cambiare lavoro azienda ghosting

Il magico potere del follow up

Cosa fare quando l’azienda per cui hai mandato la candidatura fa ghosting peggio della persona che ti piace

Oggi mentre ero su Instagram a leggere come le persone avessero deciso di trascorrere l’ultimo giorno prima del lockdown, sono incappata in questa immagine. A mio parere, descrive perfettamente come si è sentit@ chi, negli ultimi otto mesi, ha cercato di cambiare lavoro.

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Meme dal profilo di @Will_ita

Cercare o cambiare lavoro oggi è insieme una necessità e una maledizione

Secondo un’analisi di Tortuga, condotta sulla base di dati Istat, dopo la prima ondata della pandemia, il mercato del lavoro italiano ha perso 656.000 posti di lavoro e il numero totale di occupati è calato del 3,84%. A esser messi peggio sono, che novità, gli under 35, i cui settori di occupazione, in particolare cultura, sport e ristorazione, sono i più colpiti dalle limitazioni governative. Infatti, il 41,3% dei lavoratori di questi comparti ha meno di 35 anni. Di questi, meno della metà può contare su un contratto a tempo indeterminato e il 57,9% di loro percepisce un reddito netto mensile inferiore ai 1000€. Se sei una donna, poi, è anche peggio.

Non deve quindi sorprenderci che il nostro mercato del lavoro negli ultimi mesi assomigli a un campo di battaglia. Grazie alla ripartenza di maggio, in cui anche i settori produttivi più colpiti sono riusciti a riprendere fiato, migliaia di donne e di giovani si stanno facendo strada a colpi di CV e cover letter. La competizione in questo momento è altissima e, come racconta anche Euronews, trovare o cambiare lavoro oggi è insieme una necessità e una maledizione.

Le difficoltà che devi affrontare se cerchi di trovare o cambiare lavoro

Oltre alla competizione, che rende piccino il più figo di tutti gli Erasmus, ci sono anche le aziende che sembrano volerci mettere del loro. Eccitate come Dissennatori a una partita di Quidditch, non vedono l’ora di vedere chi sarà il primo a cadere e allora costruiscono offerte di lavoro ridicole, dove una persona dovrebbe avere duecento teste per poter davvero lavorare bene; processi di assunzione complessi più della tecnica per truccare uguali tutti e due gli occhi; e proposte economiche e contrattuali che potrebbero tranquillamente trovare un posto magnifico su per il loro c…

Penso che la pratica più diffusa, e più odiosa, già in uso ben prima della pandemia, sia quella per cui un’azienda con cui si è instaurata una relazione di qualsiasi tipo, finisca per non dare più notizie di sè o del processo di selezione. Un po’ come quando senti un ragazzo o una ragazza per un po’ e poi, inspiegabilmete, quello o quella scompare. Per settimane. Per mesi. Per sempre.

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Cosa fare se l’azienda per cui vorresti lavorare fa ghosting

Il mio consiglio è di considerare tre strade. La prima è quella di aspettare. Magari tra un paio di settimane riceverai una telefonata in cui ti chiameranno per la proposta economica e tu ti dirai che ti stavi solo fasciando la testa inutilmente. Oppure, tra tre mesi ti arriverà una mail standard in cui ti ringraziano per il tempo che gli hai dedicato, ti dicono che le tue competenze sono veramente quello che gli pareva che potesse fare al caso loro, ma, dato l’altissimo numero di candidature ricevute, purtroppo, per questa volta, sono costretti a scegliere un’altra persona. Però, per fortuna, sono a disposizione e non vedono l’ora che si aprano nuove prospettive per il futuro. A questo punto, puoi cestinare l’email oppure fare un ultimo tentativo inviando una risposta in cui ringrazi e chiedi feedback. Probabilmente, non ti risponderanno mai e si torna punto a capo.

La seconda via che puoi scegliere di percorrere è quella del fregartene altamente. Se non sai cos’è la sindrome dell’impostore, probabilmente questa per te è la via più facile: siete spariti? Peggio per voi, io cerco altro.

La terza via è quella che io chiamo: il magico potere di fare follow up. Sì, perchè potrebbe darsi, che uno degli effetti collaterali della guerra di CV che si sta scatenando, è che dietro al tuo processo di selezione ci sia un HR sull’orlo di un esaurimento nervoso. E, magari, sta seguendo più processi contemporaneamente e, mentre tu cerchi di stare dietro a tutte le candidature che hai mandato e a tutti i colloqui che hai fissato, lei, o lui, non abbia avuto modo di cancellare il tuo nome dalla sua lista di cose da fare. Che fare allora?

Il magico potere del follow up

Un ottimo modo per farsi rispondere da una persona che non ci sta rispondendo da un po’ è fare follow up. Prendi l’ultima email che vi siete scambiati, cambi l’oggetto scrivendo in grande “FOLLOW UP”, senza le virgolette, ovviamente, inserisci un breve testo di introduzione in cui in teoria chiedi se per caso hanno visto la tua email o hanno avuto modo di valutare la tua proposta, ma in realtà stai dicendo: vi muovete a rispondere? Lasciando la tua email al di sotto, prendi due piccioni con una fava: leggono la tua prima email e possono darti risposta con un solo clic.

Cambiare l’oggetto è la vera scaltrata. È verosimile, infatti, che la persona che riceve la vostra email, e non vi ha risposto negli ultimi ventiquattro giorni, non ha idea di chi siate. Leggendo un oggetto così criptico, ma dal significato inequivocabile, verosimilmente leggerà subito la vostra comunicazione.

E se non mi risponde più?

Sai cosa si dice dei ragazzi o delle ragazze così? Ecco. Torna alla seconda via e lascia perdere: trovati un’azienda che ti merita.

spore contro sindrome impostore vera prada

Il 12 novembre inizia Spore

Spore è il naturale proseguo di BlossomINg, il percorso che ho creato per dare un taglio alla sindrome dell’impostore e far fiorire la nostra voce

Il 12 novembre inzia Spore, il naturale proseguo di BlossomINg. Il suo obiettivo? Imparare a usare la tua voce, naturalmente!
Spore si compone di sei incontri. E questa volta, con me ci saranno tre professioniste che ho selezionato per aiutarci a usare la nostra voce in quei modi e contesti di cui tanto abbiamo parlato durante BlossomINg, mentre imparavamo a dare un taglio a quella vocina che ci diceva che non siamo mai abbastanza. La partecipazione è gratuita e aperta a tutte e tutti: puoi invitare chi vuoi, è sufficiente ricordarvi di iscrivervi a ogni evento di volta in volta.

Perchè Spore

Spore è il naturale proseguo di BlossomINg ed è un percorso rivolto a giovani professionisti e professioniste per dare un taglio alla sindrome dell’impostore e far fiorire la propria voce. Si compone di un numero limitato di incontri, online e di persona, da considerarsi come un percorso unico; utilizza elementi di sociologia, leadership, educazione non formale e narrazione. Durante BlossomINg abbiamo capito che quella vocina che ci dice che non siamo abbastanza parla a tutti e tutte, senza eccezioni. E che per farla tacere, le altre persone sono importanti, come supporto nel percorso che fa crescere, invece, la nostra voce.

Non hai partecipato a BlossomINg e vorresti partecipare a Spore? Se vuoi, scrivimi per ricevere un piccolo riassunto. 


Il programma di Spore

12 novembre, ore 19:00 – Google Meet

Avvicinati. Perchè voglio usare la mia voce? Diamo un obiettivo alla nostra partecipazione a questo percorso.

10 dicembre, ore 19:00 – Zoom 

Insieme a Brandie Silva, Leadership Development Consultant

Specchio specchio delle mie brame. Identifichiamo i nostri veri limiti e i super poteri che ci consentono di  abbatterli.

21 gennaio, ore 19:00 – di persona

Insieme a Chiara Porro, Copywriter & Scriptwriter

Workshop: Come posso raggiungere i miei obiettivi? Impariamo a essere sicure di noi stesse, a partire da come ci presentiamo in video

18 febbraio, ore 19:00 – Google Meet

Workshop: Come posso raggiungere i miei obiettivi? Impariamo a interagire con gli altri per portare a buon fine le nostre negoziazioni

18 marzo, ore 19: 00 – di persona

Insieme a Elisa Bernazzani, Chinesiologoa, Fitness & Postural Trainer

Workshop: Come posso raggiungere i miei obiettivi? Impariamo a fare pace con il nostro corpo e a vederlo come strumento affidabile e sincero

29 aprile, ore 19:00 – di persona

Festeggiamo: celebriamo i nostri successi, insieme. Cin Cin!

Come vedi, sono positiva e ho previsto metà degli incontri di persona: vediamo come va con il Covid.

Come partecipare?

Per ricevere gli inviti agli incontri, iscriviti qui.

Senti che la sindrome dell’impostore non frena solo te, ma anche il tuo team: ti presento Bloom, il workshop di un’ora dedicato ai gruppi di lavoro

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Piano di fuga dalla normalità

Dove mangiare e cosa vedere in Toscana dal mio ultimo viaggio

Siamo tornati alla normalità. Era quello che volevi? Personalmente no. Se senti di avere bisogno di un piano di fuga che ti porti fuori dalla normalità, ho ben due belle notizie da darti: la prima è che a Sant’Ambrogio quest’anno c’è un ponte pazzesco e la seconda è che sto per raccontarti come sfruttarlo al meglio.

