cosa vuol dire spreadworking

Cos’è lo spreadworking

Definizione e risorse utili sul modo di lavorare che la maggior parte di noi ha sperimentato in quarantena e che gli altri chiamavano smartworking

Durante la quarantena della primavera 2020, per il contenimento del contagio da Covid-19, ho imparato a fare il pane e la pizza, ho riletto l’intero ciclo di Avalon, in cui la scrittrice statunitense Marion Zimmer Bradley rinarra i racconti della saga arturiana dal punto di vista femminile di Morgana, e ho inventato la parola spreadworking per raccontare il lavoro di chi stava lavorando da casa in condizioni che non avevano proprio nulla di smart.

Come nasce la parola spreadworking?

Il primo mese di quarantena è stato difficile per tutti. Non avevamo idea di quando sarebbe finita ed è stato pure difficile capire com’era cominciata. Credo che le conferenze stampa del Presidente Conte non abbiano raggiunto lo stesso share dei mondiali 2006, solo perchè la maggior parte di noi le guardava via social. In ogni caso, sin da fine febbraio le multinazionali prima e tutte le aziende italiane fino alle pmi e alle partite iva, hanno seguito quanto previsto dal DPCM del 9 marzo 2020 adottando, laddove possibile, l’erogazione della prestazione lavorativa da remoto. Il decreto lo chiamava smartworking e così anche i mezzi di stampa e le aziende.

Peccato che le condizioni a cui quasi il 20% della forza lavoro italiana era costretta a lavorare, non avessero nulla di smart. È emerso subito, sin dalle prime storie che ho iniziato a raccogliere a fine marzo, che il vuoto normativo generato dal DPCM, che aveva concesso lo smartworking senza estendere però anche gli obblighi di legge per la sua regolamentazione, aveva contribuito a generare un modo di lavorare totalmente sregolato. Senza orari e senza tutele, i lavoratori e le lavoratrici che lavoravano da casa dovevano convivere con un lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio, con capi che chiamavano a qualunque ora del giorno e del fine settimana, email a tutte le ore, richieste a cui era impossibile sottrarsi. Ho raccolto più di una trentina di storie. E ho coniato il termine spreadworking.

Smartworking e spreadworking: trova le differenze

Durante le mie ricerche sul tema, per cui ho coinvolto anche un’esperta di risorse umane, due avvocate del lavoro e un sindacalista, che mi hanno aiutata a dare risposte alle persone che si trovavano in quelle situazioni (gli e le spreadworker), mi sono ritrovata spesso a dover rispondere alla domanda: ma qual è la differenza tra smartworking e spreadworking? Credo che le differenze siano molteplici e risiedano nelle condizioni che rendono possibile l’uno e l’altro.

Secondo la legge 81/2017, lo smartworking si definisce per la presenza di 5 condizioni

  • Obiettivi: la prestazione lavorativa in condizione di smartworking è erogata per obiettivi, concordati tra le parti all’interno di accordi inviduali
  • Reperibilità: poichè il lavoro è articolato per obiettivi, all’interno degli accordi individuali le parti concordano anche gli orari di reperibilità del lavoratore o della lavoratrice. Che, detto in altri termini, significa che quindi non sono obbligati a essere connessi e reperibili sempre dalle 9:00 alle 18:00 con la pausa pranzo dalle 13:00 alle 14:00, come se fossero in ufficio
  • Disconnessione: dunque, ne consegue che il lavoratore e la lavoratrice debbano avere sempre la libertà di esercitare il proprio diritto alla disconnessione in tempi e modalità concordati con l’azienda
  • Strumenti: l’azienda deve mettere a disposizione di lavoratori e lavoratrici gli strumenti necessari per lo svolgimento del loro lavoro. Dal pc aziendale alla connessione internet
  • Sicurezza: perchè le persone possano lavorare in smartworking, la loro postazione lavorativa deve essere considerata sicura. Per questo, all’inizio dello smartworking le aziende sarebbero state tenute a inviare ai propri e alle proprie dipendenti l’informativa sulla sicurezza, come previsto dalla legge

Se la tua azienda non ha rispettato uno o più di questi punti, non c’è problema: eliminando l’obbligo di legge degli accordi inviduali, di fatto, si è eliminato anche l’obbligo di rispettare questi punti. E, a quanto pare, anche di controllare in che modo le aziende hanno gestito la cosa.

Ed ecco che entra in scena lo spreadworking. Le cui caratteristiche sono

  • il tempo di lavoro colonizza quello privato e delle relazioni: il controllo esercitato dal management, sotto forma di continue chiamate, email, messaggi, riunioni, meeting e standup, rende impossibile la disconnessione, al punto che sembrava di convivere, non solo il o la nostra partner, ma anche con i di lui o di lei manager e coworker
  • spazio di lavoro e spazio domestico coincidono: condizione strettamente legata alla precedente, forse dovuta anche più alla condizione di lockdown, trasforma lo spazio domestico in spazio di lavoro impedendo alle persone di riconoscersi in più identità appiattendole alla sola esistenza come lavoratori e lavoratrici
  • vengono a mancare uno o più dei 5 pilastri dello smartworking: totalmente sregolamentato e senza alcun controllo, venendo meno gli accordi individuali, gli spreadworker non hanno strumenti per cambiare la propria situazione, se non la negoziazione

Ovviamente, poichè la regolamentazione dello smartworking si riferisce al lavoro dipendente, e non al lavoro autonomo di freelance e liberi professionisti, anche la definizione di spreadworking si comporta allo stesso modo.

Chi ha provato a dire no allo spreadworking

In seguito anche alla condivisione delle mie riflessioni sullo spreadworking, una giovane donna, di cui avevo raccolto la storia nel mese di marzo, mi ha scritto per raccontarmi di aver preso coraggio e di aver affrontato il problema con i suoi superiori. Si era resa conto che, se anche la strada per lo spreadworking nell’azienda dove lavora era già spianata, da sempre si lavorava molto di più e i e le manager erano abituati a disturbare le persone nei fine settimana; ciò che per lei era cambiato, e le causava un’enorme ansia, stress e aveva intaccato negativamente la sua motivazione e la sua produttività, era la continuità della condizione e il fatto di non poter mai sentirsi in grado di scegliere se dire sì o dire no.

Il meccanismo, mi ha detto, si basava sul fatto che, dato che tutti eravamo bloccati in casa, non c’erano motivi per non lavorare sempre. Così, ha portato avanti la sua negoziazione su quest’ultimo punto. E il suo è un quasi lieto fine: qualche giorno fa le ho chiesto com’era finita e mi ha detto che, se anche continua a fare gli orari pazzi di prima, si sente più consapevole delle reali urgenze e delle sue responsabilità e si sente libera di dire sì e di dire no, più padrona delle sue scelte, senza sensi di colpa.

Quale è, davvero, il lavoro del futuro?

Da maggio lo sport preferito di media e persone esperte in risorse umane è capire se lo smartworking sarà il lavoro del futuro. Anzitutto, mi viene da dire, sarà interessante vedere quanti tra noi under 35 avranno ancora un lavoro alla fine dell’estate. E, in secondo luogo, mi sembra che la domanda sia mal posta, dato che è evidente che solo una minima parte delle persone ha sperimentato il vero smartworking. La maggior parte, infatti, ha solo lavorato da casa.

Un altro punto che, a mio parere, è stato totalmente ignorato da chi si sta occupando del tema è la disuguaglianza sociale, legata a fattori economici e demografici, emersa insieme al telelavoro. Non tutte le persone, infatti, hanno una casa che si presta adeguatamente a svolgere una qualsiasi prestazione lavorativa: conquilini, genitori anziani, figli a cui badare, camere doppie, connessione a internet scadente, assenza di postazioni con luci, piani di lavoro e sedute adeguate, la mancanza dell’aria condizionata, sono solo alcuni degli elementi che rendono una casa un posto dove non è possibile lavorare bene. Dalla mia unica abitazione, in affitto, al caldo della pianura padana ho visto persone lavorare dalla casa al mare e da quella al lago dal 4 maggio o dalla ciclabile della Valtellina, postando storie su Instagram con #estateitaliana e #smartworking.

Non tutti i lavori, poi, possono essere fatti da casa. Uno studio di McKinsey, condotto negli USA durante i primi mesi di lockdown, riporta che il 70% dei lavori non può essere svolto in smartworking e che ci sono milioni di lavoratori nei settori primario e terziario si stanno avviando verso la soglia di povertà perché sono fermi senza lavoro dalla primavera. Se la situazione in Italia è più rosea è solo perchè il DPCM del 9 marzo ha bloccato le assunzioni fino al 16 agosto prossimo. Anche da noi, poi, la forza lavoro interessata dal lavoro da casa è stata quella dei cosiddetti lavoratori della conoscenza, che guarda caso si trovano per la grande maggioranza a Milano e Roma e che raggiungono il 30% della forza lavoro italiana solo aggiungendo chi lavora nel settore pubblico.

Insomma, che sia smartworking, spreadworking, homeworking, southworking, il lavoro da un luogo che non è l’ufficio o l’azienda o la fabbrica o il campo non è il lavoro del futuro, almeno non per tutti e tutte, ma solo per chi se lo può permettere.

Oltre lo spreadworking

Quel che è certo è che c’è un interesse, mi pare, molto forte in Italia per venderci lo smartworking come assolutamente positivo. Certo, il vero smartoworking ha degli aspetti positivi, io che da due anni e mezzo lavoro da casa come libera professionista due giorni alla settimana posso confermarlo, ma sarebbe necessario anzitutto che fosse regolamentato e che l’obbligo degli accordi individuali venisse reintegrato a partire da settembre. E che non diventi la trovata politica per sopperire all’eventuale chiusura delle scuole.

Per andare oltre lo spreadworking serve, a mio parere, un cambio di cultura. Manageriale, per cui è necessario che i e le manager imparino a fidarsi dei propri collaboratori e collaboratrici, che la loro funzione sia sempre più progettuale e sempre meno di controllo e che imparino a rimodulare l’organizzazione del lavoro secondo nuove modalità slegate dalla presenza e dal tempo. Ed esistenziale, per cui è necessario che anche noi lavoratori e lavoratrici impariamo che il lavoro non è il solo aspetto delle nostre vite a definirci, che possiamo dire no senza sentirci in colpa e che le nostre sfere della vita altre da quella lavorativa hanno eguale dignità di esistenza (e, poi, troverò qualcuno che mi spiegherà perchè su 365 giorni l’anno abbiamo deciso che fosse necessario lavorarne più di 300).

Risorse utili sullo spreadworking

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Quarantene coraggiose: Sara e il tempo

La storia di Sara, del tempo in quarantena trascorso al lavoro, nell’orto e con sua figlia Viola, aspettando pomodori maturi e una nuova normalità

Sara è una viaggiatrice. Battuta pronta e occhi sempre attenti, con lei ho condiviso gli ultimi anni di pendolarismo ed è sempre a lei che devo i consigli più preziosi su viaggi, vini e ristoranti. Sara è una dei tre milioni di donne italiane che hanno visto la propria situazione lavorativa e familiare messa più a dura prova durante i primi mesi di emergenza sanitaria, complice la chiusura delle scuole e un mercato del lavoro che è sempre meno accogliente per le donne e per le mamme con figli con meno di quindici anni.

Sara ha trascorso il tempo della quarantena insieme a sua figlia Viola. E mentre Sara lavorava, affrontava la crisi della sua azienda, il conseguente fermo e la cassa integrazione in deroga fino a data da destinarsi, lei e Viola hanno disegnato tantissimo, aspettato invano la didattica online, piantato i pomodori nell’orto, guardato Frozen ancora e ancora, salutato il babbo che andava a lavorare tutte le mattine e creato quaderni fotografici dei loro ultimi viaggi (tra cui quello che ha ispirato anche il nostro viaggio in Mesoamerica ).

A Sara, e al tempo di ricchezza e sofferenza che è stato per lei il lockdown, ho deciso di dedicare la terza delle quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Leila e quella di Fanny, lascio che sia lei a raccontarlo.

