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Sindrome dell’Impostore: perchè ho organizzato un workshop che ne parla

Perchè non ne ho trovato uno. E così è nato Cut It! workshop sulla Sindrome dell’Impostore, che sarà mercoledì prossimo a partire dalle 19:00 a Talent Garden Merano, in via Merano 16 a Milano.

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Una sera ero a letto, impegnata in quella pessima abitudine che è annoiarsi su Instagram prima di andare a dormire. A un certo punto il mio dito si è fermato, lo sguardo attirato da un post: don’t believe everything you think, non credere a tutto ciò che pensi.

Quando qualcosa non mi è chiaro, avvicino le sopracciglia e mando indietro la parte alta del collo, abbassando gli angoli della bocca. Penso proprio di averlo fatto anche quella sera. Che cosa voleva dire: non credere a tutto ciò che pensi? Se non credo a ciò che penso, a che cosa dovrei credere? Per fortuna, il collettivo femminile di Miami che aveva generato quella domanda su sfondo verde salvia, aveva deciso di accompagnare a quella frase una didascalia più che appropriata. Stavano promuovendo un evento che si sarebbe tenuto di lì a poco dal titolo “Impostor Syndrome is real“.

Mi è bastato fare una piccola ricerca su Google per capire che non solo la Sindrome dell’Impostore è reale, ma davvero può sabotare i nostri pensieri al punto che non crederci apparirebbe la soluzione più intelligente. E secondo i risultati di uno studio condotto l’anno scorso e pubblicato sull’International Journal of Behavioral Science, il 70% dei Millennials dichiara di aver vissuto almeno un episodio di questo tipo.

Sindrome dell’ Impostore: che cos’è?

Il termine compare per la prima volta nel 1978, coniato da due psicologhe statunitensi, Pauline Clance e Suzanne Imes. Ciò che Clance e Imes osservarono era la tendenza, in particolare nelle donne, di sentirsi inadeguate o fuori contesto in situazioni in cui avrebbero dovuto, invece, sentirsi perfettamente a loro agio, perchè in possesso di competenze riconosciute o perchè in percorsi di carriera virtuosi e di successo. In particolare, le donne con cui entrarono in contatto le due psicologhe sentivano in qualche modo di non essere abbastanza brave o preparate, per svolgere il proprio lavoro o per poter esprimere la propria competenza su temi in cui erano effettivamente esperte.

Solo paura o qualcosa di più profondo? Secondo le due ricercatrici molto era dovuto alla cultura in cui quelle stesse donne erano cresciute, una cultura dove, come suggerirà 31 anni dopo la filosofa italiana Maura Gancitano, ci è richiesto di essere solo delle brave bambine, che stanno al loro posto e sono perfette. Qualche anno prima, nel 2012, Valerie Young, avrebbe pubblicato un libro ” The Secret Thoughts of Successful Women”  interamente dedicato ai meccanismi di autosabotaggio che le donne di successo mettono in atto in seguito alla sindrome dell’impostore. Credere di dover sempre essere perfette e di non essere mai abbastanza, scrive Young nel 2012, porta infatti le donne a non farsi avanti, a sentirsi spesso inadeguate, a non raggiungere gli obiettivi che si sono preposte perchè non si sentono mai abbastanza. Ma il merito del lavoro di Young, oltre ad aver circoscritto maggiormente cosa significa sperimentare la Sindrome dell’Impostore, è stato anche e soprattutto quello di riconoscere che la Impostor Syndrome non è un problema solo femminile, ma colpisce in egual modo tutte le minoranze e i gruppi discriminati.

Perchè? Perchè il modello culturale con cui siamo cresciuti prevede che le nostre possibilità dipendano dal nostro genere, dalla nostra provenienza e appartenenza sociale ed etnica, dal fatto che possiamo camminare, vedere, sentire, parlare, oppure no. E per questo stesso modello culturale, se da un lato le donne devono essere sempre perfette e non dovrebbero sperimentarsi in contesti diversi dalla casa e dalla famiglia, gli uomini devono sempre sapere tutto, in particolare negli ambiti che sarebbero loro assegnati, carriera, lavori manuali ecc. Niente di più costruito, ma è si intessuto nella nostra identità durante il nostro intero percorso di crescita.

