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Quarantene coraggiose: Fanny e il mare

La storia di Fanny, che sta trascorrendo la quarantena su un vascello nelle acque della Nuova Zelanda

Ho conosciuto Fanny durante il mio ultimo viaggio in Francia. Viveva a Boulogne Sur Mer e lavorava al museo marittimo di Dunkirk. Ogni giorno era costretta a viaggiare in auto per un’ora e mezza tra le due cittadine simbolo del Hauts De France. Per rendere il viaggio più piacevole e sostenibile, aveva aperto un account su Bla Bla Car ed è così che io e Amalija, la mia compagna di viaggio di allora, siamo finite nella sua auto.

Quando l’ho conosciuta Fanny era infelice. Conosceva il miglior ristorante di Boulogne Sur Mer, ma non riusciva a capire come migliorare la sua vita. Solo la settimana scorsa, quando l’ho contatta per chiederle di raccontarmi come fosse finita a trascorrere la qua quarantena a bordo di un vascello, ho scoperto questa parte della sua storia che non conoscevo.

Come ho fatto per i miei ultimi racconti di viaggio, lascio che sia lei a raccontarla.

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Fanny oggi

La quarantena di Fanny nell’equipaggio della Alvei

Faccio parte dell’equipaggio dell’Alvei, una nave d’alto bordo costruita più di un secolo fa, da quattro mesi. Siamo in quarantena dal 26 marzo, ancorati nel porto di Russel, in Nuova Zelanda. Dato che il livello di rischio per chi si trova sulla nostra situazione è medio alto, saremo in quarantena fino a fine maggio. Il mio quaran-team è composto dal nostro capitano e dal suo primo ufficiale, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, il secondo è un ingegnere australiano, il nostromo è anch’esso statunitense e poi ci siamo noi marinai semplici: io, due francesi, un inglese e una ragazza tedesca. Chiude la ciurma la nostra fantastica cuoca, che viene dal Sud Africa.

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Fanny e due compagni dell’equipaggio

Le nostre giornate in quarantena sono molto simili a quelle che avremmo trascorso in porto in una situazione normale. Dal lunedì al venerdì lavoriamo dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 17:30; nel weekend di solito siamo liberi. La giornata è scandita dai pasti, che la nostra cuoca annuncia suonando una campanella: dalla mia cuccetta riesco a indovinare cosa c’è per colazione, se muffin, pancake o omelette, in base al profumo che si sprigiona dalla cucina, ancor prima che lei suoni. Consumiamo i pasti nella cambusa e la colazione diventa occasione per fare il punto della situazione: ci rivolgiamo tutti verso l’enorme mappa dell’oceano Pacifico che abbiamo appeso al muro. Avremmo dovuto partire un mese fa e raggiungere Panama passando per le Galapagos, ma con la quarantena siamo rimasti bloccati qui.

Alla fine della giornata di lavoro siamo parecchio stanchi e sporchi. Prima della quarantena andavamo al porto a farci la doccia, ma ora, poichè dobbiamo limitare l’acqua dolce per cucinare e per bere, ci laviamo sul ponte con l’acqua di mare. Oppure, se siamo fortunati, durante un acquazzone. Quando vivevo in Francia, a Boulogne Sur Mer, la mia città natale, ero abituata a lavarmi i capelli tutti i giorni. Qui, invece, non mi preoccupa nemmeno sapere che non avrò vestiti puliti fino alla fine della quarantena! Vivere su una barca ridefinisce molto le priorità.

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Il ponte dell’Alvei

Anche la corrente è limitata. Abbiamo un generatore, che però possiamo accendere solo per qualche ora durante il giorno. Durante la settimana siamo sempre molto stanchi per il lavoro, per cui la sera dopo cena andiamo a letto presto. Nel weekend invece ci divertiamo, c’è chi legge, chi guarda qualche film, chi disegna, chi prova qualche piatto nuovo da far provare al resto dell’equipaggio. Quello che preferisco è quando giochiamo a nascondino o a Gatto e Topo: è super divertente giocarci nello spazio limitato e pieno di oggetti come quello di una nave! Amo i miei compagni di viaggio: siamo in quarantena da sette settimane e siamo riusciti a non litigare neanche una volta. Ci rispettiamo a vicenda.

L’Alvei ha più di un secolo. Il nostro capitano l’ha comprata l’anno scorso sulle isole Fiji: era così messa male che la sua fine più ovvia sarebbe stata quella di essere affondata. Ma non è stato così e quindi per rimetterla a nuovo il lavoro da fare è parecchio. Quando sono arrivata qui non sapevo neanche usare un cacciavite. Ora, invece, so lavorare il legno, il ferro, so aggiustare una rete da pesca e costruire una fune. Trascorrere la quarantena in questo modo non è affatto male: ogni giorno imparo qualcosa di nuovo.