Sara nel suo giardino

Ho passato la quarantena con mia figlia Viola di quattro anni e mio marito Claudio. Siamo stati a casa, a Melegnano, per tutto il tempo del lockdown. Per fortuna casa nostra ha un giardino e abbiamo potuto godere di questo piccolo spazio verde durante i giorni di quarantena.

La mia quarantena lavorativa è iniziata prima del 9 marzo quando, improvvisamente, il 23 febbraio, il primo caso di Covid è stato ufficializzato a Codogno, a qualche kilometro dalla cittadina dove abitiamo. La mia azienda aveva valutato che, per la nostra sicurezza, fosse meglio non recarci in ufficio.

Il tempo del lavoro: investito e guadagnato

E, così, abbiamo iniziato a lavorare in smartworking.

Nel primo mese ho lavorato otto ore tutti i giorni come se fossi stata in ufficio. Per fortuna Viola ha collaborato e fatto la brava, autogestendosi e giocando con il suo babbo, il quale, avendo un negozio alimentare, aveva sì ridotto l’orario, ma è riuscito sempre a lavorare. Uno degli aspetti che mi è mancato di più a livello lavorativo è stato il contatto con i miei colleghi. Siamo un team affiatato ed è stata una grossa privazione in questi mesi di lavoro da casa. Ci consultiamo molto e per fortuna con i mezzi a nostra disposizione siamo riusciti spesso ad incontrarci, anche se virtualmente.

Invece, il fatto positivo del lavoro smart è che ho potuto evitare le ore di viaggio casa-ufficio-casa e quindi ho ottimizzato al massimo le ore di sonno che altrimenti di solito mi godevo solo nel fine settimana.

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La prima passeggiata, e il primo caffè, dopo il 4 maggio

Il tempo delle relazioni: che non ci sono più e che continuano ad esserci, nonostante tutto

Una cosa molto difficile che ho dovuto affrontare è stato far capire ai miei genitori di settant’anni la gravità della situazione. Soprattuto perchè all’inizio è stata un po’ sottovalutata, e non capita, e solo in un secondo momento si è poi rivelata nella condizione che tutti ormai conosciamo.

Al di là di tutto, io comunque sono sempre stata un po’ “giapponese” a livello di strette di mano e contatto fisico, cioè: ho sempre preferito evitare. Quindi devo dire che ho accolto molto bene il distanziamento sociale e non mi manca assolutamente la modalità di relazione che invece prima era inevitabile.

Il tempo recuperato per la casa, per la famiglia e per sè

Diciamo che la quarantena mi ha anche trasformata un po’ in massaia disperata. Sembra facile da dire, ma gestire colazione, pranzo e cena per sette giorni per tre persone non è facile. E senza alcun accesso facilitato a supermercati e negozi alimentari, la mia creatività è stata messa a dura prova. E sarei stata davvero in difficoltà se avessi lavorato a tempo pieno.

Sì, perchè, dal 1 aprile la mia azienda ci ha messo in cassa integrazione al 50% e quindi di tempo libero ho iniziato ad averne molto. Così, cosa che non avrei potuto gestire con il lavoro presenziale, ho potuto occuparmi del giardino e dell’orto.

Insieme a Viola, che mi ha dato una mano sin da subito, ho organizzato un orticello urbano con qualche ortaggio. E spero che presto mi dia i frutti tanto aspettati.

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I pomodori dell’orto di Sara e Viola

Il tempo futuro: che già si costruisce, anche se fa ancora un po’ paura

La fase in cui ci troviamo mi sta facendo ancora un po’ paura. Non mi sento sicura del tutto a uscire, spensierata come prima del Covid19: ce la sto mettendo tutta e so che, poco a poco riprenderò, a fare tutto quello che facevo prima. Di solito sono una programmatrice di viaggi, appena tornata, anzi sul mezzo che mi riporta a casa di solito penso già alla prossima meta. Ma questa quarantena, purtroppo, mi ha fermata parecchio, il mio lato orso ha preso il sopravvento e sto molto bene in casa.

Cosa non mi mancherà? Vedere mia figlia che giocando, simula il mio lavoro utilizzando il suo pc giocattolo e che, invece di poter uscire e giocare con gli amici al parco o all’asilo, fa riunioni parlando per finta con la sua amica immaginaria.

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Bignami per spreadworker

Due avvocate, un sindacalista e una HR rispondono alle vostre domande sullo spreadworking

Quando ho raccontato le storie di chi stava lavorando da casa durante la quarantena Covid-19, non mi ero resa conto di quanto fosse diffuso quel malessere che le persone avevano deciso di condividere con me. Chi lamentava la mancanza di sicurezza, chi di un orario di lavoro, chi ancora di organizzazione, chi di semplice rispetto. La situazione comune riguardava il fatto che lavorare da casa per molte persone non aveva nulla di smart, tanto che ho sentito necessario, per poterne parlare, inventare una nuova parola. Così ho creato il concetto di spreadworking, inteso come lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio.

Insieme alle storie degli e delle spreadworker, sono arrivate molte domande su come poter uscire dalla situazione o su come gestirla meglio (da cui è nata questa riflessione). La fine progressiva della quarantena e le misure che l’hanno accompagnata, DL Rilancio in primis, non sono state risolutive delle situazioni di malessere lavorativo ed esistenziale generate dai precedenti DPCM e, anzi, hanno finito per acuire alcune situazioni. Ecco perchè per rispondere alle vostre domande ho dovuto chiedere l’aiuto dell’avvocata Chiara Ferrera, della giuslavorista Denise Milan, del sindacalista Sergio Venezia e di Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, che già mi aveva aiutato a fare luce sul problema.

Le risposte alle vostre domande

Le trovate di seguito, raccolte per macrotemi, seguite da una domanda che non mi ha fatto nessuno e che, invece, avrei tanto voluto ricevere.

Lavoro in spreadworking. Quanto è legale? E come posso cambiare le cose?

Risponde l’Avv. Ferrera.

La deroga recentemente introdotta riguarda anzitutto la sola procedura di accesso al lavoro agile, non certo il contenuto e i principi tracciati per tale modalità di lavoro, sanciti dalla legge 81/2017 e richiamati espressamente dai DPCM successivi. Se è vero che tali DPCM non pongono espressamente l’obbligo degli accordi individuali in capo al datore, è pur vero che, nel vuoto normativo conseguito all’esclusione della necessità degli accordi, per assicurare che l’applicazione concreta del lavoro agile sia conforme a legge, si rende comunque necessaria la definizione delle concrete modalità di lavoro. Anche da parte del lavoratore o della lavoratrice, attraverso una richiesta che può essere più o meno formale.

Ricordiamo che gli ambiti del lavoro agile, previsti dalla legge, e dunque possibile oggetto di tale richiesta sono: l’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi; l’assenza di precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro; la comunicazione della normativa relativa alla sicurezza, che deve essere trasmessa anche per via telematica; la definizione della durata massima dell’orario di lavoro, giornaliero e settimanale, nei limiti stabiliti dalla legge e dai CCNL; e la definizione dei tempi di riposo nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione.

Risponde la Dott.ssa Milan.

Questo vuoto normativo può essere fonte di abuso da parte di alcuni datori di lavoro che, non avendo concordato individualmente tempi e modalità della prestazione lavorativa e neppure concesso la strumentazione apposita, beneficiano di prestazioni ben oltre il normale orario di lavoro. Quello che consigliamo di fare, in materia di spreadworking, è di far valere il proprio diritto alla disconnessione, così come previsto dalla legge 81/2017. Nei fatti, questo può avvenire, per esempio, spegnendo i dispositivi e comunicando via email al datore di lavoro e ai clienti che la presa in carico della richiesta da parte vostra avverrà soltanto alla ripresa del vostro orario di lavoro.

Per chi lavora nel terzo settore, come dovrebbero relazionarsi lavoro da casa e cassa integrazione?

Risponde la Dott.ssa Milan.

La relazione dovrebbe essere la stessa in tutti i settori. Una problematica che sovente ci viene riportata è l‘uso promisco di cassa integrazione e lavoro da casa. Alcune aziende utilizzano la cassa integrazione per evitare costi, imponendo comunque la prestazione lavorativa ai propri dipendenti, i quali, temendo di perdere il posto di lavoro, accettano di lavorare anche in quei periodi in cui risulterebbero in CIG. In questi casi, indipendentemente dal settore, andrebbe impugnata la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive.

Lavoro per una grossa società di consulenza e mi sembra di non aver conosciuto altro che spreadworking, ma adesso non ho più una vita. Cosa posso fare?

Risponde la Dott.ssa Milan.

Se si tratta di problematiche comuni, sarebbe utile fare una richiesta collettiva, attraverso la figura del rappresentante sindacale interno all’organizzazione, in modo tale da non esporre troppo nessun lavoratore o lavoratrice e vedere comunque garantita la tutela del proprio diritto.

Buoni pasto: come funzionano durante lo smartworking in deroga?

Risponde l’Avv. Ferrera.

Anche questo aspetto andrebbe regolato mediante gli accordi individuali. In ogni caso, salvo diverse intese o accordi sindacali, non si rinviene uno specifico obbligo in tal senso a carico del datore di lavoro. Andrà dunque verificato caso per caso se e in che misura i buoni pasto vadano riconosciuti al dipendente.

Dal 25 maggio nel mio ufficio facciamo i turni tra lavoro in azienda, cassa integrazione e lavoro da casa. Come funziona?

Rispondono la Dott.ssa Milan e la Dott.ssa Columbro.

Nonostante quanto riportato da alcune testate giornalistiche, al momento non esistono ordinanze specifice che consentano il prolungamento del consueto orario di lavoro articolandolo in turni. Come detto in precedenza, qualora si attesti un uso promiscuo di lavoro e cassa integrazione, è consigliabile impugnare la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive; e qualora si prosegua con lo smartworking in deroga, si consiglia di accordarsi con il datore di lavoro per la sua attuazione attraverso la forma degli accordi individuali.

I recenti DPCM hanno disposto lo smartworking in deroga fino a fine emergenza, ossia il 31 luglio prossimo. L’unica categoria che a oggi può richiederlo come diritto sono i genitori di figli di età inferiore ai 14 anni.

Qualora venga richiesto al lavoratore o alla lavoratrice di tornare a lavorare in ufficio e ci si rende conto che l’applicazione delle normative sulla sicurezza non sia stata eseguita coompletamente, si consiglia di rivolgersi al proprio rappresentante sindacale, laddove presente, in alternativa alle Organizzazioni Sindacali. Proprio in questi giorni stiamo infatti riscontrando un uso distorto del potere disciplinare, volto esclusivamente a eludere il divieto dei licenziamenti. Ricordiamo infatti che i licenziamenti per giusta causa sono possibili anche in questo momento, a prescidere dalle richieste di cassa integrazione o di altri tipi di aiuti statali.  Ai sensi dell’art. 80 D.L. 19 maggio 2020, n. 34 nel medesimo periodo sono sospese le procedure collettive pendenti. Sono altresì sospese le procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Mi rendo conto che i miei diritti sono stati calpestati: cosa posso fare?

Risponde Sergio Venezia.

Anzitutto, è importante ricordarsi che non siamo soli o sole. La richiesta della tutela dei propri diritti di lavoratori e lavoratrici dovrebbe andare di pari passo con il senso di comunità, per cui non portiamo avanti solo i nostri diritti, ma anche quelli di quanti condividono con noi la medesima situazione di malessere. Insieme, si può fare molto, da soli, molto poco. Come sindacato, noi mettiamo a disposizione un percorso rivolto all’individuo, mantenendo sempre anche un’attenzione collettiva. Il percorso inizia con una consulenza, gratuita e aperta anche alle persone non iscritte, volta ad ascoltare il disagio del lavoratore o della lavoratrice e a comprendere la sua forza contrattuale. A questo punto, la persona decide come procedere: se intraprendere un’azione individuale, legale o di rappresentanza, oppure un’azione collettiva. Per procedere, e solo a questo punto, è richiesta l’iscrizione al sindacato. L’anonimato è garantito per tutto il percorso di consulenza.