Ecco perchè per guidare Cut It! ho scelto una professionista dell’educazione, una pedagogista italiana specializzata nella clinica della formazione. Si chiama Paola Marcialis ed è docente a contratto di Pedagogia dell’Inclusione Sociale all’Università di Milano Bicocca. Con lei, SPOILER!, andremo a rielaborare i nostri vissuti per cercare di vedere come la sindrome dell’impostore si è intessuta nella costruzione della nostra identità e, così, capire come darci un taglio.

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Cut it! si terrà a Milano mercoledì 29 gennaio 2020 al Talent Garden di via Merano. Cut It! è stato organizzato in collaborazione con Lean In Milano e Talent Garden

Ti è mai capitato di mettere in dubbio quello che sai fare? Forse non è umiltà o essere realisti, ma Sindrome dell’Impostore

E a proposito di educazione. Sono stata educata a pensare, e forse anche tu, che tutto ciò che ho acquisito derivi dal portare a compimento il mio dovere. Raggiungere i traguardi in maniera impeccabile poteva sempre e solo essere l’unico modo possibile di laurearsi, eseguire le sequenze agli esami del corso di karate e suonare al saggio di violino. In fondo, non stavo facendo nulla se non fare quello che dovevo. Ho una carissima amica che, dopo quattro mesi in un posto di lavoro nel quale le è stato assegnato un incarico di responsabilità, mi dice che non ha idea del perchè l’abbiano assunta, perchè lei, in fondo, non ha le competenze necessarie. Questo, a discapito di una laurea, un master e di quanto stia lavorando sodo per imparare ciò che, ancora, non sa. Tra la sana umiltà e l’autosabotaggio il limite è sottile. Ma se la prima ti sprona a fare di tutto per migliorarti, il secondo ti blocca dall’inviare il CV per quel lavoro per senti che potresti esser perfetta, se solo… se solo non avessi la Sindrome dell’Impostore.

Come capire se hai mai sperimentato la Sindrome dell’Impostore

La risposta più facile, sarebbe suggerirti di fare il test che Valerie Young ha sviluppato come allegato del suo libro (lo trovi qui).
Se non ti piacciono le scorciatoie, puoi certamente fare il test quando avrai finito di leggere i diversi dispositivi di comportamento, attivati dalla Sindrome dell’Impostore, che Young ha raccolto nel suo libro.

Perfezionista: stabilisce così alte aspettative su di sè, che se non raggiunte al 99%, sono vissute come un fallimento. Questo tipo di dispositivo fa sì che chi lo sperimenta metta in discussione se stesso totalmente a ogni piccolo errore commesso.

Esperto: c’è sempre qualcosa da sapere, no? Questo tipo di dispositivo fa sì che la persona si senta sempre in difetto, in un circolo bulimico di sapere che non riuscirà mai a saziare la sua insicurezza.

Genio naturale: c’è sempre qualcosa in cui sentiamo di essere bravi naturalmente. Così, ogni volta che fare qualcos’altro ci costa fatica, non ci sentiamo in realtà affatto in grado di poterla portare a termine con successo. E questo ci fa sentire degli impostori anche in quegli ambiti in cui ci sentiamo bravi naturalmente.

Supererore: chi si ritrova in questo dispositivo, è così convinto di essere un impostore che studia continuamente nel tentativo di non essere smascherato. Inutile dire che vive a braccetto con l’ansia da prestazione.

Sindrome dell’impostore: come si sconfigge?

Bhe, se ve lo dicessi adesso, dovrei uccidervi.
Vi aspetto mercoledì a Cut It!

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