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Abbiamo viaggiato on the road e dormito in agricampeggio

La mappa del mio viaggio in Toscana

Da qualche anno la mia capacità di pianificare i viaggi si è dotata di un nuovo e formidabile strumento: My Map di Google. Un’applicazione di Big G che consente di creare mappe personalizzate inserendo luoghi e itinerari che è possibile poi condividere con chi verrà in viaggio con te o con amici e amiche che vorranno seguire le tue orme alla prima occasione.

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Tagliere per 3 alla Vineria di Montepulciano

In questa mappa sono segnati tutti i luoghi per mangiare bene (icona gialla con le posate), per dormire (icona arancio con il lettino), per bere bene (icona color vino e bicchiere Martini), per fare foto spettacolari (icone verdi con la macchina fotografica) e per fare il bagno (icone azzurre con il pesciolino). C’è anche un’icona rosa con i palloncini che, se non sbaglio, ho scelto per indicare una sorta di parco artistico a tema in cui non abbiamo fatto in tempo, ahimè, ad andare.

Vedrete che abbiamo sempre scelto di dormire in agricampeggio. Perchè? Perchè è la scelta che permette di vivere il più possibile a contatto con la natura, senza le aberrazioni dei campeggi normali come l’animazione alle due del mattino e il minigolf. Inoltre, dà un sostegno importante ai produttori e alle produttrici agricole che trovano in questa attività un supporto costante e importante.

È ovvio che in otto giorni fare questo viaggio in Toscana sia impossibile. E infatti non l’abbiamo fatto tutto, ma la bellezza di questa mappa è che, fino a che non deciderò di cancellarla, potrà essere ricondivisa e riusata all’infinito. Grazie digitale, cosa faremmo senza di te (per una risposta cinica a questa domanda retorica rimando alla visione di The Social Dilemma).

 

Le donne del vino toscane

Se deciderete di seguire le iconcine color vino, scoprirete che sono disposte a segnalare alcune cantine molto speciali. Da Bolgheri, dove Marina dei Mulini di Segalari guida la sua azienda vitivinicola con il sorriso e le spalle larghe da contadina ed ex architetto in pensione, passando per la Fattoria le Pupille a Scansano, la cui proprietaria si è fatta così conoscere per il suo vino di qualità che nei dintorni la chiamano Lady Morellino, risalendo verso Saturnia al La Maliosa, dove Antonella produce vino totalmente naturale in un contesto dove tutto, dall’energia al fieno, è autoprodotto, sino ad arrivare su un piccolo colle della Val d’Orcia dominato dalla Fattoria del Colle, casa di Donatella Cinelli Colombini, madre dell’enoturismo italiano e del Consorzio del vino Orcia.

Le donne del vino toscane rappresentano perfettamente la sensibilità e l’attenzione che già avevo trovato parlando con le produttrici vitivinicole di tutta Italia per un articolo che ho scritto recentemente, pubblicato su D Repubblica. Ha ragione Donatella Cinelli Colombini quando dice che non esiste un vino da donne, ma il modo in cui le donne producono, raccontano, assaggiano il vino e lo fanno assaggiare, è unico.

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Grappoli

Non sono espertissima, ma ho fatto diverse visite in cantina in tutte le regioni storiche del settore vitivinicolo italiano. E posso dire una cosa: quell’attenzione alla pianta; al rispetto per l’ambiente che ci ospita, che passa dalla scelta delle modalità di coltivazione, dei colori dei muri della cantina, dai materiali dei contenitori in cui il vino fermenta; la sensibilità che porta a far iniziare tutte le visite dal campo e di arrivare in cantina con le suole dei sandali sporche di terra e le dita colorate perchè abbiamo potuto staccare gli acini dalla pianta e assaggiarli. È la stessa sensibilità che le porta a raccontarti tutto di sè e del loro prodotto e tu a rispondere con la stessa intensità. La condivisione di esperienze comuni è al centro della degustazione. A rendere possibile questo incontro, il vino.

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Aperitivo alla Fattoria del Colle, ospiti di Donatella Cinelli Colombini

Due posti che ti lasceranno a bocca aperta

Il primo è Cala Martina, la sorella meno famosa di Cala Violina. Non se la fila nessuno a parte i nudisti, che comunque noi non abbiamo trovato, in caso vi desse noia condividere ottocento metri di spiaggia con qualcuno che non indossa qualche pezzo del costume. Lasciate che ve lo dica: le spiagge per i nudisti di solito sono le più incontaminate, dove il mare è più bello, un pensierino a uscire dalla vostra comfort zone vi consiglio di farlo.

Qui abbiamo trovato fortini, rocce modellate dall’acqua, mare blu, pulitissimo, tantissimi pesci e persino un polpo! Per arrivarci, una bella passeggiata nel bosco. Attenzione al parcheggio, mettono multe selvagge e bisogna arrivare molto molto presto per accaparrarsi i pochi posti disponibili.

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Il polpo di Cala Martina

Il secondo è la collina su cui sorge Podere Il Casale, agriturismo, ristorante, caseifico e agricampeggio, dove abbiamo scelto di festeggiare il nostro anniversario. Il panorama rende l’idea di come dev’essersi sentito Truman di The Truman Show per tutta la sua vita.

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La vista sulla Val d’Orcia

E per dirla come Truman: se deciderete di seguire le mie orme in Toscana, buongiorno, buonasera e buonanotte.

cosa vuol dire spreadworking

Cos’è lo spreadworking

Definizione e risorse utili sul modo di lavorare che la maggior parte di noi ha sperimentato in quarantena e che gli altri chiamavano smartworking

Durante la quarantena della primavera 2020, per il contenimento del contagio da Covid-19, ho imparato a fare il pane e la pizza, ho riletto l’intero ciclo di Avalon, in cui la scrittrice statunitense Marion Zimmer Bradley rinarra i racconti della saga arturiana dal punto di vista femminile di Morgana, e ho inventato la parola spreadworking per raccontare il lavoro di chi stava lavorando da casa in condizioni che non avevano proprio nulla di smart.

Come nasce la parola spreadworking?

Il primo mese di quarantena è stato difficile per tutti. Non avevamo idea di quando sarebbe finita ed è stato pure difficile capire com’era cominciata. Credo che le conferenze stampa del Presidente Conte non abbiano raggiunto lo stesso share dei mondiali 2006, solo perchè la maggior parte di noi le guardava via social. In ogni caso, sin da fine febbraio le multinazionali prima e tutte le aziende italiane fino alle pmi e alle partite iva, hanno seguito quanto previsto dal DPCM del 9 marzo 2020 adottando, laddove possibile, l’erogazione della prestazione lavorativa da remoto. Il decreto lo chiamava smartworking e così anche i mezzi di stampa e le aziende.

Peccato che le condizioni a cui quasi il 20% della forza lavoro italiana era costretta a lavorare, non avessero nulla di smart. È emerso subito, sin dalle prime storie che ho iniziato a raccogliere a fine marzo, che il vuoto normativo generato dal DPCM, che aveva concesso lo smartworking senza estendere però anche gli obblighi di legge per la sua regolamentazione, aveva contribuito a generare un modo di lavorare totalmente sregolato. Senza orari e senza tutele, i lavoratori e le lavoratrici che lavoravano da casa dovevano convivere con un lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio, con capi che chiamavano a qualunque ora del giorno e del fine settimana, email a tutte le ore, richieste a cui era impossibile sottrarsi. Ho raccolto più di una trentina di storie. E ho coniato il termine spreadworking.

Smartworking e spreadworking: trova le differenze

Durante le mie ricerche sul tema, per cui ho coinvolto anche un’esperta di risorse umane, due avvocate del lavoro e un sindacalista, che mi hanno aiutata a dare risposte alle persone che si trovavano in quelle situazioni (gli e le spreadworker), mi sono ritrovata spesso a dover rispondere alla domanda: ma qual è la differenza tra smartworking e spreadworking? Credo che le differenze siano molteplici e risiedano nelle condizioni che rendono possibile l’uno e l’altro.

Secondo la legge 81/2017, lo smartworking si definisce per la presenza di 5 condizioni

  • Obiettivi: la prestazione lavorativa in condizione di smartworking è erogata per obiettivi, concordati tra le parti all’interno di accordi inviduali
  • Reperibilità: poichè il lavoro è articolato per obiettivi, all’interno degli accordi individuali le parti concordano anche gli orari di reperibilità del lavoratore o della lavoratrice. Che, detto in altri termini, significa che quindi non sono obbligati a essere connessi e reperibili sempre dalle 9:00 alle 18:00 con la pausa pranzo dalle 13:00 alle 14:00, come se fossero in ufficio
  • Disconnessione: dunque, ne consegue che il lavoratore e la lavoratrice debbano avere sempre la libertà di esercitare il proprio diritto alla disconnessione in tempi e modalità concordati con l’azienda
  • Strumenti: l’azienda deve mettere a disposizione di lavoratori e lavoratrici gli strumenti necessari per lo svolgimento del loro lavoro. Dal pc aziendale alla connessione internet
  • Sicurezza: perchè le persone possano lavorare in smartworking, la loro postazione lavorativa deve essere considerata sicura. Per questo, all’inizio dello smartworking le aziende sarebbero state tenute a inviare ai propri e alle proprie dipendenti l’informativa sulla sicurezza, come previsto dalla legge

Se la tua azienda non ha rispettato uno o più di questi punti, non c’è problema: eliminando l’obbligo di legge degli accordi inviduali, di fatto, si è eliminato anche l’obbligo di rispettare questi punti. E, a quanto pare, anche di controllare in che modo le aziende hanno gestito la cosa.