Esiste inoltre un servizio, offerto dalle firme sindacali, almeno in Lombardia, in Veneto e in altre regioni del Centro Nord Italia, che si chiama Sportello Disagio Lavorativo. Tale funzione ha lo scopo preciso di fornire la prima consulenza al lavoratore e alla lavoratrice che decide di lasciarsi consigliare da noi, in seguito a una situazione di malessere che sta vivendo al lavoro. Troppe volte le persone si rivolgono a noi quando è troppo tardi: quello che io consiglio è di rivolgersi subito al sindacato quando si inizia a percepire che qualcosa non va, per diventare consapevoli della propria forza contrattuale e poter cambiare le cose prima che sia troppo tardi.

Soprattutto tra i giovani, il “mi sono fatto da solo” sta diventando sempre più un valore. I cosiddetti crumiri ci sono sempre stati, ma oggi chi gioca da sol@ fa del male soprattutto a se stess@. Io credo, invece, che aiutare gli altri e farsi aiutare dagli altri, riconoscendosi simili nel problema per trovare una soluzione comune, sia la chiave per vivere bene il presente e, soprattutto, il futuro. Oltre alla consulenza e rappresentanza sindacale, è possibile attivare anche altri percorsi. Ci sono, per esempio, i gruppi di mutuo auto aiuto, in cui le persone che condividono un malessere, lavorativo o esistenziale, si riuniscono per imparare a risolvere, insieme, le proprie situazioni individuali.

[E io aggiungo] Anche le community che sorgono attorno al sistema professionale, nomino spesso Lean In, possono essere d’aiuto. I Circle nascono come gruppi di persone che si riuniscono per affrontare insieme una determinata situazione legata a diverse sfere della vita.

La domanda che non ho mai ricevuto e che invece avrei voluto ricevere

In tanti e tante hanno commentato Non chiamatelo Smartworking, soprattutto sui social. L’articolo è stato letto per intero da qualche migliaio di persone. Sono entrata in contatto con le storie di circa trenta spreadworker. Ma nessuna azienda ha voluto raccontarmi il suo modo di gestire o di non gestire lo spreadworking.

A onor del vero, ho ricevuto l’invito a raccogliere le storie delle aziende virtuose da parte di una persona che stimo molto e credo che lo farò, dato che mi piace dare voce a tutti i personaggi di una storia. Mi è molto dispiaciuto, però, non aver ricevuto la domanda che segue.

Come azienda: come posso gestire al meglio lo smartworking in deroga?

Risponde la Dott.ssa Columbro.

I punti essenziali di un accordo individuale, redatto in forma scritta e sottoscritto anche dal lavoratore, che le aziende dovrebbero tenere in considerazione, potrebbero essere spiegati come segue:

  1. anzitutto, l’accordo deve contenere cosa l’azienda intende per smartworking per distinguerlo dal telelavoro;
  2. deve definire poi dove i dipendenti possono lavorare, poiché non è detto che si possa lavorare al bar o in luoghi pubblici, come una spiaggia o un rifugio in montagna, per motivi di privacy;
  3. è possibile per l’azienda indicare quali dipendenti possono usufruire dello smartworking, se tutti e tutte, oppure solo alcuni in base al contratto oppure in base alla funzione;
  4. l’accordo deve poi individuare i tempi di riposo del o della dipendente: la legge dice che vi può essere flessibilità, ma dice anche che va rispettato l’orario settimanale del contratto nazionale di appartenza. In questo senso, le aziende possono definire anche gli orari di reperibilità, impegnandosi, laddove è previsto, a corrispondere il dovuto indennizzo ai dipendenti;
  5. l’accordo contiene anche gli eventuali strumenti di lavoro (non c’è l’obbligo) forniti ai dipendenti durante lo smartworking. Tra questi, alcuni possono essere volti ad assicurare la piena concentrazione delle persone, come per esempio una rete internet con accesso solo ai software e siti autorizzati;
  6. sicurezza sul lavoro: l’azienda deve inviare l’informativa sulle norme e le buone pratiche da seguire durante lo smarworking, anche in forma telematica;
  7. infine, è necessario specificare le modalità di recesso dall’accordo .

E, ora, spreadworker, tocca a te: cosa farai per cambiare la tua situazione? E insieme a chi lo farai?

Se hai ancora delle domande, scrivimi e cercheremo di rispondere.

Nell’immagine, il fondo della piscina del Farm Cultural Park di Favara, Sicilia. La scritta appare evidente solo quando la luce rossa si accende. Ho scelto questa immagine perchè ci sono cose, a volte, che siamo capaci di vedere solo quando siamo in emergenza.

produttività lavoro si no infatti

Ma perchè lavoriamo così tanto?

Cosa fare se dal lavoro dipende il nostro valore e la produttività è la misura di questo valore

Mentre raccoglievo il materiale per scrivere Bignami per spreadworker mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che per poter dare una risposta alle domande che avevo raccolto, avevo bisogno di coinvolgere ben quattro persone in virtù delle loro distine professionalità ed esperienze. Certo, non dovrei essere stupita, dato che viviamo in un Paese che ha delegato al professionismo la funzione di mediazione tra una burocrazia sempre più articolata e i suoi cittadini; non a caso, gli ordini professionali continuano a prosperare, anche se le tutele su cui sono chiamati a esercitare, contano sempre di meno.

Come è emerso da molte delle storie che ho raccolto, anche e soprattuto in seguito alla pubblicazione di Non chiamatelo smartworking, eravamo spreadworker già prima della pandemia. Qualche giorno fa Sam Blum, giornalista di Vox.com, si chiedeva se la quarantena stesse decretando la fine della produttività come valore fondativo della società americana e, più in generale, della società occidentale contemporanea.

Nonostante sia ormai comprovato che più ore di lavoro non significano più qualità, anzi, troppo lavoro finisce per diminuire la produttività, noi continuiamo a lavorare anche più di dodici ore al giorno e all’aperitivo del venerdì facciamo a gara a chi ha lavorato di più.

Perchè lavorare tanto fa ancora rima con lavorare bene

Da un lato, questo accade per una miopia del management italiano, che è ancora convinto di vivere e fare business negli anni ’80, per cui più lavori più fatturi. Dall’altra perchè, come mette in luce Blum, la nostra identità professionale è, oggi, la nostra identità dominante.

Uno dei motivi per cui per molti e molte spreadworker è così difficile dire no, apparirebbe dunque essere quello che Anat Keinan, docente associata di Marketing e Comunicazione all’Università di Boston, descrive all’interno di articolo di Blum: se il lavoro è diventato il parametro con cui misuriamo il nostro valore come persone, e la produttività la misura di questo valore, rifiutarsi di lavorare sempre, rinunciando a livelli sempre più alti di produttività, significherebbe scegliere consapevolmente di diminuire il proprio valore, a livello sociale ed emotivo.

Se la produttività equivale alla desiderabilità sociale

Cambiare e togliersi da questo enorme condizionamento, che in altri articoli non a caso ho chiamato doppio legame, non è affatto semplice, se persino chiedere le ferie di quest’estate o far rispettare il proprio diritto alla disconnessione, previsto dalla legge, genera in molte persone un senso di colpa tale da farle desistere. Se non riusciamo a farlo dall’interno, allora, possiamo sempre tentare di far scattare il mutamento a un livello superiore: cosa succederebbe se iniziassimo a considerare il lavoro solo un lavoro e comprendessimo, nella nostra realizzazione personale, altre sfere della vita? Cosa succederebbe se dall’equazione lavoro quindi sono, togliessimo la componente di valore e lasciassimo soltanto lavoro quindi vengo pagat@?

A queste domande hanno cercato di rispondere diverse realtà, tentando di sviluppare soluzioni alternative e sostenibili, come quella, ad esempio, dell’economia del bene comune, che rimette al centro la persona nella sua interezza e vede il lavoro come una delle sue possibili aree di sviluppo. Esistono poi diversi esperimenti di realtà alternative, dove il benessere delle persone è calcolato in modo diverso e dove al centro ci sono le competenze delle persone e il tempo diventa la risorsa meno scarsa e allo stesso tempo più preziosa. Molte persone, durante la quarantena, hanno potuto sperimentare una pausa dalla vita lavorativa ed è possibile che in tanti e tante abbiano riscoperto passioni e interessi, potendo intravedere di nuovo sfere di possibilità da tempo sopite.

Io credo che, probabilmente, sarebbe più facile pretendere che i nostri diritti vengano rispettati, se iniziassimo a comprendere la nostra identità professionale e la sua piena realizzazione solo come una delle tante possibili. Penso anche che dovremmo imparare a dire più no, quando è necessario, e ad aiutarci di più tra noi che condividiamo una stessa condizione: è un cambiamento che deve partire dalle singole persone, ma che è necessario portare avanti insieme.

Credo infine che la consapevolezza di questo stato di cose sia il primo passo per costruire la nostra libertà, per questo ho voluto scrivere questo articolo, per questo, in generale, amo raccontare: credo che da ogni storia possiamo interpretare noi stessi e comprendere meglio quello che ci circonda, a livello individuale e sociale, la funzione del mito è sempre stata questa. Credo che sia importante raccontare, lasciare spazio a versioni differenti della stessa storia, perchè solo così possiamo creare, narrandole, versioni diverse della realtà. Ciascuno con la propria voce, ma per il benessere di tutti e tutte.

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Quarantene coraggiose: Leila e la notte

La storia di Leila, delle notti di Ramadan in quarantena e della sua veglia fino al mattino

Conosco Leila da qualche anno. Di lei mi colpiscono sempre la dolcezza nella sua voce, il suo sorriso enigmatico e l’acuta sensibilità che la porta sempre a mettere in luce dettagli che sfuggono ai più. Il suo strumento più potente, in questo senso, è la sua capacità di scegliere immagini bellissime, e in apparenza innocue, ma che nascondono il grandissimo potere di scardinare l’idea della prima impressione.

Leila, il cui nome in arabo significa notte, ha trascorso parte della sua quarantena durante il Ramadan, un mese per lei molto importante, che già normalmente porta una pausa dalla normalità, vissuto quest’anno in modo ancora più particolare. A lei e alle sue notti di veglia, ho scelto di dedicare la seconda di queste quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Fanny, lascio che sia a lei a raccontarla.

leila ramadan quarantena sinoinfatti
Leila, il giorno del suo compleanno, il 3 marzo 2020,
vista con gli occhi di sua sorella minore Amina

Mi chiamo Leila Ben Abbou e abito a Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi. Ho compiuto 25 anni il 3 marzo, quando il virus era appena scoppiato senza pietà. Tutti nelle strade avevano l’incertezza sui loro volti perchè non eravamo ancora pronti a vivere quello che, poi, abbiamo vissuto. Non è stato un compleanno piacevole, perchè percepivo molta ansia. Però quel giorno ho messo il cappotto, i tacchi e sono uscita di casa.

Ho trascorso i mesi di quarantena con la mia famiglia. I miei genitori sono di origine marocchina e noi in Italia non abbiamo parenti stretti. Dal 24 aprile ho continuato la mia quarantena in modo diverso e speciale perché è iniziato il Ramadan.

Perchè amo il Ramadan

Io amo il Ramadan e lo attendo come i Cristiani attendono il Natale. Ramadan è il nono mese del calendario islamico detto anche calendario lunare. Questo calendario non corrisponde a quello solare, per questo non è possibile fissare una data precisa per l’inizio del mese di Ramadan. Ogni anno questo periodo anticipa di dieci o undici giorni: quest’anno è iniziato il 24 aprile, l’anno prossimo sarà verso il 13/14 aprile e così via. A me piace perchè in questo modo è possibile assaporare il digiuno in qualsiasi stagione. Dieci anni fa ricordo che iniziai a digiunare in autunno, era settembre: non vedo l’ora che arrivi in inverno.

Ramadan è un mese sacro perché in una delle sue ultime dieci notti, dispari, è sceso il Corano. Non sappiamo con esattezza quale sia la notte precisa ma, tra le varie notti dispari, pare essere la numero ventisette e prende il nome di La Notte del Destino (Laylatu Al-Qader).

