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“Benvenuti a Marwen”: una non-recensione

Venerdì sera siamo tornati al cinema (prima siamo andati a mangiare un hamburger veramente buono al Siena Burger alla Madonnina di Casalmaiocco – i nomi sono veri, lo giuro). Era da molto che non ci andavamo, non ricordo nemmeno quale sia stato l’ultimo film che abbiamo visto. Tornare al cinema per me è ogni volta emozionante. Il profumo dei pop corn che aleggia nell’aria, l’aspettativa per il film che si sta andando a vedere, le poltrone morbide ed enormi in cui sprofondare, i trailer prima del film (io adoro i trailer!! un sacco di storie e di emozioni condensate in una manciata di secondi) e le immagini e i suoni che ti avvolgono e ti fanno dimenticare che non sei anche tu uno dei personaggi che in quelle due ore imparerai a conoscere. Per questo, se posso, evito i cinema che propongono l’intervallo: bestialilità emotiva.

Io di cinema non ci capisco niente. Guardo un film per la storia che racconta

Motivo di numerose discussioni con diverse persone che nell’arco degli anni hanno tentato di farmi capire che in un film c’è molto di più della storia (nel tentativo di credere a questi volenterosi cinefili ho, ad esempio, visto tutti i film di Tarantino, anche se non mi piace e le sue storie sono meno belle di altri. Questo per dire che non sto ferma nella mia ignoranza, se mi consigliate un regista o un film perchè è oggettivamente un buon prodotto artistico, io vi credo e lo vedo), in ogni caso le mie scelte sono comunque dettate dal “C’era una volta…“.

Sarà che io con le storie ci campo o perchè sono un’inguaribile romantica, ieri abbiamo snobbato “Acquaman” e “Ralph contro internet”.

Abbiamo visto “Benvenuti a marwen“: una storia bellissima! Che è pure successa davvero.

Una scena del docufilm su Mark Hogancamp. Foto: Il Post

Ecco i fatti: l’8 aprile del 2000, mentre si trovava fuori da un bar a Kingston, nello stato di New York, Mark Hogancamp viene brutalmente picchiato da cinque uomini. Quando si risveglia dal coma nove giorni dopo, Mark non avrà alcun ricordo della sua vita precedente e dovrà imparare nuovamente a mangiare, camminare e scrivere. Poichè la sua assicurazione sanitaria non copre le spese della sua riabilitazione psicologica, Mark si trova a doversene fare carico da solo. Così nasce Marwencol, un villaggio in scala 1:6 di un paesino della campagna belga attraverso cui Mark mette di volta in volta in scena il suo pestaggio e tenta di comprenderlo ed esorcizzarlo grazie alla presenza di alcune figure femminili forti, “le donne di Marwen“, alter ego di donne realmente esistite e a lui vicine. Nell’immaginazione di Mark, sono gli anni Quaranta e a Marwencol si combatte la Seconda Guerra Mondiale. Eroe del villaggio è Capitan Hogie, alter ego di Mark, che deve combattere i nazisti, a loro volta alter ego di chi l’ha picchiato, e mettere in salvo il villaggio. Gli abitanti di Marwencol sono bambole che Mark fotografa in situazioni diverse – un matrimonio, un bagno al fiume, un combattimento. Le fotografie di Mark Hogancamp sono esposte nella One Mile Gallery di New York e a oggi su Marwencol sono stati realizzati due progetti editoriali, un documentario e un film (che è quello che abbiamo visto ieri).

Mark Hogancamp alla One Mile Gallery di New York. Foto: Instagram

La storia, che si discosta dai fatti di quel che basta per definirla “romanzata”, non ve la voglio raccontare, perchè è troppo bella da vedere

Però ecco il trailer.