Ed ecco che entra in scena lo spreadworking. Le cui caratteristiche sono

  • il tempo di lavoro colonizza quello privato e delle relazioni: il controllo esercitato dal management, sotto forma di continue chiamate, email, messaggi, riunioni, meeting e standup, rende impossibile la disconnessione, al punto che sembrava di convivere, non solo il o la nostra partner, ma anche con i di lui o di lei manager e coworker
  • spazio di lavoro e spazio domestico coincidono: condizione strettamente legata alla precedente, forse dovuta anche più alla condizione di lockdown, trasforma lo spazio domestico in spazio di lavoro impedendo alle persone di riconoscersi in più identità appiattendole alla sola esistenza come lavoratori e lavoratrici
  • vengono a mancare uno o più dei 5 pilastri dello smartworking: totalmente sregolamentato e senza alcun controllo, venendo meno gli accordi individuali, gli spreadworker non hanno strumenti per cambiare la propria situazione, se non la negoziazione

Ovviamente, poichè la regolamentazione dello smartworking si riferisce al lavoro dipendente, e non al lavoro autonomo di freelance e liberi professionisti, anche la definizione di spreadworking si comporta allo stesso modo.

Chi ha provato a dire no allo spreadworking

In seguito anche alla condivisione delle mie riflessioni sullo spreadworking, una giovane donna, di cui avevo raccolto la storia nel mese di marzo, mi ha scritto per raccontarmi di aver preso coraggio e di aver affrontato il problema con i suoi superiori. Si era resa conto che, se anche la strada per lo spreadworking nell’azienda dove lavora era già spianata, da sempre si lavorava molto di più e i e le manager erano abituati a disturbare le persone nei fine settimana; ciò che per lei era cambiato, e le causava un’enorme ansia, stress e aveva intaccato negativamente la sua motivazione e la sua produttività, era la continuità della condizione e il fatto di non poter mai sentirsi in grado di scegliere se dire sì o dire no.

Il meccanismo, mi ha detto, si basava sul fatto che, dato che tutti eravamo bloccati in casa, non c’erano motivi per non lavorare sempre. Così, ha portato avanti la sua negoziazione su quest’ultimo punto. E il suo è un quasi lieto fine: qualche giorno fa le ho chiesto com’era finita e mi ha detto che, se anche continua a fare gli orari pazzi di prima, si sente più consapevole delle reali urgenze e delle sue responsabilità e si sente libera di dire sì e di dire no, più padrona delle sue scelte, senza sensi di colpa.

Quale è, davvero, il lavoro del futuro?

Da maggio lo sport preferito di media e persone esperte in risorse umane è capire se lo smartworking sarà il lavoro del futuro. Anzitutto, mi viene da dire, sarà interessante vedere quanti tra noi under 35 avranno ancora un lavoro alla fine dell’estate. E, in secondo luogo, mi sembra che la domanda sia mal posta, dato che è evidente che solo una minima parte delle persone ha sperimentato il vero smartworking. La maggior parte, infatti, ha solo lavorato da casa.

Un altro punto che, a mio parere, è stato totalmente ignorato da chi si sta occupando del tema è la disuguaglianza sociale, legata a fattori economici e demografici, emersa insieme al telelavoro. Non tutte le persone, infatti, hanno una casa che si presta adeguatamente a svolgere una qualsiasi prestazione lavorativa: conquilini, genitori anziani, figli a cui badare, camere doppie, connessione a internet scadente, assenza di postazioni con luci, piani di lavoro e sedute adeguate, la mancanza dell’aria condizionata, sono solo alcuni degli elementi che rendono una casa un posto dove non è possibile lavorare bene. Dalla mia unica abitazione, in affitto, al caldo della pianura padana ho visto persone lavorare dalla casa al mare e da quella al lago dal 4 maggio o dalla ciclabile della Valtellina, postando storie su Instagram con #estateitaliana e #smartworking.

Non tutti i lavori, poi, possono essere fatti da casa. Uno studio di McKinsey, condotto negli USA durante i primi mesi di lockdown, riporta che il 70% dei lavori non può essere svolto in smartworking e che ci sono milioni di lavoratori nei settori primario e terziario si stanno avviando verso la soglia di povertà perché sono fermi senza lavoro dalla primavera. Se la situazione in Italia è più rosea è solo perchè il DPCM del 9 marzo ha bloccato le assunzioni fino al 16 agosto prossimo. Anche da noi, poi, la forza lavoro interessata dal lavoro da casa è stata quella dei cosiddetti lavoratori della conoscenza, che guarda caso si trovano per la grande maggioranza a Milano e Roma e che raggiungono il 30% della forza lavoro italiana solo aggiungendo chi lavora nel settore pubblico.

Insomma, che sia smartworking, spreadworking, homeworking, southworking, il lavoro da un luogo che non è l’ufficio o l’azienda o la fabbrica o il campo non è il lavoro del futuro, almeno non per tutti e tutte, ma solo per chi se lo può permettere.

Oltre lo spreadworking

Quel che è certo è che c’è un interesse, mi pare, molto forte in Italia per venderci lo smartworking come assolutamente positivo. Certo, il vero smartoworking ha degli aspetti positivi, io che da due anni e mezzo lavoro da casa come libera professionista due giorni alla settimana posso confermarlo, ma sarebbe necessario anzitutto che fosse regolamentato e che l’obbligo degli accordi individuali venisse reintegrato a partire da settembre. E che non diventi la trovata politica per sopperire all’eventuale chiusura delle scuole.

Per andare oltre lo spreadworking serve, a mio parere, un cambio di cultura. Manageriale, per cui è necessario che i e le manager imparino a fidarsi dei propri collaboratori e collaboratrici, che la loro funzione sia sempre più progettuale e sempre meno di controllo e che imparino a rimodulare l’organizzazione del lavoro secondo nuove modalità slegate dalla presenza e dal tempo. Ed esistenziale, per cui è necessario che anche noi lavoratori e lavoratrici impariamo che il lavoro non è il solo aspetto delle nostre vite a definirci, che possiamo dire no senza sentirci in colpa e che le nostre sfere della vita altre da quella lavorativa hanno eguale dignità di esistenza (e, poi, troverò qualcuno che mi spiegherà perchè su 365 giorni l’anno abbiamo deciso che fosse necessario lavorarne più di 300).

Risorse utili sullo spreadworking

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Quarantene coraggiose: Sara e il tempo

La storia di Sara, del tempo in quarantena trascorso al lavoro, nell’orto e con sua figlia Viola, aspettando pomodori maturi e una nuova normalità

Sara è una viaggiatrice. Battuta pronta e occhi sempre attenti, con lei ho condiviso gli ultimi anni di pendolarismo ed è sempre a lei che devo i consigli più preziosi su viaggi, vini e ristoranti. Sara è una dei tre milioni di donne italiane che hanno visto la propria situazione lavorativa e familiare messa più a dura prova durante i primi mesi di emergenza sanitaria, complice la chiusura delle scuole e un mercato del lavoro che è sempre meno accogliente per le donne e per le mamme con figli con meno di quindici anni.

Sara ha trascorso il tempo della quarantena insieme a sua figlia Viola. E mentre Sara lavorava, affrontava la crisi della sua azienda, il conseguente fermo e la cassa integrazione in deroga fino a data da destinarsi, lei e Viola hanno disegnato tantissimo, aspettato invano la didattica online, piantato i pomodori nell’orto, guardato Frozen ancora e ancora, salutato il babbo che andava a lavorare tutte le mattine e creato quaderni fotografici dei loro ultimi viaggi (tra cui quello che ha ispirato anche il nostro viaggio in Mesoamerica ).

A Sara, e al tempo di ricchezza e sofferenza che è stato per lei il lockdown, ho deciso di dedicare la terza delle quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Leila e quella di Fanny, lascio che sia lei a raccontarlo.

Sara nel suo giardino

Ho passato la quarantena con mia figlia Viola di quattro anni e mio marito Claudio. Siamo stati a casa, a Melegnano, per tutto il tempo del lockdown. Per fortuna casa nostra ha un giardino e abbiamo potuto godere di questo piccolo spazio verde durante i giorni di quarantena.

La mia quarantena lavorativa è iniziata prima del 9 marzo quando, improvvisamente, il 23 febbraio, il primo caso di Covid è stato ufficializzato a Codogno, a qualche kilometro dalla cittadina dove abitiamo. La mia azienda aveva valutato che, per la nostra sicurezza, fosse meglio non recarci in ufficio.

Il tempo del lavoro: investito e guadagnato

E, così, abbiamo iniziato a lavorare in smartworking.

Nel primo mese ho lavorato otto ore tutti i giorni come se fossi stata in ufficio. Per fortuna Viola ha collaborato e fatto la brava, autogestendosi e giocando con il suo babbo, il quale, avendo un negozio alimentare, aveva sì ridotto l’orario, ma è riuscito sempre a lavorare. Uno degli aspetti che mi è mancato di più a livello lavorativo è stato il contatto con i miei colleghi. Siamo un team affiatato ed è stata una grossa privazione in questi mesi di lavoro da casa. Ci consultiamo molto e per fortuna con i mezzi a nostra disposizione siamo riusciti spesso ad incontrarci, anche se virtualmente.

Invece, il fatto positivo del lavoro smart è che ho potuto evitare le ore di viaggio casa-ufficio-casa e quindi ho ottimizzato al massimo le ore di sonno che altrimenti di solito mi godevo solo nel fine settimana.

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La prima passeggiata, e il primo caffè, dopo il 4 maggio

Il tempo delle relazioni: che non ci sono più e che continuano ad esserci, nonostante tutto

Una cosa molto difficile che ho dovuto affrontare è stato far capire ai miei genitori di settant’anni la gravità della situazione. Soprattuto perchè all’inizio è stata un po’ sottovalutata, e non capita, e solo in un secondo momento si è poi rivelata nella condizione che tutti ormai conosciamo.