Durante questo mese ci sono diverse regole da rispettare, quella più evidente è che si digiuna dal momento prima dell’alba fino al tramonto, senza prendere né cibo né acqua. In questo mese, poi, dobbiamo cercare di essere la versione migliore di noi stessi. Per esempio, dobbiamo usare un linguaggio pulito, non litigare con nessuno, essere più vicini alla comunità e dedicare più tempo alla preghiera e soprattutto alle attività quotidiane, come il lavoro o lo studio.

Si ha davvero molto più tempo per lavorare su se stessi perché tutte le pause legate al mangiare spariscono. Inoltre, il digiuno ha un effetto terapeutico anche sul nostro organismo, è rigenerativo. Questo è il primo anno che vivo il Ramadan pienamente a casa e ho percepito qualcosa di insolito. Abituata a trascorrerlo a lavoro o all’università, impegnata mentalmente in altre attività, il digiuno era più leggero. A casa, invece, un’eventuale fame è facile da percepire.

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Un cappuccino di soia che Leila si prepara da sola verso mezzanotte e mezza

Durante il mese di Ramadan sto sveglia tutta la notte, prego, se riesco studio, e intanto osservo il cielo notturno diventare giorno. Il pasto del tramonto si chiama iftar. Rompiamo il digiuno con acqua e datteri, dopodiché andiamo a pregare e torniamo a mangiare. Di solito il primo piatto è una zuppa. Bisogna fare attenzione a quello che si mangia, se ci abbuffassimo dopo il tramonto l’effetto terapeutico del digiuno di cui parlavo prima svanirebbe. Digiunare ci insegna a conoscere il nostro corpo.

Sto sveglia tutta la notte perché prima dell’alba, orario che varia a seconda della stagione, quest’anno era verso le quattro del mattino, facciamo il suhur che è il pasto prima del digiuno. Di solito mangio porridge di avena, frutta secca e soprattutto cerco di bere acqua. Dopo il suhur si fa la prima preghiera. Alle quattro e mezza del mattino si sente un fortissimo cinguettio degli uccelli già pronti a iniziare la loro giornata. È una meraviglia!

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L’alba quel giorno era particolarmente bella e Leila ha deciso di fotografarla

Ramadan mi permette di vivere a pieno la mia religione. Non è facile con una religione come la mia, l’Islam, soprattutto in Italia. Quando ero bambina mia madre mi faceva provare a digiunare per metà giornata e mi diceva di pensare ai bambini che soffrono la fame per davvero. Mia madre stava cercando di insegnarmi l’empatia, sentimento che cerco con tutte le difficoltà di sviluppare nel tempo. Ramadan per me è diventato questo: l’empatia. L’empatia con chi soffre, con chi ha meno di te, ma anche con chi è come te. Durante questo mese è bello pensare ai milioni di musulmani che da qualche parte nel mondo stanno digiunando, questo pensiero rafforza il senso di comunità.

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Creatività di Leila, 4:30 del mattino. Le piace inviare le foto delle sue attività alle sue amiche che stanno digiunando, ciascuna nelle proprie case

Il mio Ramadan in quarantena

Vivere il Ramdan in quarantena, soprattutto per quanto riguarda il digiuno, è stato difficile, ma mi ha dato modo di sviluppare un insegnamento che già Ramadan mi trasmetteva nel tempo. Durante le ore di digiuno è facile farsi trascinare dalla stanchezza, ma dobbiamo avere la forza di imporre alla nostra mente che noi non dipendiamo dal cibo, ma da noi stesse. L’unico modo per imporre questo concetto è distrarsi, concentrandosi su altre attività. Per i primi dieci giorni di Ramadan mi è mancato enormemente camminare, non poter uscire a fare delle passeggiate a più di duecento metri da casa. Di solito, infatti, dopo l’iftar, in quel momento della giornata che io chiamo After-Iftar, vado sempre a fare una passeggiata.

Allo stesso tempo, è stato piacevole ritrovare momenti di riunione in famiglia, a tavola, tra chiacchierate e sorsi di tè alla menta. Ramadan ci insegna infatti ad apprezzare una tazza di caffè o un bicchiere di acqua. Al momento dell’iftar, quando addentiamo il dattero e beviamo l’acqua, capiamo davvero quanto è importante il cibo, ne possiamo percepire la forza graziosa, e questo ci permette di apprezzare anche un semplice un bicchiere d’acqua o una tazza di caffè. Il piacere delle piccolezze, ringraziare Dio, o qualsiasi altra forma di fede in voi, per quello che avete. Non bisogna dare nulla per scontato. L’abbiamo visto anche con la quarantena, con la libertà di movimento, soprattutto. A volte pensiamo che le cose nella vita ci siano dovute e per questo ci dimentichiamo di apprezzarne il valore, credo.

Penso che Ramadan abbia un altro punto in comune con la quarantena. Da un giorno all’altro noi italiani, europei, ci siamo svegliati e il nostro passaporto rosso non aveva più valore. Ma nel mondo, quante persone hanno un passaporto che non vale niente, da sempre? Vorrei riflettere sull’empatia, di cui ho parlato anche prima. Io personalmente mi sono messa mei panni di quelle persone, durante questo tempo di Ramadan e quarantena.

Quando è iniziata la quarantena ho pensato a tutte le attività che non ho fatto, rimandandole. Questo mi ha fatto percepire un grande senso di colpa che ha accompagnato i miei giorni.

Spero di aver imparato a cogliere qualsiasi cosa mi si presenti davanti nel momento in cui accade, senza rimandare, perché il futuro in realtà è il presente.

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Il 4 maggio finalmente Leila esce di casa a passegiare dopo il tramonto
e incontra questo gatto
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Quarantene coraggiose: Fanny e il mare

La storia di Fanny, che sta trascorrendo la quarantena su un vascello nelle acque della Nuova Zelanda

Ho conosciuto Fanny durante il mio ultimo viaggio in Francia. Viveva a Boulogne Sur Mer e lavorava al museo marittimo di Dunkirk. Ogni giorno era costretta a viaggiare in auto per un’ora e mezza tra le due cittadine simbolo del Hauts De France. Per rendere il viaggio più piacevole e sostenibile, aveva aperto un account su Bla Bla Car ed è così che io e Amalija, la mia compagna di viaggio di allora, siamo finite nella sua auto.

Quando l’ho conosciuta Fanny era infelice. Conosceva il miglior ristorante di Boulogne Sur Mer, ma non riusciva a capire come migliorare la sua vita. Solo la settimana scorsa, quando l’ho contatta per chiederle di raccontarmi come fosse finita a trascorrere la qua quarantena a bordo di un vascello, ho scoperto questa parte della sua storia che non conoscevo.

Come ho fatto per i miei ultimi racconti di viaggio, lascio che sia lei a raccontarla.

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Fanny oggi

La quarantena di Fanny nell’equipaggio della Alvei

Faccio parte dell’equipaggio dell’Alvei, una nave d’alto bordo costruita più di un secolo fa, da quattro mesi. Siamo in quarantena dal 26 marzo, ancorati nel porto di Russel, in Nuova Zelanda. Dato che il livello di rischio per chi si trova sulla nostra situazione è medio alto, saremo in quarantena fino a fine maggio. Il mio quaran-team è composto dal nostro capitano e dal suo primo ufficiale, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, il secondo è un ingegnere australiano, il nostromo è anch’esso statunitense e poi ci siamo noi marinai semplici: io, due francesi, un inglese e una ragazza tedesca. Chiude la ciurma la nostra fantastica cuoca, che viene dal Sud Africa.

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Fanny e due compagni dell’equipaggio

Le nostre giornate in quarantena sono molto simili a quelle che avremmo trascorso in porto in una situazione normale. Dal lunedì al venerdì lavoriamo dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 17:30; nel weekend di solito siamo liberi. La giornata è scandita dai pasti, che la nostra cuoca annuncia suonando una campanella: dalla mia cuccetta riesco a indovinare cosa c’è per colazione, se muffin, pancake o omelette, in base al profumo che si sprigiona dalla cucina, ancor prima che lei suoni. Consumiamo i pasti nella cambusa e la colazione diventa occasione per fare il punto della situazione: ci rivolgiamo tutti verso l’enorme mappa dell’oceano Pacifico che abbiamo appeso al muro. Avremmo dovuto partire un mese fa e raggiungere Panama passando per le Galapagos, ma con la quarantena siamo rimasti bloccati qui.

Alla fine della giornata di lavoro siamo parecchio stanchi e sporchi. Prima della quarantena andavamo al porto a farci la doccia, ma ora, poichè dobbiamo limitare l’acqua dolce per cucinare e per bere, ci laviamo sul ponte con l’acqua di mare. Oppure, se siamo fortunati, durante un acquazzone. Quando vivevo in Francia, a Boulogne Sur Mer, la mia città natale, ero abituata a lavarmi i capelli tutti i giorni. Qui, invece, non mi preoccupa nemmeno sapere che non avrò vestiti puliti fino alla fine della quarantena! Vivere su una barca ridefinisce molto le priorità.

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Il ponte dell’Alvei

Anche la corrente è limitata. Abbiamo un generatore, che però possiamo accendere solo per qualche ora durante il giorno. Durante la settimana siamo sempre molto stanchi per il lavoro, per cui la sera dopo cena andiamo a letto presto. Nel weekend invece ci divertiamo, c’è chi legge, chi guarda qualche film, chi disegna, chi prova qualche piatto nuovo da far provare al resto dell’equipaggio. Quello che preferisco è quando giochiamo a nascondino o a Gatto e Topo: è super divertente giocarci nello spazio limitato e pieno di oggetti come quello di una nave! Amo i miei compagni di viaggio: siamo in quarantena da sette settimane e siamo riusciti a non litigare neanche una volta. Ci rispettiamo a vicenda.

L’Alvei ha più di un secolo. Il nostro capitano l’ha comprata l’anno scorso sulle isole Fiji: era così messa male che la sua fine più ovvia sarebbe stata quella di essere affondata. Ma non è stato così e quindi per rimetterla a nuovo il lavoro da fare è parecchio. Quando sono arrivata qui non sapevo neanche usare un cacciavite. Ora, invece, so lavorare il legno, il ferro, so aggiustare una rete da pesca e costruire una fune. Trascorrere la quarantena in questo modo non è affatto male: ogni giorno imparo qualcosa di nuovo.

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Fanny sfiletta un pesce appena pescato

Sono arrivata qui perchè nella mia vita di prima ero triste

Ho iniziato a navigare sulle navi d’alto bordo solo l’anno scorso. Anche se sono nata in uno dei porti più importanti che la Francia ha sull’Atlantico, non ero mai salita su un vascello. Lavoravo nell’organizzazione del Festival maritittimo che ogni due anni ha luogo a Boulogne Sur Mer. Durante l’ultima edizione ho conosciuto l’equipaggio del Pelican of London, un vascello inglese. Mi offrirono di andare con loro come volontaria in un viaggio breve, da Bristol a Dublino, quattro giorni di navigazione. Ci andai, mi innamorai e quattro giorni si trasformarono in tre settimane.

Il senso di libertà che senti per mare è unico: niente internet, niente telefono, sei solo tu e il mare. Il mio momento preferito è quando devo stare di guardia: è incredibile quanto si può conoscere di una persona durante un turno di quattro ore di veglia notturna, mentre il mare scorre veloce sotto la nave e le parole prendono forma insieme alla luce che precede l’alba. La nave diventa la tua casa, l’equipaggio la tua famiglia. Ogni tuo gesto ha un obiettivo: mantenere gli altri al sicuro. Alla fine della giornata vado a letto esausta, ma felice.

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Durante la veglia all’alba sull’Alvei

Sono fiera di me stessa perchè finalmente sto vivendo il mio sogno. Ho sempre amato viaggiare, ma a parte un Erasmus di tre mesi in Islanda o qualche vacanza, non l’ho mai fatto per davvero. A mancarmi, credo, sia sempre stata l’avventura. Ho incontrato il mio fidanzato quando avevo ventidue anni e siamo andati a vivere insieme nella città dove entrambi siamo nati. Lui aveva un lavoro che lo rendeva felice, un lavoro importante, di quelli a cui non rinunci. All’inizio sembrava anche a me di essere felice: avevo ventitre anni e avevo tutto, una casa,un fidanzato, la mia famiglia e i miei amici sempre vicino. Mi sentivo davvero amata.