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Fanny sfiletta un pesce appena pescato

Sono arrivata qui perchè nella mia vita di prima ero triste

Ho iniziato a navigare sulle navi d’alto bordo solo l’anno scorso. Anche se sono nata in uno dei porti più importanti che la Francia ha sull’Atlantico, non ero mai salita su un vascello. Lavoravo nell’organizzazione del Festival maritittimo che ogni due anni ha luogo a Boulogne Sur Mer. Durante l’ultima edizione ho conosciuto l’equipaggio del Pelican of London, un vascello inglese. Mi offrirono di andare con loro come volontaria in un viaggio breve, da Bristol a Dublino, quattro giorni di navigazione. Ci andai, mi innamorai e quattro giorni si trasformarono in tre settimane.

Il senso di libertà che senti per mare è unico: niente internet, niente telefono, sei solo tu e il mare. Il mio momento preferito è quando devo stare di guardia: è incredibile quanto si può conoscere di una persona durante un turno di quattro ore di veglia notturna, mentre il mare scorre veloce sotto la nave e le parole prendono forma insieme alla luce che precede l’alba. La nave diventa la tua casa, l’equipaggio la tua famiglia. Ogni tuo gesto ha un obiettivo: mantenere gli altri al sicuro. Alla fine della giornata vado a letto esausta, ma felice.

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Durante la veglia all’alba sull’Alvei

Sono fiera di me stessa perchè finalmente sto vivendo il mio sogno. Ho sempre amato viaggiare, ma a parte un Erasmus di tre mesi in Islanda o qualche vacanza, non l’ho mai fatto per davvero. A mancarmi, credo, sia sempre stata l’avventura. Ho incontrato il mio fidanzato quando avevo ventidue anni e siamo andati a vivere insieme nella città dove entrambi siamo nati. Lui aveva un lavoro che lo rendeva felice, un lavoro importante, di quelli a cui non rinunci. All’inizio sembrava anche a me di essere felice: avevo ventitre anni e avevo tutto, una casa,un fidanzato, la mia famiglia e i miei amici sempre vicino. Mi sentivo davvero amata.

A differenza del mio fidanzato, non ho mai avuto un lavoro che mi soddisfacesse particolarmente. Mi sono laureata in Storia dell’Arte e l’unico lavoro per me a Boulogne Sur Mer è stato un lavoro nel settore cultura del comune. Qualche volta mi capitava di lavorare su qualche progetto interessante, ma la maggior parte del tempo mi annoiavo a morte. Ho iniziato a sentirmi sempre meno capace e ho iniziato a perdere fiducia nelle mie capacità; sentivo che dato che non mi veniva mai chiesto di pensare, di usare il cervello, sarei presto diventata stupida.

Mentre lavoravo per il Festival marittimo il mio capo mi annunciò che avrebbero voluto offrirmi un contratto a tempo indeterminato. E, così, mi sono vista, come tutti i miei amici, avrei detto di sì, mi sarei sposata, avrei comprato casa, avrei avuto dei figli. Ho visto la mia vita dispiegarsi dritta di fronte a me: avrei vissuto nella mia città natale per sempre, con le stesse persone, con lo stesso lavoro che odiavo, facendo lo stesso percorso tutti i giorni dal mio appartamento al mio ufficio. Nessuna avventura.

Così ho mollato tutto

Lasciare il mio fidanzato è stata la cosa peggiore. Realizzare che dopo tanti anni insieme c’è ancora l’amore, ma a mancare è una visione del futuro condivisa, è stata veramente dura. Mi sono sentita veramente in colpa. Una volta di ritorno dall’Irlanda, dopo le mie tre settimane sul Pelican of London, ho fatto richiesta per il visto lavorativo in Nuova Zelanda e tre settimane dopo sono partita. Ora sono fiera di me stessa: sto vivendo l’avventura che ho sempre voluto vivere. Non mi sono mai sentita così libera e potente in tutta la mia vita. Ora so che posso fare tutto ciò che voglio e arrivare dove ho sempre sognato.

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Fanny al lavoro sull’Alvei

Quando la quarantena sarà finita

Credo che la prima cosa che farò quando la quarantena* finirà sarà camminare. Non si cammina molto su una nave e mi manca il contatto dei piedi con la terra. E poi farò una doccia calda e una lavatrice. Dopo, non ne ho idea. Il nostro capitano sta cercando una possibile rotta, forse andremo verso le Samoa. La pandemia ha reso qualsiasi panificazione impossibile. Avevo pensato di tornare in Francia per le vacanze estive, ma se dovessi scegliere dove passare la quarantena, sto meglio dove sono adesso! Mi piacerebbe andare a lavorare come marinaio in Canada l’anno prossimo, se sarà ancora possibile.

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L’Alvei

La quarantena di Fanny è finita il 13 maggio. Fanny ha festeggiato con una passeggiata fino alle docce pubbliche disponibili nel porto di Russel. E ora è pronta a salpare di nuovo.

3 pensieri su “Quarantene coraggiose: Fanny e il mare

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