Al di là di tutto, io comunque sono sempre stata un po’ “giapponese” a livello di strette di mano e contatto fisico, cioè: ho sempre preferito evitare. Quindi devo dire che ho accolto molto bene il distanziamento sociale e non mi manca assolutamente la modalità di relazione che invece prima era inevitabile.

Il tempo recuperato per la casa, per la famiglia e per sè

Diciamo che la quarantena mi ha anche trasformata un po’ in massaia disperata. Sembra facile da dire, ma gestire colazione, pranzo e cena per sette giorni per tre persone non è facile. E senza alcun accesso facilitato a supermercati e negozi alimentari, la mia creatività è stata messa a dura prova. E sarei stata davvero in difficoltà se avessi lavorato a tempo pieno.

Sì, perchè, dal 1 aprile la mia azienda ci ha messo in cassa integrazione al 50% e quindi di tempo libero ho iniziato ad averne molto. Così, cosa che non avrei potuto gestire con il lavoro presenziale, ho potuto occuparmi del giardino e dell’orto.

Insieme a Viola, che mi ha dato una mano sin da subito, ho organizzato un orticello urbano con qualche ortaggio. E spero che presto mi dia i frutti tanto aspettati.

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I pomodori dell’orto di Sara e Viola

Il tempo futuro: che già si costruisce, anche se fa ancora un po’ paura

La fase in cui ci troviamo mi sta facendo ancora un po’ paura. Non mi sento sicura del tutto a uscire, spensierata come prima del Covid19: ce la sto mettendo tutta e so che, poco a poco riprenderò, a fare tutto quello che facevo prima. Di solito sono una programmatrice di viaggi, appena tornata, anzi sul mezzo che mi riporta a casa di solito penso già alla prossima meta. Ma questa quarantena, purtroppo, mi ha fermata parecchio, il mio lato orso ha preso il sopravvento e sto molto bene in casa.

Cosa non mi mancherà? Vedere mia figlia che giocando, simula il mio lavoro utilizzando il suo pc giocattolo e che, invece di poter uscire e giocare con gli amici al parco o all’asilo, fa riunioni parlando per finta con la sua amica immaginaria.

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Bignami per spreadworker

Due avvocate, un sindacalista e una HR rispondono alle vostre domande sullo spreadworking

Quando ho raccontato le storie di chi stava lavorando da casa durante la quarantena Covid-19, non mi ero resa conto di quanto fosse diffuso quel malessere che le persone avevano deciso di condividere con me. Chi lamentava la mancanza di sicurezza, chi di un orario di lavoro, chi ancora di organizzazione, chi di semplice rispetto. La situazione comune riguardava il fatto che lavorare da casa per molte persone non aveva nulla di smart, tanto che ho sentito necessario, per poterne parlare, inventare una nuova parola. Così ho creato il concetto di spreadworking, inteso come lavoro sparso ovunque, nel tempo e nello spazio.

Insieme alle storie degli e delle spreadworker, sono arrivate molte domande su come poter uscire dalla situazione o su come gestirla meglio (da cui è nata questa riflessione). La fine progressiva della quarantena e le misure che l’hanno accompagnata, DL Rilancio in primis, non sono state risolutive delle situazioni di malessere lavorativo ed esistenziale generate dai precedenti DPCM e, anzi, hanno finito per acuire alcune situazioni. Ecco perchè per rispondere alle vostre domande ho dovuto chiedere l’aiuto dell’avvocata Chiara Ferrera, della giuslavorista Denise Milan, del sindacalista Sergio Venezia e di Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, che già mi aveva aiutato a fare luce sul problema.

Le risposte alle vostre domande

Le trovate di seguito, raccolte per macrotemi, seguite da una domanda che non mi ha fatto nessuno e che, invece, avrei tanto voluto ricevere.

Lavoro in spreadworking. Quanto è legale? E come posso cambiare le cose?

Risponde l’Avv. Ferrera.

La deroga recentemente introdotta riguarda anzitutto la sola procedura di accesso al lavoro agile, non certo il contenuto e i principi tracciati per tale modalità di lavoro, sanciti dalla legge 81/2017 e richiamati espressamente dai DPCM successivi. Se è vero che tali DPCM non pongono espressamente l’obbligo degli accordi individuali in capo al datore, è pur vero che, nel vuoto normativo conseguito all’esclusione della necessità degli accordi, per assicurare che l’applicazione concreta del lavoro agile sia conforme a legge, si rende comunque necessaria la definizione delle concrete modalità di lavoro. Anche da parte del lavoratore o della lavoratrice, attraverso una richiesta che può essere più o meno formale.

Ricordiamo che gli ambiti del lavoro agile, previsti dalla legge, e dunque possibile oggetto di tale richiesta sono: l’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi; l’assenza di precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro; la comunicazione della normativa relativa alla sicurezza, che deve essere trasmessa anche per via telematica; la definizione della durata massima dell’orario di lavoro, giornaliero e settimanale, nei limiti stabiliti dalla legge e dai CCNL; e la definizione dei tempi di riposo nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione.

Risponde la Dott.ssa Milan.

Questo vuoto normativo può essere fonte di abuso da parte di alcuni datori di lavoro che, non avendo concordato individualmente tempi e modalità della prestazione lavorativa e neppure concesso la strumentazione apposita, beneficiano di prestazioni ben oltre il normale orario di lavoro. Quello che consigliamo di fare, in materia di spreadworking, è di far valere il proprio diritto alla disconnessione, così come previsto dalla legge 81/2017. Nei fatti, questo può avvenire, per esempio, spegnendo i dispositivi e comunicando via email al datore di lavoro e ai clienti che la presa in carico della richiesta da parte vostra avverrà soltanto alla ripresa del vostro orario di lavoro.

Per chi lavora nel terzo settore, come dovrebbero relazionarsi lavoro da casa e cassa integrazione?

Risponde la Dott.ssa Milan.

La relazione dovrebbe essere la stessa in tutti i settori. Una problematica che sovente ci viene riportata è l‘uso promisco di cassa integrazione e lavoro da casa. Alcune aziende utilizzano la cassa integrazione per evitare costi, imponendo comunque la prestazione lavorativa ai propri dipendenti, i quali, temendo di perdere il posto di lavoro, accettano di lavorare anche in quei periodi in cui risulterebbero in CIG. In questi casi, indipendentemente dal settore, andrebbe impugnata la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive.

Lavoro per una grossa società di consulenza e mi sembra di non aver conosciuto altro che spreadworking, ma adesso non ho più una vita. Cosa posso fare?

Risponde la Dott.ssa Milan.

Se si tratta di problematiche comuni, sarebbe utile fare una richiesta collettiva, attraverso la figura del rappresentante sindacale interno all’organizzazione, in modo tale da non esporre troppo nessun lavoratore o lavoratrice e vedere comunque garantita la tutela del proprio diritto.

Buoni pasto: come funzionano durante lo smartworking in deroga?

Risponde l’Avv. Ferrera.

Anche questo aspetto andrebbe regolato mediante gli accordi individuali. In ogni caso, salvo diverse intese o accordi sindacali, non si rinviene uno specifico obbligo in tal senso a carico del datore di lavoro. Andrà dunque verificato caso per caso se e in che misura i buoni pasto vadano riconosciuti al dipendente.

Dal 25 maggio nel mio ufficio facciamo i turni tra lavoro in azienda, cassa integrazione e lavoro da casa. Come funziona?

Rispondono la Dott.ssa Milan e la Dott.ssa Columbro.

Nonostante quanto riportato da alcune testate giornalistiche, al momento non esistono ordinanze specifice che consentano il prolungamento del consueto orario di lavoro articolandolo in turni. Come detto in precedenza, qualora si attesti un uso promiscuo di lavoro e cassa integrazione, è consigliabile impugnare la cassa integrazione richiedendo al contempo le differenze retributive; e qualora si prosegua con lo smartworking in deroga, si consiglia di accordarsi con il datore di lavoro per la sua attuazione attraverso la forma degli accordi individuali.

I recenti DPCM hanno disposto lo smartworking in deroga fino a fine emergenza, ossia il 31 luglio prossimo. L’unica categoria che a oggi può richiederlo come diritto sono i genitori di figli di età inferiore ai 14 anni.

Qualora venga richiesto al lavoratore o alla lavoratrice di tornare a lavorare in ufficio e ci si rende conto che l’applicazione delle normative sulla sicurezza non sia stata eseguita coompletamente, si consiglia di rivolgersi al proprio rappresentante sindacale, laddove presente, in alternativa alle Organizzazioni Sindacali. Proprio in questi giorni stiamo infatti riscontrando un uso distorto del potere disciplinare, volto esclusivamente a eludere il divieto dei licenziamenti. Ricordiamo infatti che i licenziamenti per giusta causa sono possibili anche in questo momento, a prescidere dalle richieste di cassa integrazione o di altri tipi di aiuti statali.  Ai sensi dell’art. 80 D.L. 19 maggio 2020, n. 34 nel medesimo periodo sono sospese le procedure collettive pendenti. Sono altresì sospese le procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Mi rendo conto che i miei diritti sono stati calpestati: cosa posso fare?

Risponde Sergio Venezia.