A differenza del mio fidanzato, non ho mai avuto un lavoro che mi soddisfacesse particolarmente. Mi sono laureata in Storia dell’Arte e l’unico lavoro per me a Boulogne Sur Mer è stato un lavoro nel settore cultura del comune. Qualche volta mi capitava di lavorare su qualche progetto interessante, ma la maggior parte del tempo mi annoiavo a morte. Ho iniziato a sentirmi sempre meno capace e ho iniziato a perdere fiducia nelle mie capacità; sentivo che dato che non mi veniva mai chiesto di pensare, di usare il cervello, sarei presto diventata stupida.

Mentre lavoravo per il Festival marittimo il mio capo mi annunciò che avrebbero voluto offrirmi un contratto a tempo indeterminato. E, così, mi sono vista, come tutti i miei amici, avrei detto di sì, mi sarei sposata, avrei comprato casa, avrei avuto dei figli. Ho visto la mia vita dispiegarsi dritta di fronte a me: avrei vissuto nella mia città natale per sempre, con le stesse persone, con lo stesso lavoro che odiavo, facendo lo stesso percorso tutti i giorni dal mio appartamento al mio ufficio. Nessuna avventura.

Così ho mollato tutto

Lasciare il mio fidanzato è stata la cosa peggiore. Realizzare che dopo tanti anni insieme c’è ancora l’amore, ma a mancare è una visione del futuro condivisa, è stata veramente dura. Mi sono sentita veramente in colpa. Una volta di ritorno dall’Irlanda, dopo le mie tre settimane sul Pelican of London, ho fatto richiesta per il visto lavorativo in Nuova Zelanda e tre settimane dopo sono partita. Ora sono fiera di me stessa: sto vivendo l’avventura che ho sempre voluto vivere. Non mi sono mai sentita così libera e potente in tutta la mia vita. Ora so che posso fare tutto ciò che voglio e arrivare dove ho sempre sognato.

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Fanny al lavoro sull’Alvei

Quando la quarantena sarà finita

Credo che la prima cosa che farò quando la quarantena* finirà sarà camminare. Non si cammina molto su una nave e mi manca il contatto dei piedi con la terra. E poi farò una doccia calda e una lavatrice. Dopo, non ne ho idea. Il nostro capitano sta cercando una possibile rotta, forse andremo verso le Samoa. La pandemia ha reso qualsiasi panificazione impossibile. Avevo pensato di tornare in Francia per le vacanze estive, ma se dovessi scegliere dove passare la quarantena, sto meglio dove sono adesso! Mi piacerebbe andare a lavorare come marinaio in Canada l’anno prossimo, se sarà ancora possibile.

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L’Alvei

La quarantena di Fanny è finita il 13 maggio. Fanny ha festeggiato con una passeggiata fino alle docce pubbliche disponibili nel porto di Russel. E ora è pronta a salpare di nuovo.

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Non chiamatelo smartworking

L’emergenza Covid-19 ha creato lo spreadworking, il lavoro sparso ovunque nel tempo e nello spazio

Dall’inizio dell’emergenza Covid-19 il 15% della forza lavoro in Italia sta lavorando da casa in quello che viene chiamato smartworking. Ma senza orari e senza tutele, il modo di lavorare a cui molti di noi sono sottoposti non ha niente di smart. Sarebbe più corretto chiamarlo spreadworking, nel senso di sparso ovunque nel tempo e nello spazio.

La mia amica Sara lavora da casa da fine febbraio. In un solo mese ha trascorso quaranta ore, cioè un’intera settimana lavorativa, in riunione con il suo capo, più di venti ore di straordinari non pagati e di lavori urgenti chiesti alle otto di sera e il sabato mattina. Dopo quasi quattro mesi di spreadworking a suo marito sembra di essere sposato anche con il resto del suo team. Marco è in cassa integrazione da metà marzo, ma gli è stato richiesto di continuare a lavorare comunque da casa perchè, nonostante l’azienda, una grossa punta nel settore dei servizi, sia chiusa, è necessario che lui mantenga attive le comunicazioni con i clienti. Il risultato? Ha lavorato più di prima per settimane, non ha ancora ricevuto la cassa integrazione ed è vittima di mobbing da quando ha cercato di spezzare questo circolo vizioso.

Ad Antonella è stato chiesto, mentre era in cassa integrazione, spesso via WhatsApp e alle undici di sera, di entrare nei computer dei colleghi per leggere le loro email. Rosa, che lavora per un’azienda di medie dimensioni a conduzione familiare, riceve più di otto messaggi ogni giorno, quindici email e una media di cinque telefonate dal suo capo in otto ore di lavoro, a cui si aggiungono le mail e i messaggi su WhatsApp nel weekend. Suo marito ha sentito così tante volte la voce del suo capo risuonare per l’appartamento, che pensa di poterlo riconoscere anche senza averlo mai incontrato. Luca, che lavora per un’azienda nel settore dei servizi, ha attaccato al suo computer un post it su cui si legge: “Ricordati che stai parlando con una persona con problemi. Abbi pazienza“. Giulio, che lavora per un’azienda informatica, mi racconta di far fatica a dormire e di aver iniziato a prendere ansiolitici dopo tre mesi di spreadworking.

Evviva l’empatia del middle management

I nomi sono inventati, ma queste storie sono vere. Me le hanno raccontate persone che conosco, di persona o via social, persone che sto vedendo sfiorire, maltrattate da un lato da capi incompetenenti che non si fidano di loro e che in tre mesi di lavoro da casa non hanno ancora imparato a gestire un team, progetti e lavori da remoto; dall’altro dall’opinione pubblica: con il 45% dei lavoratori a casa da due mesi senza reddito, perchè la cassa integrazione ancora non è arrivata, lavorare da casa in questo momento è considerata una grande fortuna. E guai a chi prova a lamentarsi.

La prima difficoltà che incontrano i lavoratori e le lavoratrici in spreadworking è quella di non sapere quando si finirà di lavorare, di non poter più vivere un tempo privo da comunicazioni di lavoro, che si insinuano nello spazio domestico e nel tempo che un tempo si dedicava al viaggio verso casa, alla famiglia, a se stessi. La seconda è di non riuscire più ad associare alla casa, che antropologicamente è un luogo sicuro, dove ci sentiamo protetti dai mali del mondo, queste sensazioni positive: con lo spreadworking, come raccontava il marito di Sara, le tensioni dell’ufficio si siedono sul divano con noi, i problemi con i clienti si siedono sulle nostre gambe mentre ceniamo e spesso ci ritroviamo i nostri capi a letto con noi la sera prima di andare a dormire.

La terza difficoltà riguarda appunto avere a che fare con manager a cui, di come stiamo e del fatto che non stiamo lavorando bene, non interessa assolutamente niente. Neanche se è comprovato che gli stati d’ansia limitano la produttività. Manager che non hanno gli strumenti, professionali o cognitivi, per porre rimedio. Quando Gianluca, un altro lavoratore che mi ha consegnato la sua storia, ha fatto presente al suo capo di essere diventato un hot spot per le comunicazioni di due aree aziendali, per cui tutto il suo tempo era impiegato a gestire e organizzare la sola comunicazione interna ed era costretto così a finire il suo lavoro fuori orario, la soluzione adottata dal manager è stata semplicementre quella di sollevarlo dall’incarico e affidare quest’ultimo a un’altra persona, alle stesse identiche condizioni.

Lo smartworking dovrebbe essere incentrato sul lavoratore

Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, questa settimana ha dedicato allo smartworking un’intera sezione di storie in evidenza sul suo profilo Instagram. Le ho chiesto di poter riportare parte della sua spiegazione e la ringrazio per la chiarezza e la completezza delle informazioni. Esperta di payroll e risorse umane, Columbro anzitutto suggerisce che per migliorare le cose si potrebbe partire dal riscoprire il vero scopo dello smartworking.

La preparazione di un vero smartworking richiederebbe anzittuto una trasformazione del modello manageriale e della cultura dell’organizzazione. Il vero smartworking è incentrato sul lavoratore, sul concordare con i propri dipendenti obiettivi da perseguire lasciando loro piena autonomia nel trovare la modalità con cui ottenere i risultati concordati.

In secondo luogo, dice Columbro, quello che sta accadendo a molte persone non è smartworking, ma aver semplicemente spostato il lavoro che si è sempre fatto dall’ufficio alle nostre case. E infatti lavoriamo, quando va bene, dalle 9:00 alle 18:00, con un’ora di pausa pranzo e con i capi che ci contattano come se fossimo dall’altro lato dell’ufficio e non nel nostro salotto. Non è cambiata la modalità di lavoro, ma solo la sede da cui lavoriamo.

Infine, conclude Columbro, ciò che è successo con il DPCM dell’11 marzo è stato estendere solo alcune regole previste per il lavoro agile così come regolamentato dalla legge 81 del 2017, ad esempio mantenendo gli straordinari non pagati, ma ignorando completamente la reperibilità del lavoratore e della lavoratrice. Secondo la legge, infatti, in regime di smartworking, oltre alla presenza di un progetto condiviso con il lavoratore, ci sono alcuni orari in cui il dipendente deve essere reperebile e solo in quelli può essere chiamato dal datore di lavoro.

Tutto questo accade anche perchè le aziende italiane non erano pronte

Secondo i dati di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano nel 2019, la percentuale di grandi imprese che aveva avviato al suo interno progetti di smartworking era del 58%. Del restante 30%, il 22% ne dichiarava probabile l’introduzione futura e soltanto l’8% non sapeva se lo avrebbe mai introdotto o non manifestava alcun interesse. Tra le piccole e medie imprese, solo 12% nel 2019 aveva intrapreso progetti formali di smartworking. Sdoganato dal DPCM del 1 marzo 2020, che ha spinto perchè le aziende introducessero lo smartworking anche senza alcun progetto, è stato come mettere in mano una Ferrari a un bambino.

Vi ricordate quando, da piccoli, facevate finta di guidare la macchina di famiglia nel parcheggio del supermercato scimmiottando i grandi che vedevate guidare di solito? Ecco. Immaginate che i vostri capi in questo momento stanno facendo esattamente la stessa cosa. E molto probabilmente, sono convinti di farla veramente bene.

E invece no. A dimostrarlo le recenti ricerche condotte negli Stati Uniti secondo cui il rischio reale è quello non solo di generare un problema di salute pubblica per fenomeni da stress e burnout, come quelli di alcune persone di cui ho raccontato prima, ma anche di trasformare in zombie un’intera generazione di lavoratori e lavoratrici. Come riportato da Wired, infatti, per evitare gli effetti dannosi riscontrati negli USA, questo stato di cose dovrà necessariamente essere ripensato e lo spreadworking messo a regime. Di esempi positivi, in gran parte aziende multinazionali, ce ne sono, andrebbero seguiti di più e le buone prassi condivise, a partire dal punto di vista legale e con ricadute operative al più presto.

E non diteci che non possiamo lamentarci

Molte tra le persone con cui ho parlato hanno concluso la propria testimonianza dicendomi: io comunque non mi posso lamentare perchè, comunque, sto ricevendo lo stipendio. Questo in psicologia si connoterebbe come un doppio legame con l’azienda: non posso lamentarmi perchè sto lavorando, anche se sono le condizioni pessime in cui lo faccio la ragione del mio malessere. A questo, per chi è da solo, si aggiunge l’alienazione di mesi passati in un loop lavorativo e, per chi è in coppia, la responsabilità di non riuscire a non lavorare continuamente perchè in gioco c’è mantenere la famiglia. La situazione è ancora più pesante se le testimonianze provengono da donne con figli, la maggior parte delle quali, oltre a dover sostenere lo spreadworking, stanno gestendo da casa anche l’intera famiglia.

Non è una gara a chi sta peggio. E abbiamo tutti il diritto di lamentarci, di raccontare che non stiamo bene: zittire gli altri perchè ci sembra che l’erba del loro giardino sia più verde, è un atteggiamento che non porta da nessuna parte. Perchè lavorare troppo da due mesi a stipendio ridotto, così come non lavorare affatto aspettando una cassa integrazione che non sappiamo quando arriverà, e lavorare in situazioni di scarsa sicurezza, come sta accadendo a chi è impiegato nella sanità e in quelle filiere produttive che non si sono mai fermate, è una situazione ugualmente drammatica che, avrei sperato, le istituzioni, gl imprenditori e anche noi lavoratori e lavoratrici avremmo affrontato in modo diverso.