3 cose che mi sono piaciute di “Benvenuti a marwen”

  1. Le “donne di Marwen” sono Barbie, ma non potrebbero essere meno barbie di così: nel film Mark utilizza un tipo di bambola di una linea che si chiama “Le Fascinose”. Hanno corpi snodabili, vestiti, scarpe e accessori che da bambina li avrei comprati tutti, e soprattutto si prestano alla creatività di Mark che ne modifica lineamenti e capelli per farle assomigliare alle donne della sua vita. C’è Jules, afroamericana e veterana della guerra in Iraq che lo ha aiutato a ricominciare a camminare; Roberta, amica sincera e sempre presente, che gli rimprovera di far finire quasi sempre senza camicia la sua bambola; Anna, la sua infermiera premurosa che si sincera se ha mangiato a sufficienza; Karlala, la collega a cui confida le pene d’amore; e Suzette, la sua attrice porno francese preferita. Tra le donne di Marwen c’è anche la cattivissima strega Deja Thoris che fa resuscitare i nazisti e vuole impedire a Hogie/Mark di guarire: capelli verdi fluo e voce suadente, è la misteriosa vocina che ci sussurra all’orecchio che non ce la faremo mai. Sono donne forti, che amano Mark senza giudicarlo e che sono lì a “coprirgli le spalle”. Persino l’ultima arrivata, Nicol, che sembra scema quanto la persona reale a cui si ispira, trova il modo di essere vicina a Mark e di sostenerlo nel suo processo di recupero. Prima che qualcuno di voi possa pensare “ah, sei donne al servizio di un uomo, qual è la novità?”, fermatevi a ricordare che questo è l’universo di Mark e che ciascuno di noi è per forza di cose al centro del suo proprio universo. Il motivo per cui la rappresentazione di queste donne mi è piaciuta, nonostante il fatto che le bambole utilizzate nel film ricordino le Barbie, con corpi molto sessualizzati, è che di ogni bambola ci viene presentata la donna in carne ossa, con la sua storia, le sue debolezze, i suoi sogni, i suoi punti di forza, il suo lavoro e le sue conquiste. Un utile promemoria per tutte le volte che ci relazioniamo agli altri come se fossero bidimensionali. E una rappresentazione della donna da parte dell’uomo che la comprende sia come prodotto della cultura in cui siamo immersi (bambola) sia come risultato delle proprie esperienze e vissuti (donna reale).

L’arstista mette in posa alcuni personaggi. Foto: Instagram

2. Il lieto fine che c’è, ma non è romantico (forse). Questa non ve la posso spiegare senza farvi uno spoiler sulla fine del film. Però il fatto che il lieto fine, deducibile in ogni caso dai fatti, non sia conseguenza diretta delle vicende romantiche del protagonista, mi è piaciuto. Di solito, da Disney in poi, è il “vissero felici e contenti” a imperare nei finali. E spesso se il Pianeta è salvo, ma i due protagonisti non si mettono insieme, ci sentiamo defraudati di qualcosa. In “Benvenuti a Marwen” non succede. Perchè le donne di Marwen non esistono in quanto amabili o amanti, ma esistono indipendentemente da Mark e dai suoi desideri. E così amano e non amano chi vogliono. E Mark impara che va bene così.

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Le donne di Marwen fanno il bagno al fiume. Foto: Instagram

3. Accoglienza,rispetto, presenza. A mio parere capisaldi di ogni relazione di amicizia, sono i valori di cui ci parla la storia di questo film. Valori che emergono nelle relazioni di Mark con le persone che gli stanno attorno, che lo accolgono, ne rispettano le stranezze e sono presenti anche quando il mondo gli crolla addosso e lui sente di non meritate la vicinanza di nessuno. Valori di cui impariamo l’importanza osservando “al negativo” (nel senso fotografico del termine) i nazisti che minacciano la serenità di Marwen: uomini crudeli che vediamo impegnati a prendere in giro, a picchiare e ad abbandonare sul campo i compagni caduti. Le “donne di Marwen” sono, infine, le amiche che tutti vorremmo avere.