Anzitutto, è importante ricordarsi che non siamo soli o sole. La richiesta della tutela dei propri diritti di lavoratori e lavoratrici dovrebbe andare di pari passo con il senso di comunità, per cui non portiamo avanti solo i nostri diritti, ma anche quelli di quanti condividono con noi la medesima situazione di malessere. Insieme, si può fare molto, da soli, molto poco. Come sindacato, noi mettiamo a disposizione un percorso rivolto all’individuo, mantenendo sempre anche un’attenzione collettiva. Il percorso inizia con una consulenza, gratuita e aperta anche alle persone non iscritte, volta ad ascoltare il disagio del lavoratore o della lavoratrice e a comprendere la sua forza contrattuale. A questo punto, la persona decide come procedere: se intraprendere un’azione individuale, legale o di rappresentanza, oppure un’azione collettiva. Per procedere, e solo a questo punto, è richiesta l’iscrizione al sindacato. L’anonimato è garantito per tutto il percorso di consulenza.

Esiste inoltre un servizio, offerto dalle firme sindacali, almeno in Lombardia, in Veneto e in altre regioni del Centro Nord Italia, che si chiama Sportello Disagio Lavorativo. Tale funzione ha lo scopo preciso di fornire la prima consulenza al lavoratore e alla lavoratrice che decide di lasciarsi consigliare da noi, in seguito a una situazione di malessere che sta vivendo al lavoro. Troppe volte le persone si rivolgono a noi quando è troppo tardi: quello che io consiglio è di rivolgersi subito al sindacato quando si inizia a percepire che qualcosa non va, per diventare consapevoli della propria forza contrattuale e poter cambiare le cose prima che sia troppo tardi.

Soprattutto tra i giovani, il “mi sono fatto da solo” sta diventando sempre più un valore. I cosiddetti crumiri ci sono sempre stati, ma oggi chi gioca da sol@ fa del male soprattutto a se stess@. Io credo, invece, che aiutare gli altri e farsi aiutare dagli altri, riconoscendosi simili nel problema per trovare una soluzione comune, sia la chiave per vivere bene il presente e, soprattutto, il futuro. Oltre alla consulenza e rappresentanza sindacale, è possibile attivare anche altri percorsi. Ci sono, per esempio, i gruppi di mutuo auto aiuto, in cui le persone che condividono un malessere, lavorativo o esistenziale, si riuniscono per imparare a risolvere, insieme, le proprie situazioni individuali.

[E io aggiungo] Anche le community che sorgono attorno al sistema professionale, nomino spesso Lean In, possono essere d’aiuto. I Circle nascono come gruppi di persone che si riuniscono per affrontare insieme una determinata situazione legata a diverse sfere della vita.

La domanda che non ho mai ricevuto e che invece avrei voluto ricevere

In tanti e tante hanno commentato Non chiamatelo Smartworking, soprattutto sui social. L’articolo è stato letto per intero da qualche migliaio di persone. Sono entrata in contatto con le storie di circa trenta spreadworker. Ma nessuna azienda ha voluto raccontarmi il suo modo di gestire o di non gestire lo spreadworking.

A onor del vero, ho ricevuto l’invito a raccogliere le storie delle aziende virtuose da parte di una persona che stimo molto e credo che lo farò, dato che mi piace dare voce a tutti i personaggi di una storia. Mi è molto dispiaciuto, però, non aver ricevuto la domanda che segue.

Come azienda: come posso gestire al meglio lo smartworking in deroga?

Risponde la Dott.ssa Columbro.

I punti essenziali di un accordo individuale, redatto in forma scritta e sottoscritto anche dal lavoratore, che le aziende dovrebbero tenere in considerazione, potrebbero essere spiegati come segue:

  1. anzitutto, l’accordo deve contenere cosa l’azienda intende per smartworking per distinguerlo dal telelavoro;
  2. deve definire poi dove i dipendenti possono lavorare, poiché non è detto che si possa lavorare al bar o in luoghi pubblici, come una spiaggia o un rifugio in montagna, per motivi di privacy;
  3. è possibile per l’azienda indicare quali dipendenti possono usufruire dello smartworking, se tutti e tutte, oppure solo alcuni in base al contratto oppure in base alla funzione;
  4. l’accordo deve poi individuare i tempi di riposo del o della dipendente: la legge dice che vi può essere flessibilità, ma dice anche che va rispettato l’orario settimanale del contratto nazionale di appartenza. In questo senso, le aziende possono definire anche gli orari di reperibilità, impegnandosi, laddove è previsto, a corrispondere il dovuto indennizzo ai dipendenti;
  5. l’accordo contiene anche gli eventuali strumenti di lavoro (non c’è l’obbligo) forniti ai dipendenti durante lo smartworking. Tra questi, alcuni possono essere volti ad assicurare la piena concentrazione delle persone, come per esempio una rete internet con accesso solo ai software e siti autorizzati;
  6. sicurezza sul lavoro: l’azienda deve inviare l’informativa sulle norme e le buone pratiche da seguire durante lo smarworking, anche in forma telematica;
  7. infine, è necessario specificare le modalità di recesso dall’accordo .

E, ora, spreadworker, tocca a te: cosa farai per cambiare la tua situazione? E insieme a chi lo farai?

Se hai ancora delle domande, scrivimi e cercheremo di rispondere.

Nell’immagine, il fondo della piscina del Farm Cultural Park di Favara, Sicilia. La scritta appare evidente solo quando la luce rossa si accende. Ho scelto questa immagine perchè ci sono cose, a volte, che siamo capaci di vedere solo quando siamo in emergenza.

produttività lavoro si no infatti

Ma perchè lavoriamo così tanto?

Cosa fare se dal lavoro dipende il nostro valore e la produttività è la misura di questo valore

Mentre raccoglievo il materiale per scrivere Bignami per spreadworker mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che per poter dare una risposta alle domande che avevo raccolto, avevo bisogno di coinvolgere ben quattro persone in virtù delle loro distine professionalità ed esperienze. Certo, non dovrei essere stupita, dato che viviamo in un Paese che ha delegato al professionismo la funzione di mediazione tra una burocrazia sempre più articolata e i suoi cittadini; non a caso, gli ordini professionali continuano a prosperare, anche se le tutele su cui sono chiamati a esercitare, contano sempre di meno.

Come è emerso da molte delle storie che ho raccolto, anche e soprattuto in seguito alla pubblicazione di Non chiamatelo smartworking, eravamo spreadworker già prima della pandemia. Qualche giorno fa Sam Blum, giornalista di Vox.com, si chiedeva se la quarantena stesse decretando la fine della produttività come valore fondativo della società americana e, più in generale, della società occidentale contemporanea.

Nonostante sia ormai comprovato che più ore di lavoro non significano più qualità, anzi, troppo lavoro finisce per diminuire la produttività, noi continuiamo a lavorare anche più di dodici ore al giorno e all’aperitivo del venerdì facciamo a gara a chi ha lavorato di più.

Perchè lavorare tanto fa ancora rima con lavorare bene

Da un lato, questo accade per una miopia del management italiano, che è ancora convinto di vivere e fare business negli anni ’80, per cui più lavori più fatturi. Dall’altra perchè, come mette in luce Blum, la nostra identità professionale è, oggi, la nostra identità dominante.

Uno dei motivi per cui per molti e molte spreadworker è così difficile dire no, apparirebbe dunque essere quello che Anat Keinan, docente associata di Marketing e Comunicazione all’Università di Boston, descrive all’interno di articolo di Blum: se il lavoro è diventato il parametro con cui misuriamo il nostro valore come persone, e la produttività la misura di questo valore, rifiutarsi di lavorare sempre, rinunciando a livelli sempre più alti di produttività, significherebbe scegliere consapevolmente di diminuire il proprio valore, a livello sociale ed emotivo.

Se la produttività equivale alla desiderabilità sociale

Cambiare e togliersi da questo enorme condizionamento, che in altri articoli non a caso ho chiamato doppio legame, non è affatto semplice, se persino chiedere le ferie di quest’estate o far rispettare il proprio diritto alla disconnessione, previsto dalla legge, genera in molte persone un senso di colpa tale da farle desistere. Se non riusciamo a farlo dall’interno, allora, possiamo sempre tentare di far scattare il mutamento a un livello superiore: cosa succederebbe se iniziassimo a considerare il lavoro solo un lavoro e comprendessimo, nella nostra realizzazione personale, altre sfere della vita? Cosa succederebbe se dall’equazione lavoro quindi sono, togliessimo la componente di valore e lasciassimo soltanto lavoro quindi vengo pagat@?

A queste domande hanno cercato di rispondere diverse realtà, tentando di sviluppare soluzioni alternative e sostenibili, come quella, ad esempio, dell’economia del bene comune, che rimette al centro la persona nella sua interezza e vede il lavoro come una delle sue possibili aree di sviluppo. Esistono poi diversi esperimenti di realtà alternative, dove il benessere delle persone è calcolato in modo diverso e dove al centro ci sono le competenze delle persone e il tempo diventa la risorsa meno scarsa e allo stesso tempo più preziosa. Molte persone, durante la quarantena, hanno potuto sperimentare una pausa dalla vita lavorativa ed è possibile che in tanti e tante abbiano riscoperto passioni e interessi, potendo intravedere di nuovo sfere di possibilità da tempo sopite.

Io credo che, probabilmente, sarebbe più facile pretendere che i nostri diritti vengano rispettati, se iniziassimo a comprendere la nostra identità professionale e la sua piena realizzazione solo come una delle tante possibili. Penso anche che dovremmo imparare a dire più no, quando è necessario, e ad aiutarci di più tra noi che condividiamo una stessa condizione: è un cambiamento che deve partire dalle singole persone, ma che è necessario portare avanti insieme.