Ma potrebbe essere un’occasione per rivedere le nostre priorità, cambiare punto di vista sul nostro modo di pensare il lavoro e rendere il cambiamento possibile. Intanto, come dice il sindaco di Milano, si continua a la-vo-ra-re. Sognando la prossima vacanza o il prossimo posto di lavoro.

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Guatemala, que bonito!

Bonito bonito suave suavesito: cosa ho amato del Guatemala dal primo momento e dove tornerei anche subito

Se avessi ceduto alla tentazione di giudicare il Guatemala alla prima impressione, bhe, ora non sarei qui a raccontare del mio viaggio. Per arrivarci ci abbiamo impiegato quattordici ore, tre pullmini, due frontiere, una sola sosta bagno e tutti i contanti che avevamo, dato che avevamo dovuto dare ben due mazzette alla dogana messicana (alla fine di questo articolo vi racconto com’è andata). Eravamo, per dirla come si usava dire a Torino durante la mia laurea magistrale per definire lo stato di qualcuno dopo una giornata di studio particolarmente impegnativa: completamente sfatti.

E completamente impreparati alla meraviglia che ci stava aspettando dietro l’angolo

Di solito preferisco utilizzare le parole per raccontare. Ma, come ho già fatto per il viaggio in Messico, a volte mi piace farmi aiutare dalle fotografie. Il Guatemala è un Paese magnifico e, come tutti i Paesi, ha mille sfaccettature, tantissime culture diverse, tantissime tradizioni, luoghi, monumenti, piatti tipici, volti, profumi, canzoni, problemi. Vorrei condividere con voi, allora, la bellezza di questo Paese del mesoamerica anche attraverso alcune immagini, fotografie che ho scattato nel corso del viaggio e che hanno il potere di ricordarci che in una storia anche i personaggi contano, non solo la voce narrante. Ed è giusto lasciare che anche loro dicano qualcosa di sè.

Dove torneremmo anche subito: il Lago Atitlan, nel sud del Guatemala

Sono un lago che lambisce le sponde di tre vulcani ormai spenti. Le mie acque nutrono le piantagioni di caffè e trasportano ogni giorno, su velocissime lancias e piccole canoe intagliate nel legno, centinaia di persone che vivono nei pueblos a cui gli abitanti di qui hanno dato i nomi dei santi, San Marcos, San Pedro, a cui chiedono protezione. Gli occidentali credono che io mi trovi in un luogo magico, perchè è il punto di incontro di fasci di energia proveniente dall’universo. Vera e Boris credono che il lago Atitlan sia un luogo magico, perchè è bellissimo, il tempo scorre lento e le sue genti sono accoglienti.

Ho incontrato Vera e Boris alla fine del loro viaggio di nozze. Profumavano di viaggio, di sveglie alle 4:17 per prendere il primo aereo e di aperitivi sulle spiagge messicane. Di fronte alle mie acque, nel piccolo pueblo di San Marcos, hanno imparato a rallentare. Ora sanno riconoscere il colibrì dal suono delle sue ali, nuotare nel riflesso dei vulcani che si specchiano nelle mie acque, osservare il cielo senza altre luci se non quelle delle stelle, fare colazione con il succo ottenuto dai fiori pestati in un mortaio di legno. Posso dire di averli visti più volte leccarsi dalle dita la marmellata di ibisco.

La vita sulle mie sponde segue ancora il percorso del sole. Anche Vera e Boris, sin dal primo dei cinque giorni che hanno trascorso qui, si sono piacevolmente adagiati, svegliandosi all’alba, intorno alle 7:00, e andando a dormire con il sole, alle 21:00. Compravano frutta e verdura dalle signore sedute tra le viuzze di San Marcos, hola amiga, hola amigo, hay bananas, hay mangos. E mangiavano tutte le sere a Konojel, il ristorante di un centro culturale che dà lavoro alle donne del villaggio e con il cui ricavato si sostengono le persone più fragili della comunità. Se vi capita di andarci, ho visto Vera e Boris mangiare estasiati le tartellete al dulce de leche.

Le donne Maya di Quetzaltenango e Chichicastenango

Siamo le donne del mercato Maya di Chichicastenango. Ogni giovedì e ogni domenica mattina arriviamo da tutta la regione a vendere i nostri tessuti e ad acquistare ciò che ci serve. Qui incontriamo migliaia di turisti che vengono a fotografarci durante le cerimonie sacre delle confraternite di Chichi e ad acquistare i nostri prodotti. Molti sorridono quando ci vedono fare a mano le tortillas: i battiti delle nostre mani sembrano applausi ed è subito festa. Indossiamo ancora i nostri abiti tradizionali: possiamo riconoscere la nostra provenienza dal colore e dallo stile del ricamo. Ci sono più di duecento diverse combinazioni e sono le stesse da secoli.

Una volta, lo abbiamo raccontato a Vera e a Boris durante la loro visita al museo tessile di Quetzaltenango, anche gli uomini si vestivano così. Ma per il tipo di lavorto che è stato loro richiesto, dalla dominazione spagnola in poi, i nostri tessuti sono troppo pesanti; prima degli spagnoli noi Maya non conoscevamo una divisione dei ruoli così netta tra donne e uomini. Gli spagnoli l’hanno portata con sè, costrigendo noi donne in casa e gli uomini al lavoro, come facevano con le loro mogli. Questa divisione la portiamo ancora oggi, così come i problemi legati alla povertà e alla discriminazione, come alcolismo e violenza domestica, altre conseguenze che secoli di soprusi hanno portato nelle nostre comunità, che sono ancora tra le più povere al mondo.

Ci siamo divertite quando Vera ha comprato una stoffa, pagandola molto più del suo valore reale, alla più insistente di noi. E anche quando ci ha chiesto di poter assaggiare il cioccolato prima di poterlo acquistare: si è leccata le labbra e noi le abbiamo detto che eravamo molto felici che il nostro prodotto artigianale le piacesse. Ha acquistato due tavolette e l’abbiamo vista annusare il pacchetto e sorridere, al pensiero di aver portato a casa con sè un po’ della nostra storia.

Ad Antigua c’è una chiesa che sembra una torta al limone

Sono la chiesa de La Merced, ad Antigua, l’antica capitale del Guatemala. Nella piazza di fronte alla mia facciata, che condivido con il monastero a me adiacente, c’è una grande fontana, degli alberi ombrosi e merli neri che fischiano ai passanti. Nelle sere di festa le donne della città portano le loro cucine portatili e vendono tortillas, panini, burritos, frescos (succhi di frutta), zucchero filato, dolci e bibite a chi accorre per festeggiare.

Vera ha ragione, con il mio stile coloniale, gli stucchi bianchi su sfondo giallo, sembro proprio una torta al limone. Nelle giornate di sole faccio ombra alle venditrici ambulanti di tessuti che accorrono per fare affari con i turisti. Il cielo azzurro dietro di me contrasta con i miei colori, che si vedono da lontano fino al Cerro de La Cruz, il belvedere sulla città dove gli innamorati vanno al tramonto tenendosi per mano.

I tucani nella giungla del Peten

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Un tucano reale nella giungla di Tikal, Peten, Guatemala

Sono un tucano reale, di quelli che Vera e Boris avevano visto solo in fotografia e sui libri. Sono silenzioso e riservato, non amo farmi vedere. Qui, nella giungla dove gli antichi Maya hanno costruito i templi di Tikal, nel Peten, ho trovato la mia casa ideale. Vera è riuscita a farmi questa foto solo dopo un lungo appostamento e solo perchè mi ha fatto un po’ pena: una delle scimmie ragno, che abitano gli alberi dove mi piace mangiare le foglie più verdi, le aveva appena fatto la pipì in testa.

Le ridò la parola, così può darvi gli ultimi consigli se avete in mente di visitare presto il nostro bellissimo Paese.

Cosa devi tenere presente se stai programmando un viaggio in Guatemala

Se siete arrivati fino a qui, è probabile che ora vogliate visitare il Guatemala anche voi. Se intendente seguire i nostri passi e entrare nel Paese via terra, via Belize, sappiate che è molto probabile che le persone che troverete alla dogana in uscita dal Paese, in combutta con la compagnia di autobus, vi chiederanno una mazzetta di 500 pesos, circa 40€, a testa per rilasciarvi il timbro di uscita. Non è legale, non è autorizzato, le autorità italiane o messicane ti diranno che non è regolare, come anche diversi racconti di viaggio su internet, e invece queste mazzette sono la prassi. E senza quel timbro non potete lasciare il Paese. Corrompere l’autista del bus con birra e panini, come ha fatto una nostra compagna di viaggio, è un’altra soluzione possibile, ma non so dirvi se funziona sempre. Vi conviene preparare i soldi in contanti per questa evenienza e prepararvi a entrare in questa logica che per noi Europei è molto lontana. Entrare in Belize e in Guatemala è gratuito, ma uscire dal Belize costa circa 20$ americani e, questo sì, è previsto dalla legge.

Il modo migliore, e più sicuro, per spostarsi è con le compagnie private di viaggio. È sufficiente prenotare il proprio posto su una delle navette che raggiungono la vostra destinazione il giorno prima oppure anche la mattina per il pomeriggio: il prezzo si può sempre contrattare, ma non aspettatevi FlixBus. Le navette sono furgoncini un po’ scalcagnati, i bagagli vengono legati sul tetto e si parte solo quando tutti i posti sono occupati. No wifi e l’aria condizionata o è troppa o è troppo poca. Gli autisti hanno tutti una guida sportiva e un amore viscerale per le rancheras, la versione mesoamericana di Gigi D’Alessio.

Il cibo più buono è quello cucinato dalle donne nei baracchini per strada. Assaggiate i tamales e le tortillas e non abbiate paura di prendere i frescos da bere, soprattutto se avete superato la prima settimana di viaggio e il vostro corpo si è già abituato al cibo non italiano.

Dove torneremo sicuramente nel nostro prossimo viaggio? Al lago Atitlan, abbiamo alloggiato in un bellissimo eco hotel che si chiama Lush. A Tikal, vogliamo partecipare a un trekking nella giungla per raggiungere il sito Maya segreto di El Mirador. E a fare il bagno nelle bellissime acque di Semuch Champey, che a questo giro non ci sono state. Poi, dal Guatemala è un attimo andare in Honduras, El Salvador in Nicaragua.

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I cani sono meglio delle persone

Volevo raccontare del mio viaggio in Guatemala, ma l’inizio della Fase Due ha preso il sopravvento

La Fase Due è iniziata ieri e già mi sento imbrutitta di nuovo. Non so voi, ma a me pare che in giro ci sia fin troppo entusiasmo. Il numero di morti e contagiati è ancora altissimo, così come lo è il numero dei guariti e, quindi, comunque è una buona notizia (?). Negli ultimi giorni ho ricevuto contatti da colleghi che scrivono su testate nazionali che, scordandosi le basi della deontologia, della netiquette e pure dell’etiquette, mi hanno rincorsa su tutti i canali possibili e immaginabili per scrivere un pezzo sulla riapertura delle palestre (…) – Apro un inciso per dire: preparatevi che l’uso politicamente impegnato delle parentesi in questo articolo sarà massiccio – Il mio Instagram è sommerso di video ispirazionali, è stata brutta ma ce l’abbiamo fatta, che mi stanno facendo rimpiangere le pubblicità progresso della Fabbrica del Sorriso. E il numero di persone che sembra abbia intenzione di ricominciare la vita di prima esattamente da dove l’ha lasciata è impressionante.

Stiamo tutti molto calmi

Anzitutto, se si chiama “fase due” e non “ultima fase” o “Final Destination”, un motivo ci sarà. Non mi lancerò in una filippica sull’importanza di seguire le regole in questa fase per due motivi: uno, sono la prima che ieri è andata a camminare per la prima volta dopo cinquantacinque giorni e non ha resistito ad abbassare la mascherina per respirare la luce del sole (sì, si respira anche quella, provare per credere), per cui sarei ipocrita se lo facessi; due, come avevo raccontato qualche settimana fa, non condivido gran parte delle misure adottate finora, per cui sarei ipocrita due volte se adesso le difendessi.

