cosa fare se non so fare qualcosa

Se non sai fare qualcosa, provaci, chiedi e impara

Questa mattina verso l’ora di pranzo, proprio quando stavo per andare in cucina a prendere i pistilli di zafferano da mettere insieme al brodo per fare il risotto giallo, la lavatrice ha deciso di bloccarsi con un TAC e una scritta sul display: “F05”.

Quando ero piccola e non sapevo fare qualcosa, facevo quello che fanno tutti i bambini: provavo a caso (non ero poi così speciale da non aver tentato di infilare la formina tonda in quella quadrata un sacco di volte prima di capire che, forse, dovevo metterla da un’altra parte), mi incazzavo e chiamavo “i grandi” in mio aiuto. I quali, se all’inizio si mettevano di fianco a me e insieme capivamo come risolvere il mio problema, negli anni successivi e per tutta l’adolescenza hanno preso l’abitudine a dirmi: “arrangiati“.

Sono cresciuta a prove ed errori, odiando la parola “arrangiarsi”, perchè era l’unica modalità per risolvere i problemi

Per me un problema è un modo nuovo in cui il mondo attorno a me mi si presenta trasformato e, per risolverlo, devo capire le cause della trasformazione e avere chiare le possibili conseguenze.

Così, dopo aver osservato attentamente la lavatrice, e essermi assicurata che il mio sguardo minaccioso non stava avendo alcun effetto su di lei e quel F05 restava a fissarmi con il suo color arancione strafottente, ho cercato di capire cosa non andasse e di trovare la soluzione al  problema. Anzitutto, ho cercato su Google. E lì, su un sito fantastico che si chiama riparodasolo.it, ho trovato la soluzione.

Di questo modo di affrontare i problemi, per cui prima si osserva il guaio, poi ci si arrangia per risolverlo e si fa memoria per la volta successiva, è rimasto il fatto che ancora oggi se non so una parola la cerco sul dizionario, se non so come si fa qualcosa chiedo a chi è già capace di farla e se neanche così ci riesco, prendo spunto da qualcuno che ha già risolto un problema completamente diverso e provo a trasformare quella situazione in una soluzione possibile per il mio problema (ho dedicato a questo aspetto della creatività come risorsa per il problem solving in un articolo che ho scritto per GetFIT qualche tempo fa).

Questa capacità mi è tornata utile non solo questa mattina, ma anche qualche settimana fa quando mi è stato chiesto di tenere la mia prima formazione sui social media applicati in un ambito di cui non sapevo assolutamente nulla

Sono stata contattada dalle ACLI di Milano per tenere una formazione sull’uso dei social media per la campagna elettorale, all’interno di un percorso di formazione da loro offerto insieme a Enaip, Anci e Lega Autonomie e Persona e Comunità rivolto agli amministratori pubblici locali impegnati nelle prossime elezioni e chiamato appunto Scuola di Politica per Amministratori pubblici locali. 

All’inizio ero lusingata e allo stesso tempo spaventata dalla richiesta. Non era la prima volta che mi trovavo a fare una formazione sull’uso dei social, ma ciò che era del tutto nuovo era il contesto: io non mi sono mai occupata di comunicazione politica, da un lato, e dall’altro non avevo nessuna intezione di fare quella che laureata al liceo classico si presenta come “la cuggina” in grado di fare tutto. D’altra parte però non è che io non avessi proprio niente da dire in merito a strategie di comunicazione e uso dei social media, visto che entrambi i punti sono parte del mio lavoro. Allora, ho provato a mettere in pratica quello che faccio sempre quando mi trovo di fronte a qualcosa che non ho mai fatto prima. Non volevo arrendermi e dire di no a chi mi aveva contattato, senza prima aver fatto delle verifiche.  Così mi sono chiesta:  in cosa la comunicazione per i brand è diversa da quella elettorale?

E ho deciso che, se mi fossi resa conto che le differenze erano troppe, avrei rinunciato, altrimenti, avrei studiato e avrei provato comunque a fare la formazione

Come prima cosa, ho contattato chi tra i miei contatti si occupa veramente di comunicazione politica e ho posto a loro quella domanda. Ne ho ricavato due telefonate interessantissime, una in italiano e una inglese, qualche libro da leggere e molti articoli del The Guardian sulla strategia social vincente di Alexandria Ocasio. Avere attorno a noi una rete di persone che ne sa di più è molto utile per risolvere i problemi in tutti in campi, dalla lavatrice rotta (grazie BigG) a un cliente dalle richieste complicate al lavoro fino a una formazione su un argomento su cui sai di non sapere abbastanza.

La cosa più sorprendente che ho scoperto seguendo i consigli di Amalija e Xavier, che rispettivamente si occupano della comunicazione del partito lettone Attīstībai / Par! e della comunicazione della sindaca di Torino Chiara Appendino, è che le differenze tra comunicazione elettorale e commerciale non sono poi così tante. Già nel 2009 il politologo Philippe Mareek si era accorto che noi cittadini siamo così abituati ad essere considerati principalmente come consumatori, che più i politici utilizzano tecniche del marketing commerciale per avere il nostro consenso, più noi siamo pronti a darglielo. Il processo di comunicazione che porta a vendere i servizi che un candidato sindaco offre ai suoi concittadini, è analogo a quello che tutti i giorni disegno per i brand con cui collaboro. Persino la finalità è la stessa: le persone comprano e votano solo se si fidano del brand o del candidato. Allo stesso modo, anche gli strumenti sono gli stessi. E per far vincere un candidato bisogna disegnare per l’elettore un’esperienza memorabile, esattamente come fanno i brand con cui siamo abituati a confrontarci ogni giorno.

Ho deciso dunque di fare la formazione, ma senza rinunciare all’onestà intellettuale

Mi sono presentata di fronte ai 25 allievi della scuola con una manciata di slide (che, se vi ho incuriosito a sufficienza, potete scaricare qui) e una dichiarazione di onestà. Ho detto loro chi ero, cosa avrei fatto e cosa non avrei potuto fare quella sera per loro, quali erano state le fonti che avevo usato per prepararmi e cosa avevo studiato per andare da loro quella sera. Chiaramente non potevo fingermi un’esperta di comunicazione politica, come questa mattina non potevo fingermi un idraulico. La presentazione è stata un successo, gli allievi hanno preso appunti, hanno fatto domande e mi hanno fatto giurare che avrei mandato loro le slide per poterle portare ai loro gruppi di lavoro.

Peccato non vada sempre tutto così liscio. Con la lavatrice, ad esempio, questa mattina arrangiarmi, chiedere e studiare non è stato affatto semplice. La soluzione che ho trovato in fretta si è sì rivelata quella giusta, ma non c’era scritto da nessuna parte che mi si sarebbe allagato il bagno e avrei passato le due ore successive a buttare asciugamani sul pavimento nel tentativo di arrestare quel lago che inesorabile dal bagno si stava dirigendo verso il resto di casa. La morale di questa storia? Come al solito non c’è, arrangiatevi 😉

0 pensieri su “Se non sai fare qualcosa, provaci, chiedi e impara

  1. Chiara scrive:

    Bellissimo articolo e bellissimo blog, complimenti davvero Vera!!
    Prossimamente magari possiamo organizzarci per andare a bere qualcosa 🙂

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