Credo infine che la consapevolezza di questo stato di cose sia il primo passo per costruire la nostra libertà, per questo ho voluto scrivere questo articolo, per questo, in generale, amo raccontare: credo che da ogni storia possiamo interpretare noi stessi e comprendere meglio quello che ci circonda, a livello individuale e sociale, la funzione del mito è sempre stata questa. Credo che sia importante raccontare, lasciare spazio a versioni differenti della stessa storia, perchè solo così possiamo creare, narrandole, versioni diverse della realtà. Ciascuno con la propria voce, ma per il benessere di tutti e tutte.

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Quarantene coraggiose: Leila e la notte

La storia di Leila, delle notti di Ramadan in quarantena e della sua veglia fino al mattino

Conosco Leila da qualche anno. Di lei mi colpiscono sempre la dolcezza nella sua voce, il suo sorriso enigmatico e l’acuta sensibilità che la porta sempre a mettere in luce dettagli che sfuggono ai più. Il suo strumento più potente, in questo senso, è la sua capacità di scegliere immagini bellissime, e in apparenza innocue, ma che nascondono il grandissimo potere di scardinare l’idea della prima impressione.

Leila, il cui nome in arabo significa notte, ha trascorso parte della sua quarantena durante il Ramadan, un mese per lei molto importante, che già normalmente porta una pausa dalla normalità, vissuto quest’anno in modo ancora più particolare. A lei e alle sue notti di veglia, ho scelto di dedicare la seconda di queste quarantene coraggiose. Come è stato per la storia di Fanny, lascio che sia a lei a raccontarla.

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Leila, il giorno del suo compleanno, il 3 marzo 2020,
vista con gli occhi di sua sorella minore Amina

Mi chiamo Leila Ben Abbou e abito a Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi. Ho compiuto 25 anni il 3 marzo, quando il virus era appena scoppiato senza pietà. Tutti nelle strade avevano l’incertezza sui loro volti perchè non eravamo ancora pronti a vivere quello che, poi, abbiamo vissuto. Non è stato un compleanno piacevole, perchè percepivo molta ansia. Però quel giorno ho messo il cappotto, i tacchi e sono uscita di casa.

Ho trascorso i mesi di quarantena con la mia famiglia. I miei genitori sono di origine marocchina e noi in Italia non abbiamo parenti stretti. Dal 24 aprile ho continuato la mia quarantena in modo diverso e speciale perché è iniziato il Ramadan.

Perchè amo il Ramadan

Io amo il Ramadan e lo attendo come i Cristiani attendono il Natale. Ramadan è il nono mese del calendario islamico detto anche calendario lunare. Questo calendario non corrisponde a quello solare, per questo non è possibile fissare una data precisa per l’inizio del mese di Ramadan. Ogni anno questo periodo anticipa di dieci o undici giorni: quest’anno è iniziato il 24 aprile, l’anno prossimo sarà verso il 13/14 aprile e così via. A me piace perchè in questo modo è possibile assaporare il digiuno in qualsiasi stagione. Dieci anni fa ricordo che iniziai a digiunare in autunno, era settembre: non vedo l’ora che arrivi in inverno.

Ramadan è un mese sacro perché in una delle sue ultime dieci notti, dispari, è sceso il Corano. Non sappiamo con esattezza quale sia la notte precisa ma, tra le varie notti dispari, pare essere la numero ventisette e prende il nome di La Notte del Destino (Laylatu Al-Qader).

Durante questo mese ci sono diverse regole da rispettare, quella più evidente è che si digiuna dal momento prima dell’alba fino al tramonto, senza prendere né cibo né acqua. In questo mese, poi, dobbiamo cercare di essere la versione migliore di noi stessi. Per esempio, dobbiamo usare un linguaggio pulito, non litigare con nessuno, essere più vicini alla comunità e dedicare più tempo alla preghiera e soprattutto alle attività quotidiane, come il lavoro o lo studio.

Si ha davvero molto più tempo per lavorare su se stessi perché tutte le pause legate al mangiare spariscono. Inoltre, il digiuno ha un effetto terapeutico anche sul nostro organismo, è rigenerativo. Questo è il primo anno che vivo il Ramadan pienamente a casa e ho percepito qualcosa di insolito. Abituata a trascorrerlo a lavoro o all’università, impegnata mentalmente in altre attività, il digiuno era più leggero. A casa, invece, un’eventuale fame è facile da percepire.

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Un cappuccino di soia che Leila si prepara da sola verso mezzanotte e mezza

Durante il mese di Ramadan sto sveglia tutta la notte, prego, se riesco studio, e intanto osservo il cielo notturno diventare giorno. Il pasto del tramonto si chiama iftar. Rompiamo il digiuno con acqua e datteri, dopodiché andiamo a pregare e torniamo a mangiare. Di solito il primo piatto è una zuppa. Bisogna fare attenzione a quello che si mangia, se ci abbuffassimo dopo il tramonto l’effetto terapeutico del digiuno di cui parlavo prima svanirebbe. Digiunare ci insegna a conoscere il nostro corpo.

Sto sveglia tutta la notte perché prima dell’alba, orario che varia a seconda della stagione, quest’anno era verso le quattro del mattino, facciamo il suhur che è il pasto prima del digiuno. Di solito mangio porridge di avena, frutta secca e soprattutto cerco di bere acqua. Dopo il suhur si fa la prima preghiera. Alle quattro e mezza del mattino si sente un fortissimo cinguettio degli uccelli già pronti a iniziare la loro giornata. È una meraviglia!

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L’alba quel giorno era particolarmente bella e Leila ha deciso di fotografarla

Ramadan mi permette di vivere a pieno la mia religione. Non è facile con una religione come la mia, l’Islam, soprattutto in Italia. Quando ero bambina mia madre mi faceva provare a digiunare per metà giornata e mi diceva di pensare ai bambini che soffrono la fame per davvero. Mia madre stava cercando di insegnarmi l’empatia, sentimento che cerco con tutte le difficoltà di sviluppare nel tempo. Ramadan per me è diventato questo: l’empatia. L’empatia con chi soffre, con chi ha meno di te, ma anche con chi è come te. Durante questo mese è bello pensare ai milioni di musulmani che da qualche parte nel mondo stanno digiunando, questo pensiero rafforza il senso di comunità.

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Creatività di Leila, 4:30 del mattino. Le piace inviare le foto delle sue attività alle sue amiche che stanno digiunando, ciascuna nelle proprie case

Il mio Ramadan in quarantena

Vivere il Ramdan in quarantena, soprattutto per quanto riguarda il digiuno, è stato difficile, ma mi ha dato modo di sviluppare un insegnamento che già Ramadan mi trasmetteva nel tempo. Durante le ore di digiuno è facile farsi trascinare dalla stanchezza, ma dobbiamo avere la forza di imporre alla nostra mente che noi non dipendiamo dal cibo, ma da noi stesse. L’unico modo per imporre questo concetto è distrarsi, concentrandosi su altre attività. Per i primi dieci giorni di Ramadan mi è mancato enormemente camminare, non poter uscire a fare delle passeggiate a più di duecento metri da casa. Di solito, infatti, dopo l’iftar, in quel momento della giornata che io chiamo After-Iftar, vado sempre a fare una passeggiata.

Allo stesso tempo, è stato piacevole ritrovare momenti di riunione in famiglia, a tavola, tra chiacchierate e sorsi di tè alla menta. Ramadan ci insegna infatti ad apprezzare una tazza di caffè o un bicchiere di acqua. Al momento dell’iftar, quando addentiamo il dattero e beviamo l’acqua, capiamo davvero quanto è importante il cibo, ne possiamo percepire la forza graziosa, e questo ci permette di apprezzare anche un semplice un bicchiere d’acqua o una tazza di caffè. Il piacere delle piccolezze, ringraziare Dio, o qualsiasi altra forma di fede in voi, per quello che avete. Non bisogna dare nulla per scontato. L’abbiamo visto anche con la quarantena, con la libertà di movimento, soprattutto. A volte pensiamo che le cose nella vita ci siano dovute e per questo ci dimentichiamo di apprezzarne il valore, credo.

Penso che Ramadan abbia un altro punto in comune con la quarantena. Da un giorno all’altro noi italiani, europei, ci siamo svegliati e il nostro passaporto rosso non aveva più valore. Ma nel mondo, quante persone hanno un passaporto che non vale niente, da sempre? Vorrei riflettere sull’empatia, di cui ho parlato anche prima. Io personalmente mi sono messa mei panni di quelle persone, durante questo tempo di Ramadan e quarantena.

Quando è iniziata la quarantena ho pensato a tutte le attività che non ho fatto, rimandandole. Questo mi ha fatto percepire un grande senso di colpa che ha accompagnato i miei giorni.

Spero di aver imparato a cogliere qualsiasi cosa mi si presenti davanti nel momento in cui accade, senza rimandare, perché il futuro in realtà è il presente.

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Il 4 maggio finalmente Leila esce di casa a passegiare dopo il tramonto
e incontra questo gatto
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Quarantene coraggiose: Fanny e il mare

La storia di Fanny, che sta trascorrendo la quarantena su un vascello nelle acque della Nuova Zelanda

Ho conosciuto Fanny durante il mio ultimo viaggio in Francia. Viveva a Boulogne Sur Mer e lavorava al museo marittimo di Dunkirk. Ogni giorno era costretta a viaggiare in auto per un’ora e mezza tra le due cittadine simbolo del Hauts De France. Per rendere il viaggio più piacevole e sostenibile, aveva aperto un account su Bla Bla Car ed è così che io e Amalija, la mia compagna di viaggio di allora, siamo finite nella sua auto.

