu hai bisogno di loro. Ora che siamo passati da questo cambio di prospettiva, possiamo chiederci se siamo d’accordo che è necessario arrivare comunque preparati a un colloquio di lavoro, vero? Ecco, per me, all’inizio della mia (attenzione, parolone) carriera, non era affatto così. Ci sono valute parecchie porte in faccia prima di capire che, come per tutte le prove, bisogna arrivare preparati.

Raccontare la tua storia in modo coerente durante un colloquio di lavoro

La prima domanda che, di solito, ti sentirai chiedere a un primo colloquio è: raccontami un po’ di te. Rispondere potrebbe sembrarti molto facile e invece lasciati dire che è una delle cose più difficili. Anzitutto, la persona che ti ha posto la domanda non è interessata a conoscerti, quanto invece a valutare il tuo profilo, le tue capacità di esposizione e se quanto stai dicendo è in linea con quello che hai scritto nel CV e nella lettera di motivazione. In secondo luogo, a meno che tu non abbia fatto un corso di autobiografia, o non abbia fatto molti colloqui, potresti essere un po’ fuori allenamento a parlare di te: ci viene richiesto moltissimo quando siamo bambini, poi dal liceo tutti ci chiedono di sapere cosa pensiamo, nella migliore delle ipotesi, quanto ci ricordiamo del libro che abbiamo studiato, in quella più plausibile. E terzo, probabilmente nella domanda è sottointeso che la tua risposta dovrà essere breve. Per rispondere al meglio, allora, includi chi sei, dove sei adesso e dove vuoi arrivare nei primi cinque minuti della tua risposta; prima del colloquio prendi nota di quei punti che, in base al profilo per cui ti sei candidato, vuoi assolutamente condividere con la persona che hai di fronte; giustifica i cambi di percorso, i ritardi, le difficoltà, come se facessero parte del piano più grande che hai disegnato per te; e fai pratica: presentati prima in dieci, poi in cinque e poi in tre minuti con persone diverse per annullare l’ansia da prestazione.

Come ho imparato a rispondere alla domanda che più mi spaventava e a cui non riuscivo mai a dare una risposta

Anche le persone che fanno i colloqui sono andate a scuola. Ecco forse spiegato il motivo per cui in quasi tutti i colloqui che farai ti chiederanno più o meno le stesse cose. Raccontami di te, cosa stai facendo adesso, cosa stai cercando, perchè hai scelto noi, come ti vedi tra cinque anni ecc. Tra tutte, la domanda che mi mette più in difficoltà è: perchè dovremmo scegliere te tra tutti gli altri?  Sono stata educata a non fare confronti e che, in caso di confronto obbligato, io ne sarei uscita peggio. Per cui puoi capirmi se ti dico che mi è sempre venuto da rispondere: non sapendo chi sono gli altri, non ne ho idea. E temo proprio di aver risposto così una volta (inutile dire che non li ho più sentiti).

Allora ho capito che avrei dovuto lasciar perdere la mia educazione e trovare una risposta diversa a quella domanda. In questa ricerca mi è stato molto utile rendermi conto che a interessare al mio interlocutore non è tanto la risposta, quanto il mio modo di rispondere. Dire “non so chi sono gli altri” equivale a dire “non mi interessa, non sono pronta”; e dire “io sono la più brava di tutti” equivale a dire “non ho spirito collaborativo sarà difficile inserirmi nel vostro team“. Allo stesso modo, concentrare la mia risposta sulle cosiddette hard skills, ovvero sulle competenze tecniche utili per un determinato mestiere, rende inutile qualsiasi contributo perchè, in questo caso sì, non sai chi siano gli altri, e non puoi metterti a confronto. Una volta ci ho provato e un direttore di testata, che in quell’occasione fungeva anche da CEO (vediamo se indovini chi è) mi ha risposto: ma questa è filosofia! Inutile dire che non l’ho più sentito.

La risposta giusta ha molto più a che fare con il modo di lavorare più che con l’oggetto o il soggetto del tuo lavoro. Quella domanda, perchè dovremmo scegliere proprio te, in realtà significa: qual è il massimo contributo che vuoi portare alla mia azienda? La risposta allora non può che rientrare nel campo delle soft skills, ovvero quelle competenze trasversali che ti consentono di risolvere problemi e di relazionarti con gli altri. Prova allora a chiederti: cosa mi rende unic@? Cosa, o che contesto, rende utile il mio essere unic@? Ecco questo, questo è anche il tuo punto di forza. Un’altra domanda che fanno spesso è di indicare i tuoi punti di forza e di debolezza. Ci hanno insegnato che ciò che siamo bravi a fare è la nostra forza e ciò che non siamo bravi a fare è il nostro punto debole. In realtà, la domanda dovrebbe essere posta in un altro modo e cioè: cosa ti rende forte? E cosa ti rende debole? Io potrei essere bravissima a usare i Gantt e allo stesso tempo i Gantt mi annoiano terribilmente e la mia produttività ne risentirebbe. Allo stesso modo, ciò che mi rende unica è la mia capacità di creare esperienze con le parole. E, per mia fortuna e per quella di chi sceglie di lavorare con me, è anche ciò che so fare meglio.

