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Pubblico pubblico delle mie brame

Una settimana fa esatta passeggiavo per le vie di Perugia, cercavo di far passare il tempo prima di mettermi in coda per lo spettacolo di Beppe Severgnini al Festival Internazionale del Giornalismo insieme a un pubblico nutrito.

Per la prima volta, infatti, quest’anno ho partecipato all’evento che raccoglie colleghi vicini e lontani nel capoluogo umbro per parlare del passato, presente e futuro della professione. Così, tra uno stringozzo al tartufo e un maritozzo con la panna, ho ascoltato i direttori e gli editor delle più grandi testate europee discutere dei benefici della nascita di un giornalismo paneuropeo, ho imparato a fare story su Instagram da vera influencer e ho capito che il giornalismo può ancora ritagliarsi un ruolo in quest’era di disentermediazione, in cui le persone vengono a conoscenza dei fatti che accadono senza aver necessariamente bisogno di saperli dai giornali o dalle radio o dalla televisione (thank you Facebook), se solo saprà puntare sulla qualità delle notizie e non sulla quantità.

Ho anche imparato che la qualità più importante di un giornalista che, come me, è all’inizio del suo percorso, è quella di non darsi mai, mai, per vinto

Come spesso accade in eventi di questo tipo dove il  numero degli interventi è superiore al numero di bagni disponibili, mi è capitato di partecipare a panel di cui non mi interessava affatto. E siccome alzarmi prima mi pareva poco educato, ho iniziato a sbirciare chi sedeva di fianco a me. Prima con la coda dell’occhio, piano piano, poi, abbandonando ogni pudore, girandomi totalmente per dare una sbirciatina anche a chi era seduto nell’angolo estremo in fondo a destra nel pubblico.

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Il pubblico al Festival Internazionale del Giornalismo 2019

Dalla mia osservazione, il pubblico di questa edizione del Festival era composto in maniera abbastanza omogenea di uomini e donne. Età media direi 30 anni, anche se i molti volontari e gli studenti liceali e universitari dal pass verde con scritto “press”, hanno sicuramente contribuito ad abbassarla. Mi sono sembrati di più i colleghi non italiani, ma forse è perchè ho partecipato per la maggior parte a interventi in inglese. Scelta che potrebbe aver influenzato un’altra, a mio parere importante, caratteristica del pubblico di cui facevo parte: nei panel da me frequentati di giornalisti italiani delle mia età, nemmeno l’ombra.

Colleghi italiani coetani, voi che fino all’anno scorso mi facevate sognare con i vostri tweet live, che mi avete convinta che questo Festival fosse l’appuntamento immancabile per ogni giornalista: dove eravate?

Oggi il giornalista italiano medio non ha la mia età. Secondo una ricerca pubblicata dall’Agicom nel 2017, i giornalisti italiani iscritti all’Ordine con età compresa tra i 25 e i 30 anni sono l’8% del totale. La mia età ce l’hanno quelli che sono ancora degli wannabe, quelli che, già magari pubblicisti, provano a entrare nel mondo come collaboratori, come me, oppure quelli che ci provano attraverso le Scuole di Giornalismo. Tra l’altro aprirò una mini parentesi in merito: è già la terza volta, da quando sono diventata pubblicista la scorsa estate, che mi capita di vedere gli studenti delle Scuole di Giornalismo e subito mi sento catapultata dentro una puntata di Beverly Hills 90210. Alti, belli, vestiti benissimo, che fanno solo le domande giuste, farebbero venire l’ansia da prestazione pure a Lois Lane.

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Il pubblico dell’intervento di Michela Murgia all’IJF 2019 nella bellissima Sala dei Notari

I giornalisti giovani presenti che ho incontrato erano quasi sempre stranieri. Tanti inglesi – a dimostrare che la Brexit alla nostra generazione frega così poco che ci dimentichiamo che non siamo più tutti europei – e poi francesci e spagnoli, a ricordarci che il giornalismo che detta i trend oggi in Europa è quello di Londra, Madrid e Bruxelles. È stato triste notare come i giornalisti italiani si riconoscevano tra gli altri perchè erano quelli che avevano i posti riservati in prima fila, le cuffie per la traduzione dall’inglese all’italiano e più di 40 anni.

E io che ci facevo lì in mezzo? Io che non mi sono sentita nè carne nè pesce, con l’età sbagliata per essere studente, ma che ho preso ferie per essere presente al Festival, che mi aspettavo di trovare i miei amici giornalisti di Milano e invece ho trovato i liceali del Manzoni incazzati per l’ultima versione di greco andata male (certe cose non cambiano proprio mai)

Come ho detto all’inizio, io ho imparato molto. In particolare, due cose che mi sono portata a casa come tesori: la prima è che probabilmente le scelte che ho fatto in passato (essermi laureata sempre in tempo, non aver fatto un singolo Erasmus, ma aver partecipato a molti progetti Erasmus+, non aver scelto di fare una Scuola di giornalismo perchè volevo giocarmela subito nel mercato del lavoro, aver rinunciato al full time al lavoro per potermi dedicare a questo mestiere), sono troppo atipiche per poter vivere adesso una condizione che mi permetta di sentirmi “a casa” tra quel pubblico composto da giornalisti in erba o da giornalisti affermati. La seconda è che noi, 8% del totale, abbiamo le carte giuste per fare questo mestiere. Noi che il posto riservato in prima fila lo viviamo come un privilegio non richiesto, che sappiamo l’inglese e anche qualche altra lingua, che facciamo fatica a trovare qualcuno che ci pubblichi, anche se abbiamo ormai la competenza per giudicare che la nostra idea, il nostro pezzo, è buono, e l’umiltà per riconoscerci non ancora arrivati e sempre in apprendimento. Dobbiamo solo trovare il modo e il tempo giusto.

Il pubblico all’intervento di Samantha Cristoforetti al Teatro Morlacchi

Mi è dispiaciuto non riuscire a sentirmi del tutto parte di quel pubblico che ho osservato così a lungo. Allo stesso modo, sono contenta di aver scelto di dedicare quest’anno all’esplorazione di questo mestiere e alla formazione per farlo sempre al meglio, scelta da cui è nata la mia volontà di partecipare al Festival. Sono contenta anche di non essere restata a Milano per la Design Week – eravate forse tutti lì, amici giornalisti milanesi?  – e aver fatto parte del pubblico del Festival Internazionale del Giornalismo. Dalla sedia in quinta fila che ho scelto spesso in quei quattro giorni, sono grata a chi ha condiviso la sua esperienza, i suoi pensieri e la sua expertise dal palco. Avrei solo voluto trovare più persone simili a me (perchè per esperienza, quando si tenta di essere noi troppo simili agli altri, non finisce mai bene).