Quando l’ho conosciuta Fanny era infelice. Conosceva il miglior ristorante di Boulogne Sur Mer, ma non riusciva a capire come migliorare la sua vita. Solo la settimana scorsa, quando l’ho contatta per chiederle di raccontarmi come fosse finita a trascorrere la qua quarantena a bordo di un vascello, ho scoperto questa parte della sua storia che non conoscevo.

Come ho fatto per i miei ultimi racconti di viaggio, lascio che sia lei a raccontarla.

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Fanny oggi

La quarantena di Fanny nell’equipaggio della Alvei

Faccio parte dell’equipaggio dell’Alvei, una nave d’alto bordo costruita più di un secolo fa, da quattro mesi. Siamo in quarantena dal 26 marzo, ancorati nel porto di Russel, in Nuova Zelanda. Dato che il livello di rischio per chi si trova sulla nostra situazione è medio alto, saremo in quarantena fino a fine maggio. Il mio quaran-team è composto dal nostro capitano e dal suo primo ufficiale, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, il secondo è un ingegnere australiano, il nostromo è anch’esso statunitense e poi ci siamo noi marinai semplici: io, due francesi, un inglese e una ragazza tedesca. Chiude la ciurma la nostra fantastica cuoca, che viene dal Sud Africa.

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Fanny e due compagni dell’equipaggio

Le nostre giornate in quarantena sono molto simili a quelle che avremmo trascorso in porto in una situazione normale. Dal lunedì al venerdì lavoriamo dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 17:30; nel weekend di solito siamo liberi. La giornata è scandita dai pasti, che la nostra cuoca annuncia suonando una campanella: dalla mia cuccetta riesco a indovinare cosa c’è per colazione, se muffin, pancake o omelette, in base al profumo che si sprigiona dalla cucina, ancor prima che lei suoni. Consumiamo i pasti nella cambusa e la colazione diventa occasione per fare il punto della situazione: ci rivolgiamo tutti verso l’enorme mappa dell’oceano Pacifico che abbiamo appeso al muro. Avremmo dovuto partire un mese fa e raggiungere Panama passando per le Galapagos, ma con la quarantena siamo rimasti bloccati qui.

Alla fine della giornata di lavoro siamo parecchio stanchi e sporchi. Prima della quarantena andavamo al porto a farci la doccia, ma ora, poichè dobbiamo limitare l’acqua dolce per cucinare e per bere, ci laviamo sul ponte con l’acqua di mare. Oppure, se siamo fortunati, durante un acquazzone. Quando vivevo in Francia, a Boulogne Sur Mer, la mia città natale, ero abituata a lavarmi i capelli tutti i giorni. Qui, invece, non mi preoccupa nemmeno sapere che non avrò vestiti puliti fino alla fine della quarantena! Vivere su una barca ridefinisce molto le priorità.

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Il ponte dell’Alvei

Anche la corrente è limitata. Abbiamo un generatore, che però possiamo accendere solo per qualche ora durante il giorno. Durante la settimana siamo sempre molto stanchi per il lavoro, per cui la sera dopo cena andiamo a letto presto. Nel weekend invece ci divertiamo, c’è chi legge, chi guarda qualche film, chi disegna, chi prova qualche piatto nuovo da far provare al resto dell’equipaggio. Quello che preferisco è quando giochiamo a nascondino o a Gatto e Topo: è super divertente giocarci nello spazio limitato e pieno di oggetti come quello di una nave! Amo i miei compagni di viaggio: siamo in quarantena da sette settimane e siamo riusciti a non litigare neanche una volta. Ci rispettiamo a vicenda.

L’Alvei ha più di un secolo. Il nostro capitano l’ha comprata l’anno scorso sulle isole Fiji: era così messa male che la sua fine più ovvia sarebbe stata quella di essere affondata. Ma non è stato così e quindi per rimetterla a nuovo il lavoro da fare è parecchio. Quando sono arrivata qui non sapevo neanche usare un cacciavite. Ora, invece, so lavorare il legno, il ferro, so aggiustare una rete da pesca e costruire una fune. Trascorrere la quarantena in questo modo non è affatto male: ogni giorno imparo qualcosa di nuovo.

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Fanny sfiletta un pesce appena pescato

Sono arrivata qui perchè nella mia vita di prima ero triste

Ho iniziato a navigare sulle navi d’alto bordo solo l’anno scorso. Anche se sono nata in uno dei porti più importanti che la Francia ha sull’Atlantico, non ero mai salita su un vascello. Lavoravo nell’organizzazione del Festival maritittimo che ogni due anni ha luogo a Boulogne Sur Mer. Durante l’ultima edizione ho conosciuto l’equipaggio del Pelican of London, un vascello inglese. Mi offrirono di andare con loro come volontaria in un viaggio breve, da Bristol a Dublino, quattro giorni di navigazione. Ci andai, mi innamorai e quattro giorni si trasformarono in tre settimane.

Il senso di libertà che senti per mare è unico: niente internet, niente telefono, sei solo tu e il mare. Il mio momento preferito è quando devo stare di guardia: è incredibile quanto si può conoscere di una persona durante un turno di quattro ore di veglia notturna, mentre il mare scorre veloce sotto la nave e le parole prendono forma insieme alla luce che precede l’alba. La nave diventa la tua casa, l’equipaggio la tua famiglia. Ogni tuo gesto ha un obiettivo: mantenere gli altri al sicuro. Alla fine della giornata vado a letto esausta, ma felice.

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Durante la veglia all’alba sull’Alvei

Sono fiera di me stessa perchè finalmente sto vivendo il mio sogno. Ho sempre amato viaggiare, ma a parte un Erasmus di tre mesi in Islanda o qualche vacanza, non l’ho mai fatto per davvero. A mancarmi, credo, sia sempre stata l’avventura. Ho incontrato il mio fidanzato quando avevo ventidue anni e siamo andati a vivere insieme nella città dove entrambi siamo nati. Lui aveva un lavoro che lo rendeva felice, un lavoro importante, di quelli a cui non rinunci. All’inizio sembrava anche a me di essere felice: avevo ventitre anni e avevo tutto, una casa,un fidanzato, la mia famiglia e i miei amici sempre vicino. Mi sentivo davvero amata.

A differenza del mio fidanzato, non ho mai avuto un lavoro che mi soddisfacesse particolarmente. Mi sono laureata in Storia dell’Arte e l’unico lavoro per me a Boulogne Sur Mer è stato un lavoro nel settore cultura del comune. Qualche volta mi capitava di lavorare su qualche progetto interessante, ma la maggior parte del tempo mi annoiavo a morte. Ho iniziato a sentirmi sempre meno capace e ho iniziato a perdere fiducia nelle mie capacità; sentivo che dato che non mi veniva mai chiesto di pensare, di usare il cervello, sarei presto diventata stupida.

Mentre lavoravo per il Festival marittimo il mio capo mi annunciò che avrebbero voluto offrirmi un contratto a tempo indeterminato. E, così, mi sono vista, come tutti i miei amici, avrei detto di sì, mi sarei sposata, avrei comprato casa, avrei avuto dei figli. Ho visto la mia vita dispiegarsi dritta di fronte a me: avrei vissuto nella mia città natale per sempre, con le stesse persone, con lo stesso lavoro che odiavo, facendo lo stesso percorso tutti i giorni dal mio appartamento al mio ufficio. Nessuna avventura.

Così ho mollato tutto

Lasciare il mio fidanzato è stata la cosa peggiore. Realizzare che dopo tanti anni insieme c’è ancora l’amore, ma a mancare è una visione del futuro condivisa, è stata veramente dura. Mi sono sentita veramente in colpa. Una volta di ritorno dall’Irlanda, dopo le mie tre settimane sul Pelican of London, ho fatto richiesta per il visto lavorativo in Nuova Zelanda e tre settimane dopo sono partita. Ora sono fiera di me stessa: sto vivendo l’avventura che ho sempre voluto vivere. Non mi sono mai sentita così libera e potente in tutta la mia vita. Ora so che posso fare tutto ciò che voglio e arrivare dove ho sempre sognato.

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Fanny al lavoro sull’Alvei

Quando la quarantena sarà finita

Credo che la prima cosa che farò quando la quarantena* finirà sarà camminare. Non si cammina molto su una nave e mi manca il contatto dei piedi con la terra. E poi farò una doccia calda e una lavatrice. Dopo, non ne ho idea. Il nostro capitano sta cercando una possibile rotta, forse andremo verso le Samoa. La pandemia ha reso qualsiasi panificazione impossibile. Avevo pensato di tornare in Francia per le vacanze estive, ma se dovessi scegliere dove passare la quarantena, sto meglio dove sono adesso! Mi piacerebbe andare a lavorare come marinaio in Canada l’anno prossimo, se sarà ancora possibile.

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L’Alvei

La quarantena di Fanny è finita il 13 maggio. Fanny ha festeggiato con una passeggiata fino alle docce pubbliche disponibili nel porto di Russel. E ora è pronta a salpare di nuovo.

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Non chiamatelo smartworking

L’emergenza Covid-19 ha creato lo spreadworking, il lavoro sparso ovunque nel tempo e nello spazio

Dall’inizio dell’emergenza Covid-19 il 15% della forza lavoro in Italia sta lavorando da casa in quello che viene chiamato smartworking. Ma senza orari e senza tutele, il modo di lavorare a cui molti di noi sono sottoposti non ha niente di smart. Sarebbe più corretto chiamarlo spreadworking, nel senso di sparso ovunque nel tempo e nello spazio.