Cosa non dovrebbero chiederti durante il colloquio e come fare a rispondere in maniera adeguata

Ci sono poi delle domande che non dovrebbero esserti poste poichè violano la tua privacy. Il nuovo Regolamento Europeo GDPR ha confermato quanto era già in vigore: il nuovo codice privacy D. Lgs. n. 101/2018 prevede infatti che in fase di colloquio non è possibile chiedere al candidato informazioni sul proprio orientamento politico e sessuale, sulla propria religione, sull’appartenenza o meno a un sindacato, sulle proprie scelte riproduttive, sulla sua composizione familiare e qualsiasi altra area che non abbia una stretta rilevanza per valutare se il candidato è adatto o meno a quella posizione professionale. Anche chiedere la busta paga in fase di colloquio è una violazione della privacy. Il nuovo codice prevede sanzioni pari a un’ammenda da 154€ a 1.549€ o con arresto da quindici giorni a un anno.

Se ti stai dicendo che contribuire all’arresto del proprio probabile datore di lavoro non è proprio il modo migliore di farsi assumere, hai ragione, e allora cosa fare se durante un colloquio ci vengono rivolte queste domande? Sono del parere che sapere è potere. Sapere che nel portele le persone che hai di fronte si sono messe in una situazione di illegittimità, ti dà la possibilità di scegliere se rispondere, quando e come. Se non te la senti, puoi prendere tempo oppure ribattere con un’altra domanda. A me non è ancora capitato, ma a diverse mie amiche è stato chiesto se avessero in programma di avere figli, se fossero fidanzate e se volessero una famiglia. Alcune di loro, che ci sanno fare ai colloqui, mi hanno detto di aver fatto desistere l’interlocutore chiedendo a loro volta: e lei, vuole avere figli? Oppure, ho una famiglia, voglio molto bene ai miei genitori, e lei? C’è anche chi, vedendosi chiedere la busta paga, ha deciso di non proseguire il percorso di selezione. Conoscere i nostri diritti ci dà la possibilità di compiere scelte consapevoli. E anche di cambiare le cose. Una persona che conosco, che si era sentita rivolgere una di quelle domande e che aveva sviato il discorso facendo a sua volta una domanda indiscreta, una volta assunta ha portato al suo capo il problema e ciò ha fatto sì che la procedura di selezione del personale fosse rivista.

Tre motivi per cui sostenere un buon colloquio di lavoro è, in fondo, solo questione di equilibrio

1) Le persone che incontrerai al colloquio sanno molto di te. Oltre a quello che gli hai inviato tu, è molto probabile che avranno guardato anche i tuoi social network e tutto quello che hai pubblicato online. Per essere pari, e riportare l’equilibrio quando vi incontrerete, fallo anche tu, prendi informazioni, arriva il più possibile preparat@ sulle persone che incontrerai e sull’azienda che rappresentano. Tutti abbiamo i social network, anche le aziende e gli HR.

2) Le persone che incontrerai ti faranno molte domande. Vorranno conoscere meglio il tuo percorso, la tua storia, i tuoi punti di forza e di debolezza. Ti ricordo che, contrariamente a quanto ci hanno insegnato, il colloquio serve a te per stabilire se chi hai di fronte è il miglior offerente per le tue competenze: per cui, fai domande a chi ti sta di fronte.

3) Una delle professioniste che ho conosciuto grazie a Lean In, Alessia, mi ha insegnato che il miglior modo per ottenere qualcosa è fare come se già l’avessi ottenuta (le americane dicono “fake it until you make it”). Il che ovviamente non significa spacciarsi per quello che non si è o assumere un atteggiamento arrogante o sbruffone. Piuttosto, ci aiuta a sentirci più sicuri di noi stessi e rende più facile agli altri vederci in un certo ruolo, se noi ci presentiamo come se già l’avessimo raggiunto.

Hai altri dubbi o curiosità a cui non sono riuscita a rispondere? Parliamone!

Ho scritto questo articolo a partire dalle mie esperienze. Per gli aspetti legati a ciò che è legale e ciò che non lo è mi sono avvalsa dell’aiuto di alcun* amic* HR, che ringrazio. Per fare tutto questo in maniera corretta, mi sono avvalsa delle risorse che ho trovato su leanin.org (se mi hai seguito su Instagram, sai che questo percorso non sarebbe stato possibile senza il cupcake, risorsa infinita di zuccheri e conoscenza, un po’ come gli incontri incontri di Lean In Milano.  Parteciparvi  mi ha dato la spinta necessaria per affrontare la mia presenza nel mondo del lavoro in maniera più consapevole. Questo post, senza quella specifica esperienza, non sarebbe stato così approfondito).

9 pensieri su “Raccontare la propria storia per fare un colloquio di lavoro super

  1. noemi scrive:

    Articolo molto interessante che condivido avendo sostenuto , in passato, diversi colloqui. Devo dire che le cose non sono cambiate. Lo girerò ad un mio nipote in cerca di lavoro. Sono certa che potrà essergli utile. Grazie

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