Quello che, però, ci tengo a condividere è che: abbiamo la grande opportunità di cambiare le cose che non ci piacevano prima del 9 marzo. Possiamo, per favore, cercare di coglierla?

Evviva, da ieri circa 5 milioni di italiani sono tornati al lavoro. Me ne sono accorta dal rumore dei motori sulla Teem e sulla via Emilia e dal numero di email crescente che ricevo. Io non ho mai smesso di lavorare e forse è per questo che non capisco la tendenza a riprendere tutto da dove lo si era lasciato. So che, prima o poi, sarò anche io costretta a rimontare in sella alla mia bici, a prendere un treno e due metro per andare al lavoro, ma spero di trovare cambiato il mondo attorno a me. E so che questo sarà possibile solo se non sarò la sola a volerlo.

È come con i computer: se non funziona qualcosa, spegni e riaccendi

Questo è l’approccio con cui affronto ogni problema relativo all’informatica e alla tecnologia in generale (se c’è qualcosa che odio di più dei problemi informatici sono i problemi legati alla burocrazia italiana, alle tasse e al 730: trovo alcune procedure così antiquate da risultare antipatiche, ne sono certa, persino agli Angela). Se c’è qualcosa che non va e il dispositivo si può riavviare, fallo. Ho provato anche con le auto e con le persone, funziona meno, ma la speranza è sempre l’ultima a morire, no?

In ogni caso, volenti o nolenti, è quello che è successo a noi con questa emergenza Covid-19. Ci hanno spento il futuro e ora ci ritroviamo con il buffer di riavvio accesso. Abbiamo quindi due strade aperte di fronte: sperare di trovare un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato; oppure costruire insieme un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato.

E lasciate che ve lo dica: se c’è una cosa che ho imparato da questi due mesi di lockdown è che se conoscete qualcuno che dopo questi due mesi si comporta ancora come se vivessimo nel prima, siete di fronte a una persona che non merita più la vostra attenzione, compagnia o forza lavoro (!). Perchè è una persona che non si è mai fermata a farsi una domanda che sia una.

E se il cane di Pavlov imparava dai traumi, possiamo farlo anche noi

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i cani sono meglio delle persone. Di qualcuno sicuramente. Quello che voglio dire è che il nostro apprendimento, come quello dei nostri fidi amici a quattro zampe, si basa sull’esperienza vissuta. E, per noi, in particolare sulla sua rielaborazione. Se capiamo che quando suona il campanello arriva il cibo, faremo di tutto per far suonar quel campanello; allo stesso modo, se capiamo che la vita di prima ci rendeva infelici, stressati e che l’iper produttività di un mondo iper globalizzato ha portato alla prima pandemia dell’epoca postmoderna che ha colpito la civiltà occidentale, faremo di tutto per cambiare le cose (oppure siamo scemi!).

D’altra parte, però, non c’è niente che piaccia più a noi esseri umani delle abitudini. Di fronte a un mondo complesso, con troppe informazioni sempre nuove da processare, il nostro cervello cerca sempre il modo più semplice e veloce che gli permette di rispondere alla complessità. Di solito, ci vogliono ventuno giorni per modificare un’abitudine. Noi ne abbiamo avuti cinquantacinque, dovremmo aver fatto in tempo a cambiare ben due cicli di abitudini: vogliamo davvero buttare via tutto? Sono sicura che, sia che siate stati da soli, sia con i vostri cari o i vostri coinquilini, sia se avete lavorato o se ancora state aspettando la cassa integrazione (!?), sia se avete avuto a casa i figli o meno, le vostre abitudini sono cambiate, il vostro ritmo è cambiato, le vostre priorità sono cambiate.

Io, per esempio, ho capito che non rinuncerò più al sonno per riuscire a fare tutto quello che non riesco a fare durante il giorno; ho capito che non mi fa bene correre continuamente di qua e di là; che lavorare bene spesso non è sinonimo di lavorare veloce e che un lavoro orientato agli obiettivi è molto, molto, più efficace di uno orientato a timbrare il cartellino (!); ho capito che con i miei acquisti possono sostenere persone che, come me, fanno del loro meglio per portare qualcosa di positivo nel mondo, anche se è difficile; ho capito che devo stare lontana da chi, persone, brand, istituzioni, ha solo sciacallato e che invece voglio tenermi vicine le persone che vogliono davvero che le cose cambino alla fine di tutto questo.

Questo è l’altro punto chiave: parlando al telefono con amici e amiche ci siamo detti che ci sarà sempre chi ci farà tornare indietro, punto e a capo. Due cose su questo: anzitutto, se vogliamo che le cose cambino, cerchiamo di non essere noi gli stronzi (sul lavoro, può esserti forse utile leggere questo articolo di Silvia Zanella, che propone un cambiamento di prospettiva molto utile e sul quale anche io ho avuto modo di riflettere qualche tempo fa). Punto secondo, cerchiamo il più possibile di ricordare alle persone attorno a noi quanto sarebbe preferibile se le cose cambiassero! Io, nel mio piccolo, ci sto provando: alla fine della scorsa settimana ho fondato un Circle, che si chiama BlossomINg, che ha l’obiettivo di raccogliere persone che vogliono trovare e far crescere la propria voce (è stata la naturale evoluzione del percorso sulla sindrome dell’impostore che avevo lanciato a gennaio prima di partire per il Messico, se ti fa piacere saperne di più, puoi cliccare qui e chiedere l’adesione).

Sul fatto poi che i cani siano meglio delle persone, per questo Governo parrebbe decisamente di sì, dato che hanno ottenuto il diritto di uscire prima di noi e dei nostri figli.

Infine, sul fatto che siamo di fronte a un trauma collettivo, e che non ho ancora sentito parlare di come pensiamo di rielaborare il lutto per tutte le persone care, per tutte le opportunità, per tutti i sogni che abbiamo perso, ho una domanda sola: perchè abbiamo preferito riaprire le attività produttive come prima cosa e non abbiamo invece voluto piangere, prima, i nostri morti?

NB: nessun cane, scienziato, congiunto, governante o imprenditore è stato maltrattato durante la scrittura di questo articolo. Si ringrazia Beba per la partecipazione fotografica

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La fase due che vorrei

Provando a immaginare la vita dopo la quarantena

Oggi ho provato a immaginare la vita dopo la quarantena, seguendo l’invito di Francesca Folda che qualche giorno fa ci invitava a immaginare un futuro di cui poterci, anche, innamorare.

In particolare, Francesca Folda, giornalista, consulente di comunicazione esperta di innovazione sociale e Director Global Communication di Amani Institute, scrive:

È l’ora dell’impresa.

Si esce dalla crisi entrando in un mondo nuovo. Con tutte le cose che dovremo ricostruire (abitudini, business, relazioni), che cosa vogliamo preservare e che cosa scegliamo di lasciare andare? Ancora più importante, che cosa vogliamo incorporare nella nuova vita, che prima mancava o non c’era abbastanza? Dovremo convivere con il coronavirus per un paio di anni almeno, dicono gli esperti. Con che altro vogliamo vivere negli anni a venire? Contro cosa vogliamo vaccinarci?

Abbiamo bisogno di una idea di futuro che ci faccia superare la perdita e la paura. Abbiamo bisogno di una versione di futuro che ci faccia venir voglia di rimboccarci le maniche per realizzarla.

Il suo invito è quello di essere creativi, nel senso che dobbiamo immaginare, prima, per poi realizzare. E alla fine dell’articolo chiede:

Di quale idea di futuro siete innamorati?

La mia risposta a Francesca Folda, che non conosco anche se mi piacerebbe tanto perchè da lei penso potrei imparare moltissimo, parte dal condividere la consapevolezza che il sogno, la tensione verso qualcosa che si può soltanto immaginare, è alla base per progettare nuovi mondi. Il pro-getto è tale solo se c’è un movimento nello spazio e nel tempo verso qualcosa: se no è solo un lancio nel vuoto.

Questo articolo è quindi un’esercizio di immaginazione. Finora non sono riuscita a raccontare la quarantena se non con qualche post su Instagram e con un hashtag #myfairyquarantine. Come dice Augusto Pirovano di The Good Life nella sua newsletter, non riesco ancora a rielaborare quello che ci è successo, il trauma è ancora in corso e il nostro corpo e i nostri cervelli sono ancora troppo impegnati a sopravvivere. La scelta di affidare a Instagram quel racconto è dovuta alla caratteristica propria di quel social di raccontare storie in frammenti, in mosaici, di immagini e testi. Alle stories, ho deciso di affidare momenti di libertà, un carillon della quarantena, da regalare a chi mi segue.

Anche questo articolo vuole essere un momento di libertà. Sono convinta che davvero solo immaginando una realtà nuova, cioè provando a costruirla nelle nostre menti senza tener conto, per ora, di tutti i vincoli della realtà presente, dei se e dei ma, potremmo trovare strade nuove, che finora non siamo mai stati capaci di vedere (che cosa faresti se non avessi paura? È una delle domande più belle che mi sono posta ultimamente. Immaginare la risposta mi ha portato fino a un nuovo progetto di cui vi parlerò a breve, ma intanto).

In questo pomeriggio soleggiato, in cui la quarantena compie 46 giorni, ho allora deciso di esercitare la mia libertà e ho provato a immaginare la fase due che vorrei. E, così, anche la mia, la nostra vita, dopo la quarantena.

Lo spazio

Nella fase due che vorrei lo spazio pubblico è uno spazio sicuro anche per le donne, possiamo tornare a casa da sole e indossare i calzoncini senza che qualcuno ci importuni. È uno spazio in cui la bellezza, l’arte e la natura hanno ritrovato il loro equilibrio, si rigenerano gli abitati che lo necessitano e si evita di costruire e cementare laddove ora ci sono fiumi, campi, prati e foreste. Lo spazio domestico è ora suddiviso equamente: la cucina è il regno di entrambi, così come il salotto, il bagno e la camera da letto. Durante la quarantena abbiamo imparato a prenderci cura di casa e famiglia non in base al genere, ma in base a quello che ci piace fare di più.

Le strade delle nostre città, da quelle larghe di Milano a quelle strettissime dei paesini, sono percorribili anche dalle persone che per muoversi usano due ruote e nessun motore, che sia una bicicletta o una carrozzina. Sappiamo che mantenere la distanza sarà ancora importante e per questo abbiamo imparato a lasciare il passo sul marciapiede a chi incontriamo, magari anche con un sorriso.

Il tempo

Nella fase due che vorrei il tempo è una risorsa abbondante e condivisa. Riusciamo a fare tutto ciò che vogliamo, e che dobbiamo, senza correre. Non dobbiamo più aspettare il weekend per essere felici, abbiamo finalmente raggiunto un equilibrio soddisfacente tra tempo di lavoro, tempo famigliare e tempo libero. Grazie alle tecnologie sperimentate in quarantena, molte riunioni si spostano online e le possiamo fare dal treno o dal parco giochi o dal divano di casa. Internet è dappertutto, così i fratellini che seguono le lezioni online non devono più litigarsi i dispositivi, perchè possono seguire l’insegnante anche dal cellulare, dalla casa della nonna, dal cortile sotto casa.

Si rispettano gli orari di lavoro, il concetto di straordinario non pagato è scomparso e, dunque, è interesse di tutti concludere i progetti nel tempo stabilito. Abbiamo imparato a essere così più produttivi in un tempo minore, senza stress, perchè abbiamo gli strumenti per farlo e non temiamo ricatti. La nostra vita, ora che scorre più lenta, ci sembra più ricca di affetti, di passioni, di opportunità.