La mia amica Sara lavora da casa da fine febbraio. In un solo mese ha trascorso quaranta ore, cioè un’intera settimana lavorativa, in riunione con il suo capo, più di venti ore di straordinari non pagati e di lavori urgenti chiesti alle otto di sera e il sabato mattina. Dopo quasi quattro mesi di spreadworking a suo marito sembra di essere sposato anche con il resto del suo team. Marco è in cassa integrazione da metà marzo, ma gli è stato richiesto di continuare a lavorare comunque da casa perchè, nonostante l’azienda, una grossa punta nel settore dei servizi, sia chiusa, è necessario che lui mantenga attive le comunicazioni con i clienti. Il risultato? Ha lavorato più di prima per settimane, non ha ancora ricevuto la cassa integrazione ed è vittima di mobbing da quando ha cercato di spezzare questo circolo vizioso.

Ad Antonella è stato chiesto, mentre era in cassa integrazione, spesso via WhatsApp e alle undici di sera, di entrare nei computer dei colleghi per leggere le loro email. Rosa, che lavora per un’azienda di medie dimensioni a conduzione familiare, riceve più di otto messaggi ogni giorno, quindici email e una media di cinque telefonate dal suo capo in otto ore di lavoro, a cui si aggiungono le mail e i messaggi su WhatsApp nel weekend. Suo marito ha sentito così tante volte la voce del suo capo risuonare per l’appartamento, che pensa di poterlo riconoscere anche senza averlo mai incontrato. Luca, che lavora per un’azienda nel settore dei servizi, ha attaccato al suo computer un post it su cui si legge: “Ricordati che stai parlando con una persona con problemi. Abbi pazienza“. Giulio, che lavora per un’azienda informatica, mi racconta di far fatica a dormire e di aver iniziato a prendere ansiolitici dopo tre mesi di spreadworking.

Evviva l’empatia del middle management

I nomi sono inventati, ma queste storie sono vere. Me le hanno raccontate persone che conosco, di persona o via social, persone che sto vedendo sfiorire, maltrattate da un lato da capi incompetenenti che non si fidano di loro e che in tre mesi di lavoro da casa non hanno ancora imparato a gestire un team, progetti e lavori da remoto; dall’altro dall’opinione pubblica: con il 45% dei lavoratori a casa da due mesi senza reddito, perchè la cassa integrazione ancora non è arrivata, lavorare da casa in questo momento è considerata una grande fortuna. E guai a chi prova a lamentarsi.

La prima difficoltà che incontrano i lavoratori e le lavoratrici in spreadworking è quella di non sapere quando si finirà di lavorare, di non poter più vivere un tempo privo da comunicazioni di lavoro, che si insinuano nello spazio domestico e nel tempo che un tempo si dedicava al viaggio verso casa, alla famiglia, a se stessi. La seconda è di non riuscire più ad associare alla casa, che antropologicamente è un luogo sicuro, dove ci sentiamo protetti dai mali del mondo, queste sensazioni positive: con lo spreadworking, come raccontava il marito di Sara, le tensioni dell’ufficio si siedono sul divano con noi, i problemi con i clienti si siedono sulle nostre gambe mentre ceniamo e spesso ci ritroviamo i nostri capi a letto con noi la sera prima di andare a dormire.

La terza difficoltà riguarda appunto avere a che fare con manager a cui, di come stiamo e del fatto che non stiamo lavorando bene, non interessa assolutamente niente. Neanche se è comprovato che gli stati d’ansia limitano la produttività. Manager che non hanno gli strumenti, professionali o cognitivi, per porre rimedio. Quando Gianluca, un altro lavoratore che mi ha consegnato la sua storia, ha fatto presente al suo capo di essere diventato un hot spot per le comunicazioni di due aree aziendali, per cui tutto il suo tempo era impiegato a gestire e organizzare la sola comunicazione interna ed era costretto così a finire il suo lavoro fuori orario, la soluzione adottata dal manager è stata semplicementre quella di sollevarlo dall’incarico e affidare quest’ultimo a un’altra persona, alle stesse identiche condizioni.

Lo smartworking dovrebbe essere incentrato sul lavoratore

Gaia Columbro, professionista dell’amministrazione del personale e del supporto ai dipendenti, questa settimana ha dedicato allo smartworking un’intera sezione di storie in evidenza sul suo profilo Instagram. Le ho chiesto di poter riportare parte della sua spiegazione e la ringrazio per la chiarezza e la completezza delle informazioni. Esperta di payroll e risorse umane, Columbro anzitutto suggerisce che per migliorare le cose si potrebbe partire dal riscoprire il vero scopo dello smartworking.

La preparazione di un vero smartworking richiederebbe anzittuto una trasformazione del modello manageriale e della cultura dell’organizzazione. Il vero smartworking è incentrato sul lavoratore, sul concordare con i propri dipendenti obiettivi da perseguire lasciando loro piena autonomia nel trovare la modalità con cui ottenere i risultati concordati.

In secondo luogo, dice Columbro, quello che sta accadendo a molte persone non è smartworking, ma aver semplicemente spostato il lavoro che si è sempre fatto dall’ufficio alle nostre case. E infatti lavoriamo, quando va bene, dalle 9:00 alle 18:00, con un’ora di pausa pranzo e con i capi che ci contattano come se fossimo dall’altro lato dell’ufficio e non nel nostro salotto. Non è cambiata la modalità di lavoro, ma solo la sede da cui lavoriamo.

Infine, conclude Columbro, ciò che è successo con il DPCM dell’11 marzo è stato estendere solo alcune regole previste per il lavoro agile così come regolamentato dalla legge 81 del 2017, ad esempio mantenendo gli straordinari non pagati, ma ignorando completamente la reperibilità del lavoratore e della lavoratrice. Secondo la legge, infatti, in regime di smartworking, oltre alla presenza di un progetto condiviso con il lavoratore, ci sono alcuni orari in cui il dipendente deve essere reperebile e solo in quelli può essere chiamato dal datore di lavoro.

Tutto questo accade anche perchè le aziende italiane non erano pronte

Secondo i dati di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano nel 2019, la percentuale di grandi imprese che aveva avviato al suo interno progetti di smartworking era del 58%. Del restante 30%, il 22% ne dichiarava probabile l’introduzione futura e soltanto l’8% non sapeva se lo avrebbe mai introdotto o non manifestava alcun interesse. Tra le piccole e medie imprese, solo 12% nel 2019 aveva intrapreso progetti formali di smartworking. Sdoganato dal DPCM del 1 marzo 2020, che ha spinto perchè le aziende introducessero lo smartworking anche senza alcun progetto, è stato come mettere in mano una Ferrari a un bambino.

Vi ricordate quando, da piccoli, facevate finta di guidare la macchina di famiglia nel parcheggio del supermercato scimmiottando i grandi che vedevate guidare di solito? Ecco. Immaginate che i vostri capi in questo momento stanno facendo esattamente la stessa cosa. E molto probabilmente, sono convinti di farla veramente bene.

E invece no. A dimostrarlo le recenti ricerche condotte negli Stati Uniti secondo cui il rischio reale è quello non solo di generare un problema di salute pubblica per fenomeni da stress e burnout, come quelli di alcune persone di cui ho raccontato prima, ma anche di trasformare in zombie un’intera generazione di lavoratori e lavoratrici. Come riportato da Wired, infatti, per evitare gli effetti dannosi riscontrati negli USA, questo stato di cose dovrà necessariamente essere ripensato e lo spreadworking messo a regime. Di esempi positivi, in gran parte aziende multinazionali, ce ne sono, andrebbero seguiti di più e le buone prassi condivise, a partire dal punto di vista legale e con ricadute operative al più presto.

E non diteci che non possiamo lamentarci

Molte tra le persone con cui ho parlato hanno concluso la propria testimonianza dicendomi: io comunque non mi posso lamentare perchè, comunque, sto ricevendo lo stipendio. Questo in psicologia si connoterebbe come un doppio legame con l’azienda: non posso lamentarmi perchè sto lavorando, anche se sono le condizioni pessime in cui lo faccio la ragione del mio malessere. A questo, per chi è da solo, si aggiunge l’alienazione di mesi passati in un loop lavorativo e, per chi è in coppia, la responsabilità di non riuscire a non lavorare continuamente perchè in gioco c’è mantenere la famiglia. La situazione è ancora più pesante se le testimonianze provengono da donne con figli, la maggior parte delle quali, oltre a dover sostenere lo spreadworking, stanno gestendo da casa anche l’intera famiglia.

Non è una gara a chi sta peggio. E abbiamo tutti il diritto di lamentarci, di raccontare che non stiamo bene: zittire gli altri perchè ci sembra che l’erba del loro giardino sia più verde, è un atteggiamento che non porta da nessuna parte. Perchè lavorare troppo da due mesi a stipendio ridotto, così come non lavorare affatto aspettando una cassa integrazione che non sappiamo quando arriverà, e lavorare in situazioni di scarsa sicurezza, come sta accadendo a chi è impiegato nella sanità e in quelle filiere produttive che non si sono mai fermate, è una situazione ugualmente drammatica che, avrei sperato, le istituzioni, gl imprenditori e anche noi lavoratori e lavoratrici avremmo affrontato in modo diverso.

Ma potrebbe essere un’occasione per rivedere le nostre priorità, cambiare punto di vista sul nostro modo di pensare il lavoro e rendere il cambiamento possibile. Intanto, come dice il sindaco di Milano, si continua a la-vo-ra-re. Sognando la prossima vacanza o il prossimo posto di lavoro.