Il corpo

Nella fase due che vorrei il corpo ci rappresenta per quello che siamo. Abbiamo imparato ad accettarne ciò che non ci piace e che ogni sua ruga, ogni cicatrice, ogni neo, ogni curva, racconta qualcosa di noi. Di quell’estate quando abbiamo provato il monopattino e siamo cadute su un terreno pieno di sassi, che sono proprio quei puntini che si intravedono sul lato della caviglia; di quella volta che, andando in giro per Roma senza pensare al sole, ma solo alla bellezza della città eterna, mi sono bruciata le spalle e ora sono piene di le lentiggini; di una torta meravigliosa che ho preparato in quarantena e che, probabilmente, ha contribuito a riempire le mie guance; delle mie spalle forti, per nuotare, per fare yoga, per girare la polenta, per prendere in spagoletta i bambini, per sollevare zaini, da mostrare tra lembi di abiti da cerimonia; del primo capello bianco spuntato chissà perchè una mattina mentre lasciavamo il Messico e ammiravamo l’alba.

Il nostro corpo non è più terreno di una guerra, abbiamo imparato che non si prendono in giro le persone per il proprio corpo, che le foto del corpo nudo di qualcuno non sono oggetto di ricatto, che il corpo perfetto non esiste, che ciò che dobbiamo ricercare non è una magrezza esasperata e le labbra piene dei filtri di Instagram, ma un equilibrio tra ciò che c’è fuori e ciò che c’è dentro. Non andiamo più in palestra se non ci piace e solo perchè è cool e lo fanno tutti, abbiamo riscoperto il valore di prenderci cura del nostro corpo in modo particolare, cioè nostro, che fa bene a noi in quanto esseri unici. Il nostro corpo, la nostra immagine, esprime ciò che siamo e contribuisce a raccontare la nostra storia, che è unica e originale.

Il lavoro

Nella fase due che vorrei il lavoro da casa è rimasto come buona pratica. Andiamo in ufficio solo quando serve, magari il lunedì, per progettare il lavoro della settimana, il mercoledì per fare il punto e il venerdì mattina per chiudere tutto per il meglio. E magari il venerdì a pranzo si fa una bella chiacchierata su com’è andata la settimana e su cosa faremo nel weekend. Durante la quarantena ci siamo accorti che ci sono due tipi di aziende e di imprenditori: ci sono quelli che stanno in piedi come castelli di carta, che non si sono fatti problemi a scegliere la cassa integrazione e che dopo solo due settimane di stop già gridavano al fallimento. Sono quelle aziende e quegli imprenditori che non si sanno assumere il rischio d’impresa e lo fanno assumere ai propri dipendenti.

E poi ci sono quelle aziende e quegli imprenditori che hanno riconvertito le produzioni per aiutare, che hanno anticipato la cassa integrazione, che hanno dato ai propri dipendenti gli strumenti per lavorare da casa, affidandosi e fidandosi delle persone che hanno assunto. Queste aziende, questi artigiani, hanno imparato a usare il digitale per non lasciare soli nemmeno i loro clienti e, infatti, nella fase due che vorrei hanno aumentato il fatturato perchè, come consumatori, abbiamo imparato a riconoscere il valore di quella imprenditorialità italiana che ci fa risollevare dopo ogni crisi. Ai primi, nè noi nè lo Stato dobbiamo più niente.

Abbiamo fatto sì che il lavoro non fosse più una risorsa scarsa, che ai ricatti non ci possiamo stare e che non dobbiamo più accettare stipendi e contratti ingiusti e illegali: abbiamo imparato che abbiamo un valore come lavoratori. Nei nostri team e nei nostri uffici, intanto, abbiamo imparato anche che per molte riunioni è sufficiente una mail e lavorare per obiettivi rende le persone molto più felici, soddisfatte e produttive, per cui siamo passati dal fulltime al fullgoal.

La famiglia

Nella fase due che vorrei mettere su famiglia è più semplice. Il congedo parentale è uguale per le mamme e per i papà. Come suggerisce Donata Columbro nei suoi Appunti per una rivoluzione, condivisi su Facebook qualche giorno fa, abbiamo colto la palla al balzo e abbiamo smesso di dare per scontato che deve essere sempre la mamma a sacrificare il lavoro, un po’ per natura, come se il papà non fosse naturalmente un papà, e un po’ perchè nella maggior parte dei casi guadagna di meno.

In ogni caso, nessuno dei genitori è penalizzato alla ripresa perchè gli asili hanno riaperto rispettando la distanza sociale e fanno didattica all’aperto. Durante l’estate esistono nuove realtà che possono prendersi cura dei bambini, di tutti, sia di quelli le cui famiglie stanno molto bene, sia di quelli le cui famiglie non stanno così bene. Il diritto all’istruzione è stato esteso anche a questi aspetti e a queste fasce d’età.

La scuola

Nella fase due che vorrei la scuola è tornata a essere importante. Nessuno è stato promosso con il 6 politico, ma le lezioni sono ricominciate, all’aria aperta e online solo quando piove e quando non si studiano gli effetti dell’acqua sulla terra e i fenomeni atmosferici. Al fine di non far passare il messaggio che la scuola è una vuota sovrastruttura, che studiare è inutile perchè tanto basta un decreto per vanificare gli sforzi fatti o per rimediare a un primo quadrimestre a zero impegno o a mille difficoltà, il Ministero alla fine ha deciso di permettere a tutti gli studenti e le studentesse di portare a termine gli studi dell’anno scolastico in corso. Ha dato gli strumenti agli insegnanti per svolgere il loro lavoro al meglio e, allo stesso tempo, ha permesso così agli studenti di raggiungere gli obiettivi che si erano preposti.

Perchè a noi, come società, interessa davvero che le giovani generazioni siano in grado di comprendere la realtà, così che possano fare scelte migliori delle generazioni che le hanno precedute. E la scuola è, ancora, il banco di prova di partecipazione e di formazione sociale. Per questo, la sosteniamo, aggiorniamo i programmi facendoli arrivare al 2011, e non, se va bene, alla Seconda Guerra Mondiale, paghiamo di più gli insegnanti e insegniamo agli studenti e alle studentesse a pensare, prima ancora che a imparare la lezione.

La cucina e la spesa

Nella fase due che vorrei cuciniamo ancora la pizza in casa e la consegna di gelato a domicilio è garantita. Facciamo la spesa solo quando serve, preferendo i piccoli produttori alla grande distribuzione. Andiamo a cena nei nostri ristoranti preferiti, che sono quelli che non solo ci fanno mangiare bene, ma che hanno cura della qualità dei prodotti e quando ce ne andiamo ci salutano con un sorriso. Compriamo italiano e di stagione, non ci viene neanche più voglia di fragole a dicembre o di pomodori a febbraio, perchè sappiamo che sono il frutto dello sfruttamento della terra e di persone che sono nate in una parte diversa del mondo.

Lo shopping

Nella fase due che vorrei facciamo shopping in modo più consapevole e solidale. Poichè la ripresa non è stata semplice, complice la chiusura forzata delle attività e la direttiva ministeriale di mettere in cassa integrazione le persone, abbiamo imparato a comprare solo ciò che ci serve. E a fare scelte di qualità, che aiutano le persone, gli artigiani e le piccole attività, che conosciamo e quelle che amano il proprio lavoro. Abbiamo imparato a sostenerci a vicenda.

Ora sappiamo quanto male può fare un mercato globalizzato il cui filo rosso sangue lega noi, seguaci fino a ieri di all you can eat, all you can delivery, all you can buy, e dall’altro la povertà e la devastazione di un mercato come quello di Wuhan, della disperazione delle seimila automobili in fila alla banca del cibo a Sant’Antonio negli USA e le persone schiacciate dalla massa in Kenya durante una distribuzione di cibo in una delle baraccopoli di Nairobi, messe ancora più in ginocchio dalla quarantena.

Abbiamo capito che siamo responsabili di quello che accade dall’altra parte del mondo e, colpevoli, faremo in modo che non accada di nuovo. Diamo la cittadinanza a chi ne fa richiesta, a chi fugge dalla guerra e dalla miseria che abbiamo contribuito a creare, inseguito da armi che abbiamo prodotto e venduto, a chi è qui da anni e chiama i suoi figli con nomi italiani. Abbiamo finalmente capito che essere nati qui, è solo un colpo di fortuna, e che è nostro dovere, in nome di quella fortuna, aiutare chi non è stato così fortunato.

L’amicizia e le relazioni

Nella fase due che vorrei ci telefoniamo o scriviamo ancora per chiederci come stiamo. Perchè la risposta ci interessa davvero. Abbiamo imparato a circondarci solo delle persone che ci fanno bene e non sentiamo più il bisogno di litigare su internet o di caricare le foto delle nostre ex su telegram offrendole al macabro mercato criminale del revenge porn.

Nella fase due che vorrei se siamo ammalati stiamo a casa e non abbiamo paura a chiedere la malattia perchè il nostro datore di lavoro sa che l’ultima volta che qualcuno ha fatto il contrario, c’è stata una pandemia. Nella fase due che vorrei quando incontriamo qualcuno per strada lo salutiamo sorridendo e dicendo buongiorno, come abbiamo imparato a fare durante la quarantena; durante le passeggiate in montagna non getteremo più la carta per terra, come non butteremo più le bottiglie di plastica in mare mentre ce ne abdiamo in giro sul pedalò; e avremo sempre tempo per fermarci a chiacchierare del tempo, delle stagioni, di come sono belle le tue scarpe, di come stanno i tuoi, bene, grazie, a te e famiglia.

I mezzi pubblici

Nella fase due che vorrei i mezzi pubblici sono davvero una figata. Funzionano ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, e ci portano dappertutto; il supplemento bici non esiste più e, per non dare fastidio a chi la bici non la porta, ci sono sempre le carrozze apposite, a tutte le ore e su tutti i mezzi di trasporto. Per garantire la distanza sociale tra le persone ai treni sono state aggiunte carrozze ad autobus e tram aumentate le corse. Essere pendolare non è più una maledizione, ma una condizione normale e, anzi, preferibile.

Istruzione, sanità e terzo settore

Nella fase due che vorrei le persone che abbiamo lasciato da sole durante la quarantena, che in molti casi erano anche quelle più fragili in nome della cui sicurezza abbiamo acconsentito a chiuderci in casa, bambini, anziani, disabili, ecco, queste persone, oggi sanno che hanno qualcuno su cui possono sempre contare. Perchè abbiamo imparato che non possiamo lasciare solo chi ha bisogno, neanche se ci dicono che lo facciamo per proteggerlo. Nella fase due che vorrei le persone che fanno i cosiddetti lavori di prossimità, assistenti sanitari, medici, infermieri, educatori ed educatrici, sono riconosciute per il lavoro che fanno, non vengono più assunte con contratti a zero tutele e i loro settori non sono sempre i primi a essere tagliati.

Tanto, abbiamo smesso di essere invischiati nel mercato delle armi, ci siamo riletti la Costituzione, e l’abbiamo finalmente capita, e abbiamo deciso di istituire task force, composte da un numero eguale di uomini e di donne, per aiutarci a reperire i fondi per quei settori che servono davvero, sanità, istruzione, servizi alla persona, così per la prossima pandemia saremo preparati (e non ci saranno più scuse che è la prima volta, che non lo sapevamo, che è tutta colpa dell’Europa).

Il tempo libero

Nella fase due facciamo ancora i flash mob alle 18:00, usiamo meno l’auto, passiamo più tempo all’aria aperta perchè ci fa bene, riusciamo a dedicare ad attività che ci piacciono almeno un’ora al giorno, non abbiamo più bisogno di urlare parolacce nel traffico, perchè il traffico è molto diminuito.

Poichè lavoriamo da casa e facciamo meno spostamenti, abbiamo più tempo libero tanto che possiamo scegliere se annoiarci, o fare yoga, andare a correre, quando e quanto ci pare. I corsi online hanno funzionato così bene che, quel che si può, arriva ancora in diretta su Instagram alle 17:00. Abbiamo riscoperto la bellezza delle feste in giardino, ci piace così tanto ritrovarci che la domenica i centri commerciali sono chiusi e facciamo delle feste pazzesche. Il non-compleanno è diventato imporante quasi quanto il compleanno vero e proprio.

La sera, si vedono ancora le stelle nel cielo, di giorno, si sentono ancora gli uccellini che cantano. Le farfalle, che riempiono i nostri prati e per cui mi stupivo all’inizio della quarantena, non se ne sono mai più andate.